Pensare troppo non porta sempre a concetti sensati #2
Quando nasci, ti ritrovi con uno o due genitori, più o meno in armonia, dei quali ti devi fidare ciecamente. Da che mondo è mondo, devi credere sempre in loro in base al fatto fondato che ti vogliono bene e che si sono presi cura di te da quando sei uscito da quello splendido universo caldo e morbido. Tu arrivi nel freddo e istintivamente gli vuoi bene.
Tutto procede serenamente o quasi fino a quando, un bella serata, scoprono che invece di uscire con le tue compagnucce di scuola ti sei fatta un giro con un ripetente di Quarto Oggiaro. Per carità, non criticano le tue compagnie, ma perché gli hai mentito? Perchè hai tradito la loro fiducia, loro che ti hanno custodito sin da quando gattonavi in mutande per la casa?
Il fatto è che tu devi costruirti la fiducia essendo l’ ultimo arrivato a questo mondo, mentre loro ce l’ hanno già impacchettata affinché tu la scarti. Come possiamo conoscere veramente i nostri genitori, sapere chi erano prima della nostra nascita? Spesso un punto di vista egocentrico-filiale non ci porta a considerare che precedentemente fossero persone diverse, che magari non siamo cresciuti solo noi, ma a volte anche loro siano cresciuti con noi e per noi. Faccio un esempio: nel mio caso ad oggi ho occupato appena un terzo della vita di mio padre. Chi mi garantisce che nei restanti due terzi non fosse un serial killer? Eppure bisogna credere ciecamente ai genitori, benché non si abbia l’ assoluta certezza che non ti mentirebbero mai.
La seguente è una frase che usava ripetermi mia madre quando da bambina mentivo sul numero di biscotti mangiati: la fiducia va costruita, è come una brocca che devi riempire una goccia per volta. Ma anche quando la brocca è piena, basta una spintarella per rovesciare tutta l’ acqua.
Tuttavia, invece di filosofeggiare sulle brocche, prendo a modello qualcosa di molto più concreto: l’ Esselunga. Avete capito bene, venticinque lettori, proprio il supermercato. Lì hanno una bella fiducia in pillole, che non è altro che la fidelity card. A seconda del numero raggiunto di punti fiducia, ci si può acquistare un tale prodotto. Ecco, il sistema genitoriale di credito è analogo, ossia: accumulando tot punti fiducia, ne godi fino a quando non ne accumuli altri e così via. Sì, e poi succede che ti si smagnetizza la carta, e allora devi litigare con la cassiera acida perché necessiti subito dei tuoi preziosi punti perpetuamente raccolti con tanta spesa, ma lei risponde che no, non è possibile, l’ unica soluzione è un’ altra carta con la quale parti da zero. E così ti ritrovi con l’ amaro in bocca solo per aver fatto lo stupido errore di avere messo per l’ ennesima volta la Fidelity Card nella stessa tasca delle chiavi.
Pensare troppo non porta sempre a concetti sensati #1
Gli studenti di oggi sono indolenti. Sono pigri e non riescono a impegnarsi nello studio come i ragazzi di una volta.
Ultimamente ho sentito queste parole sulla bocca di tutti o quasi più del tormentone di Jovanotti quest’ estate, ossia all’ esasperazione. Questa frase esprime un concetto controverso che per voi, siori e siore, mi accingerò ad analizzare brevemente, non si disperino. Partiamo dunque in quarta:
- Gli studenti di oggi: questa è la gioventù malata, bruciata, perversa, di stampo delinquente e villano che descrive mia nonna e ogni altra persona sopra i quarant’ anni che io conosca. Sono convinta che ogni adulto, per quanto possa stare dalla parte dei ragazzi, in cuor suo abbia un pizzico di rancore nei confronti dei giovani.
- Sono pigri e indolenti: questi sono ai primi posti nella classifica dei miei per descrivermi, non trovando altre parole mentre guardo la tv o ho il computer acceso dopo la scuola o la palestra. Sono gli stessi aggettivi che utilizzerà sicuramente anche uno dei vostri professori, guardandovi con disgusto e disprezzo (certe espressioni sarebbero da poster) mentre vi interrogano.
- Non riescono a impegnarsi nello studio: zelo e forza di volontà sono virtù che variano di studente in studente. Conosco persone capaci di studiare come se mangiassero il greco a colazione, ma io sfortunatamente non sono una di quelle. Preferisco le brioche. Concentrarsi significa mettere da parte qualsiasi altra occupazione per avere come principale interesse lo studio. Purtroppo è cosa impossibile per me e per chiunque altro possieda uno smartphone e sia leggermente nerd.
- I ragazzi di una volta: costoro, come i sapori di una volta, i piaceri di una volta, si stava meglio quando si stava peggio, fanno parte del repertorio della già citata cara vecchia Nonna Nostalgica. La simpatica ava e quel barbogio del suo consorte, Nonno Retrivo, ci ricordano come nelle scuole di un tempo gli studenti di un tempo studiavano le materie di un tempo (che a questo punto sospetto che possano pure essere l’ antico persiano e la matematica dei Sumeri), e le studiavano molto meglio!
In conclusione, sebbene il Rocci sia immoto, i programmi da cinquanta anni a questa parte siano circa gli stessi e il latino sia lingua morta dunque non cambi, i coniugi Retrogradi, amici per altro di lunga data dei miei genitori e della maggior parte dei miei professori, si ostinano a ribadire che gli studenti figli di questi tempi oscuri e corrotti non valgono un sigma intervocalico rispetto ai fanciulli genuini di una volta.
Ehi! Siamo già ventiquattro lettori! Se dopo la mia analisi i suddetti preferiscono mangiare cereali piuttosto che continuare a leggere l’ articolo, al prossimo avranno deciso di diventare analfabeti per non dover più sopportare le mie baggianate. Non mi offenderò.
