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Parinianography

foto di Maurizio Tazzi

Maschere | Il racconto d’inverno

Immancabile, attesissimo e sempre ugualmente apprezzato all’inizio di ogni nuova stagione torna in scena anche quest’anno Il Racconto d’Inverno. Tragicommedia tra le maggiori del’ultimo Shakespeare, che ne vide la prima rappresentazione a cinque anni dalla scomparsa nell’appena acquistata sala coperta del teatro Blackfairs, nella City: il che permise una decisa evoluzione nella cura delle scenografie e dunque nella stessa drammaturgia, riscontrabili anche in un altro protagonista prossimo dei cartelloni milanesi, La Tempesta.
Questa volta sono Ferdinando Bruni (nella parte di Leonte e da gennaio del Tempo) ed Elio De Capitani a dare voce al genio d’oltremanica sul palco dell’Elfo Puccini, in una rilettura decisamente gustosa e gradevole, in felice equilibrio tra il rispetto del testo e un pizzico d’innovativa ironia, che giustifica pienamente il successo di pubblico e critica che già l’aveva accolta al debutto un anno fa.
I due registi e scenografi privilegiano una linea di sviluppo che sottolinea la trama di conflitti e tensioni (tra sessi, tra generazioni, tra padroni e sottoposti) e di ambivalenze sottesa ai versi di Shakespeare soprattutto, come detto, nella produzione più matura, che tende ad approfondire l’indagine di una realtà ambigua, caotica, di cui non si riconosce più il confine con il sogno.
Il carattere di favola elegiaca rimane quello predominante: incantevole la leggerezza della festa della tosatura che fa da sfondo alle dolci dichiarazioni di Perdìta e Florizel, ingenuamente perduto nella sua follia amorosa. Il male subentra insieme alle ragioni del potere, mettendo a nudo la duplice natura che è di ogni personaggio, e che guida la vicenda stessa: all’arrivo sulle coste di Sicilia i gli amanti spensierati, vestiti di bianco e di fiori, appaiono due ragazzini con le vesti sgualcite, sballottati dal destino e incapaci di farci i conti.
Ma questa è già la seconda parte del dramma. La semplicità idillica dello scenario dell’incontro dei due giovani fa da contrappunto allo sfarzo della corte su cui si è sollevato il sipario, teatro dell’altra devastante follia che reggeva invece la prima metà, quella del re Leonte, e della sua unione spezzata con Ermione, a sua volta intrecciata con l’immaginata relazione con Polissene. Bruni riesce a ritrarre la profondità della descrizione della propria patologia, la delirante oscillazione tra odio e passione, mantenendo tuttavia nel personaggio una maestà che gli permette di dominare la scena fino al momento stesso in cui è costretto a riconoscere i propri errori: al termine del processo la sua è una figura tragica e paradossalmente eroica, lontana dalla totale irresponsabilità con cui è invece tratteggiato Florizel. D’altra parte non è un caso che il testo sia stato avvicinato (e il richiamo è particolarmente evidente in questa messa in scena) ad una tragedia per eccellenza, l’Alcesti euripidea, cui pare quasi di assistere nella riapparizione che chiuderà il sipario, dal tono solenne e con Ermione muta e velata di nero.
È particolarmente nella prima parte che si tende a far emergere la rilevanza nello svolgersi della trama delle due figure presentate come portanti, Ermione appunto, e Paulina.Terza dovrebbe essere Perdìta, il cui abbandono fa da ponte tra le due sezioni in una scena di toccante delicatezza; ma, seppur lievemente, si sente il peso del confronto con le altre due. Cristina Crippa porta abilmente la dama di compagnia della regina ad una spregiudicatezza dai toni diretti e popolari, senza tuttavia abbassarla a figura comica, alternandosi egregiamente con Elena Russo Arman nel monopolio dell’azione. La forza di quest’ultima ben si oppone, nel delineare una sofferenza lucida e padrona di sé, a quella di Leonte, fino al culmine dello scontro tra i due nell’agone del processo, sostenuto con vibrante passione.
Perfettamente congegnato l’alternarsi di luci e scenografie a suggerire i molteplici piani di lettura che troppo lungo e poco utile sarebbe spiegare. Unica pecca si trova forse nel personaggio del Tempo (un solo attore, a sostituire il coro che gli avrebbe destinato l’autore): le frecciatine dirette all’attualità e l’adozione per la sua parte di una traduzione costellata di termini moderni, la sua raffigurazione come manager senza scrupoli, finisce per stonare con una messa in scena che felicemente preferisce ambientare l’intera azione nel tempo in cui era stata immaginata, senza sovrapporvi riletture in chiave moderna –che peraltro mai giovano al successo di un’opera teatrale; anche se questo è parere personalissimo dell’autrice.

Maschere | Servo di scena

Commedia tra le più apprezzate in Inghilterra del drammaturgo contemporaneo Ronald Harwood (in Italia più conosciuto probabilmente per l’Oscar alla sceneggiatura de Il pianista di Polanski), datata 1980 per il debutto in patria e 1983 per l’adattamento cinematografico di Peter Yates: l’ultima messa in scena del Teatro de gli Incamminati, alla duplice guida del nuovo direttore artistico Luca Doninelli e del talento di Franco Branciaroli, ha fatto registrare –senza sorpresa– il tutto esaurito per due settimane nella sala del Grassi.
La vicenda, ricalcata dall’autore sudafricano su uno spunto autobiografico, si insinua tra le crepe di una mediocre compagnia shakespeariana della Londra del 1942, e nelle piaghe dell’indole fragile e istrionica del suo primo attore, nella sera della sua duecentoventisettesima interpretazione del Re Lear.
“Duecentoventisette volte, Norman! Duecentoventisette volte e non mi ricordo la prima battuta!”
Sir Ronald pare aver smarrito il senso di sé e della propria vocazione lungo la strada della decadenza fisica e mentale, ed interiore soprattutto, del vuoto di significato nelle ripetizioni meccaniche della quotidianità. Chi è Lear per lui, ora che alle ovazioni e ai giudizi osannanti della critica si è sostituito il mero peso del compito autoimposto? “Non fa che piangere”: sono le prime parole del dramma. Lo scacco tra la grandezza del mondo che porta sul palco e lo squallore della realtà ha soffocato nella meschinità i sogni che gli donavano le ali, quelle ali che invoca disperato, che ha perduto insieme al crollo delle sue ragioni: Lear non è più nessuno per Sir Ronald, perché non riesce più ad accogliere dentro di sé la sua voce al fianco di una Cordelia troppo vecchia, di un Matto ansioso e mediocre, di una tempesta che sembra “un rubinetto che perde”. Dopo tante rappresentazioni non solo la bassezza del reale, ma nemmeno la sublimità di Shakespeare per lui sono più abbastanza. Prima ancora della compagnia che lo incita ipocritamente a dare l’annuncio del ritiro, è lui stesso che di fronte allo spalancarsi dell’abisso quasi cede, per la prima volta nella sua interminabile carriera, alla tentazione di non presentarsi in scena.
Dall’altra parte c’è Norman, il fedele servo di scena, che pazientemente lo coccola e lo sostiene, e che, da vero gentleman inglese, trova inconcepibile che si dia forfait ad un pubblico che ha pagato il biglietto. Lo straordinario virtuosismo di Branciaroli, direttore ed interprete, che sembra lasciar trasparire di aver molto ritrovato di sé nella natura inastabile e maestosa del suo personaggio, portato in scena con maestria e toccante sensibilità, relega un po’ in secondo piano questa figura, su cui dovrebbe reggersi al contrario l’essenza stessa del dramma. Si ha l’impressione di una certa costruzione nella parte di Tommaso Cardarelli, che fa purtroppo smarrire il senso della gratuità dell’assistente, in cui humor inglesissimo ed impertinenza non dovrebbero oltrepassare il limite di reverenza e umiltà nei confronti del vecchio attore: alla morte di Sir Ronald Norman si vede perduto, come perduto si è scoperto l’interprete alla morte del senso del proprio lavoro.
Nel servo di scena si apre e si risolve la commedia che attraverso l’istrione Branciaroli si fa celebrazione del valore profondo del teatro come “lotta e sopravvivenza”: non nella tempesta simulata, ma sotto le bombe naziste Sir Ronald regala la sua ultima interpretazione, intrisa di passione e di malinconia, prima di andarsene con il sorriso sulle labbra. Il suo lascito è un estremo omaggio a quel mondo che lo ha tenuto in vita finché, al culmine della fatica, non è morto per esso.
A questo punto non è lecito tanto chiedere chi sia Lear per Sir Ronald, che è stato in grado di riconoscervi fino all’ultimo la forza di quegli ideali supremi che giustificano da sé la loro eternità, quanto piuttosto chi siano Lear e Sir Ronald, oggi, per noi. La gratuità di quest’arte, l’onore di averne parte (nel ruolo di interprete non meno che in quello di spettatore) proprio in quanto non ha altra ragione che se stessa, il suo farsi duplice specchio degli errori del mondo e della speranza in uno migliore, l’esperienza del teatro in una parola, nella sua assolutezza e unicità, non sono dissimili da quelle che vi poteva scorgere l’attore shakespeariano.
(Forse è solo perché abbiamo tutti ben altri pensieri, di questi tempi, che sono rimasti un po’ meno ad accorgersene.)