Castelli di carte
Avete presente quando costruite un bel castello di carte, impiegate ore stando ricurvi su quelle minuscole lame cartacee dagli arabeschi colorati tanto da rovinarvi la vista e poi basta solo un leggero soffio di vento per far crollare l’intera fragile struttura? Ecco, questo è ciò che accade sempre e inevitabilmente secondo le regole di un fato crudele: ogniqualvolta le nostre aspettative vengano deluse e questo, inutile aggiungere, succede molto spesso. Non parlo da persona insoddisfatta e triste che vorrebbe trovare una consolazione alla sua miserabile esistenza ma come qualcuno che si domanda perché novantanove volte su cento le cose vanno diversamente da come vorremmo. (E’ vero, probabilmente un po’insoddisfatta lo sono!). Forse abbiamo solo bisogno di un po’ di fortuna (dopotutto qualche grammo in più non guasta mai) ma purtroppo non è solamente questo. Mi chiedo se ci sia un sistema per decidere noi, da protagonisti assoluti, ciò che vorremmo succedesse o comunque vorrei ci fosse un modo (un po’ come nei sogni) per renderci conto con maggiore chiarezza di che cosa potremmo o non potremmo ottenere in modo da poter guardare altrove, in circostanze poco favorevoli, verso un futuro diverso magari persino migliore. Mi rendo conto di volere la vita un po’ troppo facile, tuttavia non posso biasimarmi. Vorrei più certezze, cose concrete, sicure e non tanti castelli di carte costruiti solo per puro divertimento della nostra mente contorta e maligna. Mi piacerebbe esistesse una sorta di colla speciale per tenere insieme tutte le carte ed impedir loro di cadere, di mescolarsi in un unico ammasso colorato ed indistinto. Perché le carte devono cadere? Non accetto teorie scientifiche o qualsiasi altra spiegazione newtoniana o gravitazionale che sia. Sono certa di non poter avere la sicurezza che cerco ma chissà cosa succederebbe se invece di costruirli ci limitassimo a immaginarli. Non dico che non si debbano creare del tutto e l’immaginazione potrebbe essere una soluzione, perché no? ‒ in fondo l’immaginare non li rende meno veri se tanto prima o poi dovranno sgretolarsi, e chissà che dalle loro ceneri non ne nascano di più solidi in futuro. Ahimè, l’illusione non è però contemplata se si desidera una vera risoluzione del problema; dunque non ci sono alternative: i castelli devono cadere e non c’è colla che tenga! Forse non è detto che questa “demolizione” sia un male, dopotutto limitandoci soltanto a proteggerli impediremmo loro di cadere e quindi non potremmo mai capire se questi siano effettivamente solidi.
Adolescenti e futuro
“Perché dovremmo studiare se tanto non abbiamo un futuro?”: a questa e ad altre domande inerenti al difficile rapporto tra gli adolescenti e le loro aspettative sull’avvenire ha cercato di rispondere il professor Gustavo Pietropolli Charmet (presidente dell’istituto Minotauro, che dal 2008 collabora con la nostra scuola), in una conferenza ricca di spunti tenutasi nell’Aula Magna del Parini la sera del 9 novembre, preludio ad una serie di incontri nelle classi che coinvolgeranno tutte le terze all’inizio del prossimo anno.
L’incontro si avvia con interessanti considerazioni del Preside che spaziano dalle guerre puniche alla segreteria dell’Università Statale. Ma al di là di questo.
Lo psichiatra prende l’avvio nella sua analisi dalla crisi economica, tramutatasi in una crisi di valori e di speranze, che in questi tempi di incertezza e senso di panico inevitabilmente pregiudica la relazione dei giovani con il futuro. Così cerchiamo di proiettare sulla paura del domani tutte le cause di sofferenza, auto-convincendoci che non vengano – più realisticamente – da un passato che ci è rimasto dentro. Ma al contempo l’ansia di non saper far fronte ad un comunissimo, ancestrale male di vivere investe anche i sogni di angoscia: la “morte del futuro” e il rifiuto del passato ci portano quindi ad eternizzare il presente, che diventa l’unica nostra chance di sentirci vivi.
Questo frenetico carpe diem fa tutt’uno con l’ansia della realizzazione di sé, tanto pressante (frustrante, persino) negli anni del liceo, che si concretizza in vari modi.
Innanzitutto nella relazione con la propria esteriorità ed emotività: chi non si è mai guardato allo specchio almeno una volta senza lanciare un urlo (possibilmente interiore) di paura alla vista di quello sconosciuto? Di fatto, spesso ci riesce difficile riconoscere al nostro corpo la possibilità di esprimere veramente quello che abbiamo dentro: e allora ricorriamo alle solite vie che gli adulti adorano annoverare in massa tra le “soluzioni vendicative sul proprio corpo” – piercing, tatuaggi e chi più ne ha più ne metta. Eternamente presi dal senso di inadeguatezza e di fallimento, tentiamo di modificare il nostro aspetto fisico affinché corrisponda di più all’immagine che abbiamo di noi stessi, rimandando ancora una volta al futuro la possibilità di affascinare e piacere. Possibilità che nel momento presente è ostacolata da un sentimento di vergogna, “la passione più difficile da elaborare”, che intaccando l’autostima inibisce i rapporti con se stessi e con gli altri.
Il gruppo infatti è fondamentale per gli adolescenti, che “rinascono” una seconda volta come soggetti sociali e sessuali. Ma anche il rapporto con i coetanei può diventare ambivalente: da un lato lo spirito di appartenenza al “branco” è molto forte perché permette l’illusione di quella leggerezza che sentiamo come propria di quest’età, e tuttavia così difficile da afferrare, e che dalla solitudine sarebbe negata; dall’altro però ciascuno tende inevitabilmente all’originalità. Salvo che poi la maschera che il gruppo ti obbliga a portare ti si incolla addosso anche quando cerchi di strapparla, rendendo difficile non omologarsi pur mantenendo all’apparenza la propria individualità.
La famiglia, al contrario, spinge a un’esasperata ricerca di sé fino a generare confusione su che cosa questa rappresenti in realtà, perché inevitabilmente ci mettono in mezzo anche i loro ideali. Nello specifico, sostiene il professore che la madre spinga per lo più alla realizzazione della vocazione infantile, che viene già riconosciuta precocemente dal bambino; il padre invece, “silenzioso e guardingo nel prescrivere il futuro”, è visto come il “portatore del demone dinastico”, che traspone sul figlio il progetto ideale della famiglia. E così, oltre all’ansia soffocante di cogliere il nostro attimo e tentare almeno di capire quale sia la strada giusta, ci si mettono pure quelli che vorrebbero tanto guidarti, e non fanno che confonderti ancora di più le idee con le loro (mute, per carità!) aspettative.