A Sound Relief | 50 Words For Snow (Kate Bush) | Eterei fiocchi di neve pianistici

Torna l’inverno, torna la neve, torna Kate Bush. Con un album che è un delicato e aereo traforo di piano e voce, in cui ogni nota di piano è un fiocco di neve, e la vellutata voce della regina delle cantanti-cantautrici amanti dello sperimentare una morbida coltre candida dove è bello sdraiarsi ad occhi chiusi.

La stagione fredda ormai è davvero solo luminarie, regali, riscaldamento a venticinque gradi, saldi, esagerati cenoni di capodanno? A sentire questo piccolo gioiello non si direbbe. E si percepisce già a partire dal titolo: 50 Words For Snow allude infatti, com’è poi più chiaro nella vivace title track (“Don’t you know it’s not just the Eskimo”) all’inesatta leggenda metropolitana secondo cui gli eschimesi userebbero diverse parole per chiamare quella che per noi è sempre soltanto neve. E come il primordiale popolo Kate Bush si riavvicina alla natura e in particolare al fenomeno atmosferico tipico della stagione invernale, lo scruta con attenzione, lo declina nel suo album in sette tracce – che pur seguendo lo stesso filo conduttore e pur essendo caratterizzate in generale da un timbro comune si differenziano bene tra loro – e in cinquanta parole nella canzone suddetta (molte delle quali sono peraltro inventate). Viene spontaneo pensare a foreste innevate e a poetici caminetti ardenti, nell’ascoltare questo album, e immaginarsi persi a seguire ogni singolo fiocco di neve alla prossima nevicata.

Del resto, il ritorno della mia cantante preferita rende magico quantomeno il mio dicembre: a sei anni dal precedente, Aerial, e a trentatré dal primo, The Kick Inside, il suo decimo album si rivela un punto di incontro proprio tra questi due, per le atmosfere tipicamente calme e introspettive del doppio del 2005 e per l’utilizzo massivo del pianoforte, che combinato con la sua rinomatissima voce l’aveva già resa nota nel 1978 con quella pietra miliare del “pop progressivo” che è Kick Inside. Quando ha debuttato aveva diciassette anni come me, e ora ne ha cinquantatré; ma lei ha sempre la sua bellezza giovanile e la sua voglia di sperimentare, anche se è indubbio che in questi ultimi due album abbia raggiunto una certa maturità compositiva – che non qualifica assolutamente come acerbi i lavori precedenti (figuriamoci!!), ma che traspare piuttosto in una estrema tranquillità e “stabilità” dei pezzi e anche della voce, che generalmente non sfrutta più appieno la sua estensione di quattro ottave per quegli effettoni tipici di lei; in altre parole, ascoltando un album come Aerial in particolare mi sembra facile pensare che il nirvana esista e che io sia lì lì per arrivarci.

50 Words For Snow si differenzia da quest’ultimo innanzitutto per un’abissale dislivello nella quantità di tracce (16 tra i due cd di Aerial contro le 7 di 50 Words For Snow, benché ognuna duri in media 8/9 minuti), ma anche per la strumentazione (meno varia qui rispetto ad Aerial) e per la presenza di canzoni più energiche e movimentate (praticamente assenti nel precedente); inoltre questo album deliziosamente invernale può considerarsi un complemento al secondo cd di Aerial, che descriveva invece una giornata d’estate.

Un’altra particolarità di 50 Words For Snow è la presenza di numerosi cantanti “ospiti”: le tracce in cui Kate canta da sola, di fatto, sono solo due. Tra i nomi spiccano quello di Elton John per Snowed In At Wheeler Street, che parla di una suggestiva quanto visionaria storia d’amore tra i due protagonisti incontratisi sempre durante tragici eventi (quali la seconda guerra mondiale e la caduta delle Torri Gemelle), ed il figlio tredicenne della cantante per la prima traccia, Snowflake, dolce canzone costruita su una base pianistica semplice ma efficace, in cui la vocina ancora bianca di Albert è quella di un fiocco di neve che racconta il suo viaggio.