A questo punto fa capolino il discorso dell’orientamento universitario (che peraltro era il motivo per cui è stata organizzata la conferenza): la scelta della facoltà, sommata al fattore crisi, crea nei giovani una forte angoscia. E come se non bastasse, la gerontocrazia salta su affermando che non avremo un futuro decente eccetera eccetera: forse che sono invidiosi della vita che abbiamo ancora da riempire e che per questo cercano di appropriarsi indebitamente del nostro domani?
Il professore a questo punto suggerisce un metodo educativo che possa distillare un antidoto alla vergogna e insieme rendere le nuove generazioni in grado di contrapporsi a chi le ha precedute: “arruolare” tutti gli ideali positivi dei ragazzi, trasmettere loro visioni non ciniche o nichiliste, ma realiste. “Noi adulti consegniamo ai giovani il pianeta che abbiamo reso uno schifo: le cose sono andate così… Tocca a loro immaginare come salvarlo, ma a noi trasmettere la passione necessaria per gestire il loro futuro, e l’orgoglio di essere la prima generazione con un mandato così importante”.
Commenti delle autrici (spetta a voi assegnare a ciascuna il suo):
“We can build a new tomorrow, today.”
(Speak In Tongues, Placebo)
Un ringraziamento particolare alla professoressa Barbuzza, organizzatrice della conferenza – che peraltro non rientra assolutamente nella categoria in cui il Preside ha infilato, en passant, “tutti quegli insegnanti che quando leggono un sonetto dello Stilnovo lo rendono uno schifo”. Anzi.
Consiglio d’Istituto 23.11.2011
Il 23 Novembre 2011 il Consiglio d’Istituto è stato convocato a seguito della mancanza, al precedente CdI del 17 novembre, di una documentazione adeguata per votare i progetti degli insegnanti.
All’ordine del giorno figuravano quindi come parte principale della seduta l’approvazione dei suddetti.
“Il Consiglio approva all’unanimità il progetto “Salute: anoressia/bulimia”” il cui responsabile è professor Landi;
“Il Consiglio approva all’unanimità il progetto “Salute: educazione sessualità”” il cui responsabile è professor Landi;
“Il Consiglio approva a maggioranza con 1 contrario (Stangherlin) e 1 astenuto (Aziani) il progetto “Salute: disturbi specifici di apprendimento” il cui responsabile è professor Landi; (questo progetto, che è nuovo, si pone come scopo la sensibilizzazione dei docenti circa i disturbi specifici di apprendimento attraverso la conferenza di un esperto);
L’approvazione del Lettore Sean Hamilton viene sospesa per i seguenti motivi: la discussione, che precede il voto, verte sulla richiesta di un consigliere (Aziani) che chiede di far risultare sul curriculum del lettore anche i suoi titoli di studio. Viene chiamato Sean che certifica di aver frequentato e di aver conseguito il diploma in Law school ma per il momento ha interrotto gli studi al college. Il consigliere Bottini chiede poi con che documentazione il lettore sia in Italia ed emerge che è qui solo con un visto turistico e non con un regolare permesso di lavoro. Il Presidente Raffaella Castellani sospende la delibera del progetto in quanto il candidato è in possesso di solo visto turisrico, invita inoltre i consiglieri Puerari e Cafiero ad informare la prof.ssa Rosmini, coordinatore del gruppo di materia, della necessità di cercare un nuovo lettore con urgenza;
“Il Consiglio approva a maggioranza, con due astenuti, il progetto “Corso di lingua e cultura cinese” con le seguenti dichiarazioni di voto: Coccia: “voto a favore nonostante ci sia una contraddizione tra il trattamento riservato al corso di francese e tedesco (il cui responsabile è il professor Cafiero; n.d.r.) a carico della scuola e cinese a carico degli alunni, contraddizione non risolta dal Consiglio di Istituto”; Landi: “voto a favore in quanto il criterio non deve essere necessariamente omogeneo nei vari progetti”; Zeni: “voto a favore perché ritengo che debbano essere recepite le indicazioni del Collegio dei docenti”
“Il Consiglio approva all’unanimità i progetti “Analisi matematica I e II” la cui responsabile è l’ex-professoressa Binda
“Il Consiglio approva all’unanimità il progetto “Tolgame” la cui responsabile è la professoressa Ghezzi
“Il Consiglio approva all’unanimità il progetto “Pretest” la cui responsabile è la professoressa Ghezzi; Questi due progetti della professoressa Ghezzi riguardano la preparazione al test di ammissione al Politecnico;
“Il Consiglio approva all’unanimità il progetto “Corso d’introduzione alla relatività di Einstein” Il cui responsabile è il professor Zeni;
“Il Consiglio approva all’unanimità il progetto “Torretta astronomica”” il cui responsabile è il professor Zeni;
“Il Consiglio approva all’unanimità il progetto “Uscite didattiche all’osservatorio astronomico della Valle d’Aosta”” ”” il cui responsabile è il professor Zeni;
“Il Consiglio approva all’unanimità il progetto “Corsi di preparazione alla certificazione ECDL”” ”” il cui responsabile è il professor Zeni;
“Il Consiglio approva all’unanimità la costituzione di commissione formata dai consiglieri Aziani, Ferrari e Zeni con il compito di formulare una proposta al Consiglio di istituto in ordine ad un progetto di Sito web Parini sia sotto il profilo del contenuto che dell’architettura”
“Il Consiglio approva all’unanimità nell’ambito del progetto “Musica: Apollo e Giacinto” ”, l’ingresso nell’istituto dell’esperto ivi indicato”” le cui responsabili del progetto sono le professoresse Braga e Colombo (questo progetto ha come scopo l’analisi del libretto –in latino- di quest’opera di Mozart anche con un’insegnante di coro)
“Il Consiglio approva all’unanimità il progetto “Educazione alla musica classica invito alla Scala”” le cui responsabili del progetto sono le professoresse Forni E Parola;
“Il Consiglio approva all’unanimità il progetto “Teatro”” proposto dalla professoressa Nero ( lo scopo del progetto è di avvicinare gli studenti alla tecnica teatrale con realizzazione di uno spettacolo finale;
“Il Consiglio approva all’unanimità, nell’ambito del progetto “La cultura ebraica e l’occidente”, l’ingresso nell’istituto dell’esperto ivi indicato”” progetto proposto già l’anno scorso dalla professoressa Rovelli che consisteva in lezioni tenute dal rabbino Baharier;
“Il Consiglio approva all’unanimità, nell’ambito del progetto “L’attuale crisi finanziaria ed economica”, questo progetto presentato dalla professoressa Rovelli consiste in una lezione tenuta da Andrea Di Stefano (giornalista economico) sulla situazione economica attuale;
“Il Consiglio approva all’unanimità, nell’ambito del progetto “Libro della memoria del Liceo Parini”” ,progetto già proposto l’anno scorso dal professor Piazza
“Il Consiglio approva all’unanimità il progetto “Gadda”” progetto proposto già l’anno passato dalla professoressa Marini;
“Il Consiglio approva all’unanimità il progetto “Scambio individuale tra studenti L2 tedesco e studenti L2 italiano con Kantonalshule di Zurigo”” proposto dalla professoressa Marini
“Il Consiglio approva all’unanimità il progetto “Iniziative culturali Accademia Ambrosiana: ciclo di conferenze, presentazioni, Summer School”” proposto dalla professoressa Marini;
“Il Consiglio approva all’unanimità il progetto “Dati e previsioni”” proposto dalla professoressa Bassi (il progetto consiste nella preparazione a test universitari);
“Il Consiglio approva all’unanimità, nell’ambito del progetto “Intercultura”, l’ingresso nell’istituto dell’esperto ivi indicato” proposto dalla professoressa Braga, (questo progetto ha come scopo l’educazione alla mondialità e alla intercultura);
“Il Consiglio approva all’unanimità il progetto “Certamina e concorsi”” proposto dalla professoressa Parola;
“Il Consiglio approva all’unanimità il progetto “Biblioteca braidense – filologia d’autore”” proposto dalla professoressa Parola (progetto che consiste in un ciclo di conferenze sulla filologia);
“Il Consiglio approva all’unanimità il progetto “Leggere un film”, con l’auspicio che il progetto possa essere esteso a tutti gli allievi del biennio” proposto dalla professoressa Canetta (il progetto ha come scopo l’analisi di un film e l’imparare a “leggerlo”;
“Il Consiglio approva all’unanimità il progetto “Zabaione””
“Attività sportiva al Parini” questo progetto non può partire poiché dispone di un fondo che stanzia la provincia, previa richiesta delle scuole interessate; dal momento che la nostra scuola non ha fatto nessuna richiesta i soldi non sono arrivati ed il progetto di conseguenza non può partire;
il calendario scolatico non viene votato poiché il Preside dichiara che, in base all’art. 10 del d. lv. 16/4/1994 n. 297, l’approvazione del calendario scolastico è di competenza esclusiva del Dirigente Scolastico.
Si procede alla discussione al punto dell’ordine del giorno relativo a Varie ed eventuali, dando la parola per l’intervento al consigliere Montella che comunica che il giorno 20 dicembre si terrà il “Concerto di Natale”.
Guerre: la piaga dell’umanità
3200/3500 a. C. Le tribù preistoriche combattono tra di loro per poter ottenere il miglior luogo per la caccia.
XII/ IX a. C. Nella Grecia di età classica le guerre persiane costringono vari popoli di origini comuni a scontrarsi.
IV secolo a. C. l’impero Romano si espande con l’esercito più organizzato dell’epoca.
28 Luglio 1914 L’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria ad opera dell’anarchico Gavrilo Princip, nazionalista serbo-bosniaco, funge da casus belli per lo scoppio della Prima guerra mondiale.
1 settembre 1939 Invadendo la Polonia la Germania fa scoppiare il secondo conflitto mondiale.
17 febbraio 2011 In Libia scoppia una rivolta civile che vede opposte le forze lealiste dell’ex dittatore libico Mu’hammar Gheddafi e i ribelli.
Tutti e sei gli avvenimenti appena descritti hanno in comune due cose: hanno cambiato le vicende del mondo e sono tutte delle guerre in cui venne (e viene) sparso molto sangue.
Partendo dalla preistoria i compiti dell’uomo nei confronti della guerra sono stati ben definiti: c’erano, ci sono e ci saranno tre tipi di persone: combattenti, vincitori e vinti.
Tra le nazioni e i popoli che si scontrano però il vinto non è mai la fazione sconfitta sul campo di battaglia ma ci sono diversi vinti: le persone, a partire dai soldati finendo con i civili. Quando nei libri di storia leggiamo delle guerre persiane o dei conflitti mondiali, abbiamo sempre studiato le date o le battaglie, gli schieramenti e la tattiche dei due eserciti rivali; ci è sempre stato proposto il punto di vista dei generali ma mai quello delle vedove, degli orfani o di coloro che vivono la guerra in prima persona ovvero i soldati. Anche i telegiornali ci riducono la visione di tutto ciò e ci fanno vedere solo i danni creati all’ambiente o fanno di questioni reali e pericolose degli argomenti di gossip. Perciò in questo articolo ora vorrei farvi conoscere la guerra vissuta dai grandi protagonisti dei conflitti, tre soldati di diverse nazioni ed età: Giovanni, nato a Lucca il 17 novembre 1976, Mark, nato il 27 gennaio 1969 a Corpus Christi nel Texas e Babatunde, nato ad Abeokuta il 14 marzo 1996.
“Quando partii mi raccontarono che avrei combattuto per fare grande il mio paese, che tutte le azioni da me compiute in questa dannatissima guerra sarebbero state solo un mezzo per raggiungere la gloria; io al momento ci credetti e fui felice di partire, ma ora, è un anno quasi che sono qui sul campo, stremato e ferito non dormo e non mangio da settimane ed ogni notte il ricordo dei visi delle persone che ho ucciso mi perseguitano e rendono tutto più difficile. Non vedo la mia famiglia da ormai troppo tempo. Chissà se mio figlio sta crescendo seguendo le mie orme di fabbro oppure ha deciso di fare altro. E mia moglie, aah che bella era quando l’ho conosciuta ed ogni giorno che passavo di fianco a lei era il giorno più bello della mia vita e mi sentivo fortunatissimo. Chissà se dopo tutto ciò che ho fatto qui sul fronte mi ameranno come prima. La mia paura più grande è di non riuscire a tornare a casa da loro ma di finire in un campo santo con tutti i miei compagni deceduti, le mie paure crescono ogni giorno di più e continuo a maledirmi per aver detto di sì alla proposta di quei porci che mi hanno convinto ad arruolarmi. Ora i morti sono a terra tanti come fili d’erba in un prato. Oramai la paura di morire è così grande da reggermi in piedi, però adesso devo provare almeno a dormire perché domani sarà un altro giorno di sangue e morte.”
“ SEMPER FIDELIS sono state queste le parole che mi hanno fatto pensare per la prima volta ad arruolarmi nei Marines degli Stati Uniti d’America. L’ambiente in cui vissi per 10 anni era bellissimo, mi sentivo potente e sapevo di essere un perfetto ingranaggio del mio paese, non come quei maledetti hippy che ancora sono la nostra piaga. Da quando sono entrato a far parte dell’esercito americano ho capito che la guerra che stiamo combattendo è una guerra che serve per il paese e quegli stupidi che si mettono contro di noi sono dei pazzi a credere di poterci battere. Il mio non è un lavoro ma uno stile di vita in cui sono insegnate le virtù e i valori per poter trascorrere una vita serena, e nessun presidente democratico e negro ce li potrà togliere.”
“ Mamma, papà perché? Perché non li avete fermati quando l’anno scorso sono venuti a prendermi? Io qui ho tanta paura. L’ unica compagnia che ho è quella delle sigarette e del mio fucile. Perché ho dovuto seguire quell’uomo cattivo che è venuto a rapirmi? La prima volta mi ha costretto ad uccidere una donna incinta solo perché lo aveva contraddetto. Qui non mangio da da due giorni e quando mangio mi danno della sbobba immangiabile il cui odore mi fa venire dei conati di vomito. L’unico modo che ho per placare i morsi della fame è la colla che Kevin riesce a procurarci. Se non rispondo ai loro ordini sono botte e se sgarri ti ammazzano. L’ultima vittima è stata Adeto, il mio migliore amico. Gli hanno sparato davanti a tutti perché si è rifiutato di uccidere un ragazzino più piccolo di noi. Io non dormo per paura di essere preso e portato via, come Kumbo, che è stato portato via e non si hanno più sue notizie, quando chiediamo di lui ci rispondono che non sono fatti nostri e dobbiamo solo obbedire a James, quello che loro chiamano “la bestia” perché uccide senza pietà e solo per il gusto di vedere scorrere il sangue di gente innocente. Lui è il più spaventoso e quando ho provato a scappare mi hanno beccato e mi hanno portato da lui che mi ha messo un ferro rovente sul palmo della mano dicendomi che se ci riprovavo mi avrebbe coperto completante di ferro rovente. Il dolore è stato straziante e l’odore di carne bruciata era asfissiante. Ora vado perché se mi beccano scrivere questa lettera mi sparano nelle mani perché non è consentito qui.
Un bacio, vostro figlio Babatunde.
P.s. Spero di rivedervi un giorno.”
Ora anche voi conoscete i pensieri dei soldati, quindi cari lettori lascio a voi i commenti.
Caro Monti… | Retroscena di una manovra all’insegna di un improbabile rigore e un’esistente equità.
Lo ammetto, non me lo sarei mai aspettato. Abituata a politici che fanno a gara per chi dice la battuta più pacchiana, o a ministre che vantano un passato da veline, un discorso così serio non lo avrei potuto neanche concepire. Non rida, non è facile passare da “Forza gnocca” a “percorso rivolto ad ottenere la fiducia del Parlamento”, e non sentire più un presidente del Consiglio parlare di come la politica gli sia stata “imposta dalla storia”, ma di “saluto deferente al capo dello stato” è stata davvero una piacevole sorpresa. Bel colpo, professore, un po’ di serietà ci voleva. Dopo diciassette anni di berlusconismo è un segnale di rottura non da poco, la stessa che c’è tra un demagogo e un rettore universitario, ben più importante di quella tra i partiti attuali che, non inganniamoci, sono fin troppo simili tra loro. La domanda sorge quindi spontanea: perché lei, un professore che, nel bene e nel male è tutto fuorché un politico, ha il sostegno di quella stessa casta politica da cui differisce tanto? Forse per lo spread?
Già, lo spread. Ma che cosa significa esattamente questa parola? Forse una temibile associazione segreta che da mesi sta colpendo le borse occidentali, oppure una sorta di virus che lento ma implacabile divora l’economia degli stati meno virtuosi, come una sorta di castigatore mascherato? E non rida, le assicuriamo che tra le assurdità che abbiamo sentito dire, queste sono sicuramente le più sensate. Eppure non è così difficile… Certo, la definizione ufficiale, cioè quella di “differenziale tra il rendimento del tasso di titoli di stato di paesi con il rischio di default, e quello di paesi che invece hanno un rischio molto basso e che perciò vengono presi come riferimento” potrebbe effettivamente spaventare e incutere repulsione nei confronti di qualunque giornale o programma a carattere economico al quale si tenti un approccio. Tuttavia la realtà è molto più semplice: lo spread è la spia di quanto i creditori reputino uno stato affidabile, e di conseguenza di quanto alti siano i tassi d’interesse dei prestiti ad esso concessi. Per comprendere al meglio questo concetto basti pensare che più un paese è stabile, sia politicamente sia economicamente, e più trasmette fiducia agli investitori, i quali sono maggiormente incentivati ad investire. Tuttavia se lo spread, l’indicatore di fiducia dei mercati esteri, si alza, significa che nessuno è disposto a rischiare impiegando i propri capitali in quel paese che resta dunque privo di investitori e di fiducia. A questo punto i mercati e gli speculatori tendono a scommettere proprio sul fallimento dell’economia di quel paese; così speculando, guadagnano certamente di più. Dunque, come cercare di fermare quest’indomabile spread che come un ottovolante impazzito sale (soprattutto) e scende (a stento), condizionando i mercati e le economie europee? L’unico modo per tenerlo a freno è quello di garantire credibilità ai mercati o dimostrando la stabilità del governo con delle manovre economiche oppure, se il governo stesso non è più in grado di mantenere l’esecutivo e ottenere la fiducia del parlamento, questo ha il dovere o di lasciare spazio a uno tecnico o di mandare il popolo alle urne, garantendo così la democrazia.
Lei, professor Monti, naturalmente è consapevole di come tutto ciò ha reso possibile il suo ingresso in politica: quando giravano voci sulle dimissioni di Berlusconi lo spread scendeva, per schizzare alle stelle nel giro di tre quarti d’ora se venivano smentite. Insomma, il precedente governo non rassicurava affatto i mercati ed era carente di una credibilità che invece lei attualmente sta dando loro. Tuttavia è difficile ammetterlo, ma Berlusconi sicuramente non si è dimesso perché voleva il bene del suo Paese, e non l’ha fatto in seguito a un referendum perché gli italiani non lo volevano più al governo. E a disdetta di chi afferma a gran voce che ormai Berlusconi, il “cattivone” di turno, è stato definitivamente sconfitto, bisogna far presente che non è così, essendo lui ancora un gran protagonista della politica italiana e un uomo che ha condizionato fortemente il nostro Paese per un ventennio. Ovviamente tutti i sondaggi lo danno perdente qualora si ripresentasse alle elezioni con un partito nuovo di zecca dal nome più altisonante, quale “W l’Italia”.
Ricorderà benissimo la sera di quelle agognate ed attese dimissioni, le feste in piazza, i bivacchi dei giovani, il giubilo di Bersani, Vendola, Di Pietro & Co., e il premier uscente tempestato di monetine che forse ci ragguaglia un suo noto amico, Bettino Craxi.. Da quel momento per lei è cambiato tutto (per noi nulla), e nel giro di pochi giorni si è costituito un “governo tecnico di tecnocrati” come figurava su tutte le testate giornalistiche nazionali ed estere, che avrebbe finalmente ridato stabilità al nostro Paese e fiducia ai mercati e grazie al quale lo spread si è calmato. Professore, sembra che il suo mandato sarà caratterizzato da una politica di austerity e una manovra da circa 20 miliardi di euro, già approvata dal Consiglio dei Ministri, che mira ad abbassare il debito pubblico, altro grande protagonista di questa crisi e regressione economica. Quest’ultimo un po’ come lo spread è un indicatore di solidità dell’economia di un paese, soggetto a classificazioni da parte di organizzazioni specializzate, le agenzie di rating, che tanto fanno tremare Francia e Germania, avvinghiate alle loro triple A. Il debito pubblico condiziona fortemente i mercati, poiché sue svariate fette sono in mano ad investitori sia italiani sia esteri, soprattutto orientali.
Caro professore, la sua manovra volge ad abbassare un debito pubblico, proposito che nessun governo precedente, né di destra né di sinistra, ha mai mantenuto. Riuscirà lei nell’intento, con una politica di austerity e una manovra varata nel nome del rigore, della crescita e dell’equità? Ma che fine abbiano fatto le ultime due, se lo domandano in tanti..
Effettivamente qualcosa che non va c’è, ma non è certo il ritorno dell’ICI, o l’aumento dell’età pensionabile a sessantasei anni, ma nei mancati tagli alle spese militari e alle province e nella mancata introduzione della patrimoniale, nei miliardari conti di Montecitorio e nelle megapensioni dei parlamentari rimaste intoccate.
Certo, toccare i privilegi di una casta chiusa e attenta ai propri privilegi come quella dei politici è tutt’altro che facile, e qualche esitazione è comprensibile: ma che mi dice della Chiesa? Non le pare strano che un’organizzazione che possiede quasi il 30% del patrimonio immobiliare italiano e che guadagna quasi un miliardo di dollari l’anno con l’otto per mille non paghi l’ICI?
Non ha importanza, preferisco non indagare ulteriormente, consapevole del fatto che fosse impossibile accontentare tutti senza scontentare da un lato la casta e dall’altro pensionati e lavoratori, come al solito costretti a pagare lo scotto più alto. Certi mali qui in Italia sono troppo radicati per poterli toccare, eppure, mai come in questo momento, la politica mi è sembrata così vicino alla letteratura e la nostra situazione attuale può essere riassunta in poche parole d’autore: “cambiare tutto per non cambiare niente”. Parole uscite dalla penna di Tomasi di Lampedusa e pronunciate dal principe di Salina, parole che descrivono alla perfezione l’atteggiamento della nostra casta politica e il futuro del nostro Paese.
Caro professore, cosa ne pensa? Se non ha mai letto il Gattopardo, le consigliamo di farlo. Forse un libro può più di una laurea in economia alla Bocconi.
Tre volte il fe’ girar… | Quando (forse) nasce un’altra Repubblica
Quando la redazione del giornalino Cassandra del liceo classico Paolo Sarpi di Bergamo ci ha proposto di pubblicare su Zabaione e su Cassandra rispettivamente un nostro e un loro articolo che trattasse di un argomento comune di attualità, non ci siamo voluti tirare indietro, pensando di cogliere un’opportunità di crescita in questo scambio. Sperando che anche voi pariniani lo appreziate, buona lettura!
I redattori che cureranno tale scambio sono, in ordine alfabetico, Francesca Chiesa, Noemi Dentice, Daniele Lunghi e Elisabetta Stringhi.
Un passo indietro, torniamo a quel martedì 8 novembre, quando il volto scuro di Silvio Berlusconi osserva con sgomento il tabellone con il risultato dei voti alla Camera per l’approvazione del rendiconto generale: il governo non ha più la maggioranza, è caduto. Il Cavaliere è incredulo, eppure in un certo senso se l’aspettava. I numeri l’hanno beffato, quei 308 voti, che non sono bastati a raggiungere la maggioranza assoluta, hanno colpito per l’ennesima volta e affondato il rimasuglio del governo che doveva a tutti i costi arrivare al 2013. Il bilancio è semplice: 8 “congiurati”. Sentendosi tradito come un qualsiasi Giulio Cesare o Nerone, il premier sale al Quirinale per la resa dei conti con Giorgio Napolitano, al termine della quale viene diramata una nota della Presidenza della Repubblica che ne annuncia le dimissioni dopo l’approvazione della legge di stabilità. La lenta agonia del governo termina il 12 novembre . Sono le 21:42 al Quirinale, quando Berlusconi riconsegna il mandato nelle mani di Napolitano. “Sic transit gloria mundi”. “That’s all, folks” intitola la copertina dell’Economist, commentando il panorama politico italiano quasi fosse un cartone animato della Warner Bros., e alla sua stregua decine di quotidiani internazionali celebrano la notizia. È finita! Berlusconi se ne va e con lui termina un ciclo politico travolto da un’ondata scandalistica, che ha pregiudicato ancora di più l’immagine di un’Italia considerata “una mina vagante” dai Mercati. Nessuno, nel 2008, quando il Centrodestra vantava in Parlamento la più grande maggioranza della storia della Repubblica, avrebbe mai pensato che questa sarebbe stata incapace di realizzare le riforme utili per il Paese. Le stesse riforme che Berlusconi aveva promesso sin dal 1994. Il Cavaliere, ormai sconfitto, ha tentato invano di mettere dei paletti, delle clausole alle proprie dimissioni: le elezioni anticipate. L’ex-premier gode ancora di un ampio consenso tra gli elettori, anche se i rapporti con l’alleato padano sembrano ormai al capolinea. Egli racchiudeva in sè non soltanto l’espressione dell’uomo politico, ma anche, e soprattutto, quella di imprenditore. Si chiude l’epoca delle divisioni ideologiche, bipolariste e partitiche e si fa strada una prospettiva di carattere apartitico formata da una larga maggioranza che vede gomito a gomito esponenti del PDL, del PD, dell’UDC e di tutti gli altri partiti, fatta eccezione per la Lega, speranzosa di recuperare la “verginità perduta” con il riscoperto impeto secessionista.
In critici momenti come quelli da poco trascorsi si è rivelato in tutta la sua importanza il ruolo impartito al Presidente della Repubblica dalla carta Costituzionale. Giorgio Napolitano ha dimostrato non scontata celerità nel guidare in soli otto giorni la costituzione di un governo tecnico ritenuto unanimemente capace di concludere la legislatura in corso. Mario Monti, economista di chiara fama più volte chiamato a ricoprire ruoli di spicco nella burocrazia europea, viene nominato senatore a vita e successivamente incaricato di formare un nuovo esecutivo. Già nel corso del burrascoso 8 Novembre il nome di Monti si è fatto in dichiarazioni ufficiali di leader europei quale il Cancelliere Merkel nonchè di alti rappresentanti di Strasburgo e Bruxelles. Monti dalla sua può vantare una piena appartenenza alla tecno-burocrazia europea e l’immagine di propugnatore della libertà dei Mercati che negli Stati Uniti va a coincidere con il cosiddetto Turbo-capitalismo, ancora in voga nonostante la Crisi finanziaria. Con l’investitura di alfiere della riforma liberale, di cui Berlusconi era stato pigro paladino, e di un sobrio rigorismo nordico Mario Monti presenta alla Sala delle Feste del Quirinale un governo che sarà appoggiato dal Parlamento nonostante il totale organico tecnico. Nel delinearsi della squadra di governo, malgrado le ingerenze dei partiti, prevale nettamente l’influenza del neo-presidente che unisce ad emeriti professori universitari, per lo più gravitanti attorno all’Università Bocconi di cui egli stesso è Presidente, personalità associate all’area liberal-progressista, legati all’associazionismo cattolico e alle grandi banche italiane. Non mancano in specifici ambiti veri professionisti del settore, soprattutto nei ministeri non economici, come esteri e difesa, guidati rispettivamente dal Console Italiano a Washington e dal Presidente del Comitato Militare NATO. A riprova del carattere esplicito di rilancio economico dell’esecutivo il Presidente decide di mantenere la delega all’Economia e alle Finanze e di concentrare in Corrado Passera, amministratore del più importante istituto bancario Italiano, i ministeri dello Sviluppo Economico e delle Infrastrutture e Trasporti. L’Italia nell’assetto mondiale è una pedina troppo importante e per l’Europa è “Too big to fail”: un suo collasso porterebbe alla dissoluzione dell’intera zona-Euro. Il governo si incarica di attuare le manovre più volte caldeggiate dalla BCE, ritenute indispensabili per la sua salvezza. A quasi tre settimane dall’avvio del primo vero “governo del fare”, la situazione resta di dubbia interpretazione; verrebbe da dire “nulla di nuovo sul fronte occidentale”, nonostante i segnali dall’Italia stiano arrivando con “ambizione e coraggio”. Agli italiani, da secoli abituati a dirigenti non meritati e spesso peggiori di loro stessi, non pare vero di avere un Presidente del Consiglio che paga il biglietto d’ingresso ai musei pubblici, utilizza con parsimonia le famigerate auto blu, risiede a Palazzo Chigi e, fatto assurdo, rinuncia al compenso che gli dovrebbe essere corrisposto per essersi prestato nientemeno che a salvare il settimo Paese più ricco del mondo. L’elogio della “sobrietà” di Monti, oltre a costituire un utile passatempo per i giornali che in questi giorni faticano a riempire le pagine una volta sature di retroscena della Piccola Roma del Potere, rientra nell’uso italiota di esagerare in esaltazioni o persecuzioni, a seconda del tempo che fa. Lasciando quindi da parte l’opinione pubblica, che forse è ancora ferma ai governi politici dove convincere l’elettore conta più di far quadrare i conti, il governo tecnico sta attuando quanto l’Europa e la nostra salvezza richiedono. Alle 20.00 del 4 Dicembre, dopo 17 giorni dalla formazione, l’esecutivo presenta a Palazzo Chigi la sua prima manovra finanziaria, la quinta per l’Italia nel 2011, in assoluto la più strutturata. Da un lato sacrifici pesantissimi: significative modifiche al sistema previdenziale che costringono il Ministro Fornero alle lacrime, aumento dell’IVA, reintroduzione della tassa sugli immobili( leggi ICI) non ancora estesa a quelli ecclesiastici(ovviamente non di culto) e interventi per circa 30 mld lordi. La manovra si fregia dell’equità dovuta all’aumento delle aliquote per le fasce più alte di reddito, una serie di tasse sui beni di lusso,sugli investimenti finanziari,sui capitali “scudati” con precedenti condoni. Non si muove di molto la lotta all’evasione e causa veto di Berlusconi non si introdurrà una tassazione patrimoniale. Sul fronte dello sviluppo il governo propone liberalizzazioni significative per la concorrenza, sgravi fiscali per le imprese e limitate dismissioni di enti e patrimonio pubblico. La manovra, varata entro Natale, ha la sola qualità di soddisfare le richieste internazionali; non possiamo capire se sarà sufficiente a stabilizzare definitivamente i Mercati e quantomeno a far ripartire l’economia di un Paese a crescità 0. Possiamo rifugiarci nel mal comune: Francia a rischio insolvenza, Germania deprezzata in Borsa e soprattutto la Grecia che, secondo le stime, sarà dichiarata sostanzialmente fallita dopo le Feste, non potendo pagare gli stipendi pubblici. La politica dorme sotto la campana di vetro del commissariamento tecnico; i tecnici a malapena trovano il confronto con le parti sociali; fuori tutto è fermo e immobile, anche quando si scende in piazza la protesta non va oltre la maschera: forse che si faccia fatica a esporsi, o lo si sia fatto troppo, resta che prima o poi Cincinnato dovrà pur tornare al suo campo e i senatori riprendere gli scranni, ammesso che la plebe insorta non se li sia portati via.
di Paolo Sottocasa e Davide Gritti
Homo Novus® è di Stefano Togni
Noi siamo qua per cercare la felicità
Lui pensava che la vita fosse sua. Lui aveva il diritto di morire. Magari l’ha visto fare. Lo faceva lui stesso nella sua mente, come quando si trovava lì. Lì con sua moglie morta. Un passo e poteva finire sotto una metro, un salto e si sarebbe trovato cadere dalla nave in un oceano o dal balcone di casa sua sulla strada o ancora dalla farmacia alla bara.
Si sentiva morire dentro.
Non morì per egoismo. Forse semmai per altruismo. Un gesto per l’Italia, non per i suoi amici, per la sua famiglia. La depressione è una malattia irrimediabile a volte. Lo capiamo adesso?
Andò a morire in Svizzera. La sofferenza, la depressione ne furono le cause. Insopportabili. Fragilità. Non debolezza.
Nessun peso può essere uguale al peso della vita, nemmeno quando tutta la vita è un peso.
Non ha senso.
Nessuno può entrare nella coscienza di qualsiasi persona.
Se uno ha la forza di suicidarsi dovrebbe avere anche la forza di rimanere in vita, utilizzare quella forza per resistere, sopportare, farcela. Forza.
Non si può capire.
Se non sei depresso, malato, non puoi capire. Se sei vivo, e non morto dentro, non puoi capire. La vita non comprende la morte.
Lui non era di Dio. Forse poteva essere figlio di Dio. Avrebbe potuto mettere la sua vita nelle mani di Dio.
Ma il diritto di vivere, il diritto era suo.
Se uno è sulla terra per trovare la felicità e sa di non poterla trovare e che non la troverà.
Se è convinto o meno di quello che fa ma pensa a sé e non agli altri,o forse no.
E pensa agli altri, sì pensa anche agli altri,ma il loro valore non vale così tanto,anche perché il suo stesso valore per lui non conta. O forse si. Potrebbe contare anche quello degli altri.
Non riusciva a diventare più forte. Ma solo più fragile. Oppure è proprio diventato forte, forte per un’ultima volta, forte che non ci sarebbe stata più alcuna debolezza, perché non ci poteva essere, non ci sarebbe stata.
Consapevolezza.
Con la sua morte salva il valore di vita.

“Ho deciso di morire” | Lucio Magri (Ferrara 1932-Zurigo, Clinica Dignitas 30 Novembre 2011), giornalista e co-fondatore del Manifesto. In politica milita nel Partito Comunista Italiano e in seguito in Rifondazione Comunista e tra i Democratici di Sinistra. Deluso dalla vita politica e provato dalla depressione per la scomparsa della moglie, dopo aver salutato gli amici si reca in Svizzera e pone fine alla sua vita in una clinica di Zurigo con il suicidio assistito.
Le alluvioni
Quest’anno alcune zone dell’Italia sono state colpite in modo catastrofico da violente alluvioni. Queste zone sono la Liguria, la Toscana e, recentemente, la Sicilia.
Non è la prima volta che accadono fatti simili: già nel lontano 1970 una forte alluvione (900 mm d’acqua in 24 ore) colpì Genova, Voltri e le Cinque Terre. Le vittime furono 44 e gli sfollati oltre 2000. Anche nel giugno del 1996 si verificò un fatto simile, che colpì: la Versilia (157 mm in 60 minuti), il paese di Cardoso (spazzato via da un’onda di piena di 4-5 metri), ponte Strazzemese, Serravezza, Pietrasanta e Fornovolasco di Garfagnana. L’ultima alluvione risale al 23 settembre del 2003, quando un violento nubifragio colpì la provincia di Massa Carrara.
Per quanto riguarda la Sicilia, sono state colpite le zone di: Barcellona Pozzo di Gotto, Merì e Saponara. Il bilancio totale dei morti è di 3 e i danni sono ingenti.
Ma cosa si poteva fare per evitare i recenti disastri? E cosa si è effettivamente fatto? Quali sono i fattori che hanno determinato questi eventi?
Tanto per cominciare, si potevano pulire le fogne a dovere. Così facendo, si sarebbe potuto evitare che l’acqua fuoriuscisse e contribuisse ad allagare le strade. Nella foto potete vedere l’effetto che questa negligenza ha provocato nel comune di Genova.
In secondo luogo, per prevenire tale situazione, si potevano realizzare dei canali di scolo per far defluire l’acqua, impedendole di allagare le strade.
Il vero problema è che i vari comuni non si sono preoccupati di cercare un modo per prepararsi a contrastare tali avvenimenti. In sostanza, non si è fatto assolutamente niente. In effetti, se si nota bene, è passato molto tempo prima che arrivassero i mezzi di soccorso. Tali mezzi non sono giunti in tempo in parte per le strade bloccate, in parte per il semplice fatto che non erano pronti ad intervenire.
Il fattore determinante di un’alluvione è sicuramente la quantità di pioggia. Ma in questo caso non si è potuta prevedere la quantità delle precipitazioni. Sarà stato un malfunzionamento degli impianti meteorologici? O forse qualche danza della pioggia da parte della cancelliera tedesca Angela Merkel?
Se si considera il secondo punto, potrebbe essere probabile. Difatti, l’allegra e spensierata “Heidi” si vanta tanto del suo adorato spread che potrebbe benissimo averci sabotato per evitare che quest’ultimo diminuisse.
Qualunque sia il motivo, non ci resta che infilare un paio di stivali di gomma, imbracciare una vanga e sperare che smetta di piovere.
Un saluto e un Buon Natale dai vostri neo-Sofisti.