Il singolo estratto dall’album è, devo dire, il brano che mi piace di meno, cioè Wild Man: il piano lascia il campo a tastiere, batteria e campane e, con un ritornello abbastanza difficile da deglutire le prime volte a causa della voce (rimaneggiata) di tale Andy Fairweather Low, si canta dell’umanità dello yeti inseguito sull’Himalaya (con una puntualità di toponimi che è notevole). A questo punto, visto che tanto ne mancano solo tre, cito tutte le canzoni restanti: Lake Tahoe, in cui fanno la loro parte due cantanti lirici, racconta di una leggenda inventata da Kate Bush secondo la quale il fantasma di una donna emergerebbe dal lago americano per chiamare a sé il suo cagnolino Snowflake, e ha anche i suoi sopportabilissimi attimi di dissonanza; Among Angels, che chiude l’album, è uno dei due pezzi in cui Kate canta da sola (che sollievo, che delizia!) ed è l’unico in cui piano e voce si intrecciano lentamente e sommessamente senza altri strumenti; Misty, infine, parla della storia tra la voce narrante (che anche qui è solo di Kate) e un pupazzo di neve, da lei amorevolmente creato ma destinato a sciogliersi al termine della notte e della canzone, in un tenue crescendo di voce soave, piano, archi e accenni di batteria, e finora è la mia traccia preferita (nel caso interessasse a qualcuno).

Gli intenditori e gli apprezzatori della buona musica sicuramente devono ascoltare questo album, ma lo consiglio di cuore anche agli amanti del lato lirico dell’inverno (ci sono, ci sono!) e a tutti quelli che si sono lasciati sedurre dalla prima parte di questa recensione. Beninteso che non dovete essere tra coloro che si scoraggiano subito nel vedere che una canzone dura dieci minuti…

A Sound Relief | Ceremonials (Florence + the Machine) | Caleidoscopico pop in bilico tra gotico e barocco

Un album che inizia con arpeggi di piano immersi in un’atmosfera surreale ed una frase come “And I had a dream”, è tutto un programma – senza contare che è uscito ad Halloween. Una volta ascoltato tutto, poi, e una volta riascoltato e riascoltato molte volte finché le canzoni si sono fissate nella mia memoria, sarebbe stato difficile non confermare l’idea che si era insinuata nella mia mente già a partire dall’incipit, e cioè che mi trovavo davanti a qualcosa di estremamente affascinante e ben riuscito.

I Florence + the Machine sono una di quelle band a cui chiunque associa automaticamente il termine indie. Ora, posto che non ho ancora ben capito cosa si intenda con indie, che comunque non intendo classificare nessuno degli artisti che ascolto in questo modo neanche se lo fossero, e che tra i nomi emergenti della buona musica (=no Lady Gaga, Katy Perry, diggei vari etc. etc. etc.) quello dei Florence + the Machine è sicuramente uno dei più noti, non esiterei a ripudiare questa misteriosa etichetta anche nel loro caso. Personalmente li definisco piuttosto pop-rock, con sfumature altèrnativ, certo; anzi, per quanto riguarda questo album direi barocche: il loro utilizzo di archi, cori, organo da chiesa e strumenti più vintage del normale (forse è questo che vuol dire indie… boh) è epico, le loro armonie non troppo semplici e le melodie variegate ottime, i testi niente male.

La band britannica, capitanata dall’idolo delle masse (appunto: indie?) Florence Welch, ha sfondato nel 2009 con Lungs, bellissimo album ritmato e molto più essenziale del secondo appena uscito: forse per questo Ceremonials ad un primo impatto mi ha colpita di più. Ceremonials è uno stuccato inno alla vita, per quanto le venature dark spesso prevalenti possano farlo suonare un po’ cupo, troppo profondo per spingere a godere davvero di ogni attimo senza pensare alle conseguenze.

Ritmato anch’esso, poliedrico nella sua varietà di temi, toni e ritmi ma dotato di un imprinting unico e particolare, sono assai propensa ad aggiungerlo alla lista delle (mie) perle, ossia quegli album artisticamente notevoli, contenenti una percentuale minima di canzoni che mi si fissano in testa e che musicalmente parlando hanno un loro perché, che nel loro spettro di atmosfere riescono, appunto, ad essere comunque unitari.

La voce di Florence è potente e merita di essere paragonata a quella di Kate Bush (che naturalmente è il punto di riferimento in materia di voci femminili non-liriche a partire dagli anni ‘80 in poi), e unita all’estro suo e degli altri membri della band è in grado di regalare autentiche emozioni a chiunque sia dotato di orecchie e cuore. I testi toccano anche argomenti inusuali: Only If For A Night, meravigliosa e onirica traccia d’apertura, parla di un sogno in cui alla cantante sarebbe apparso il fantasma della bisnonna, con un ritmo solenne ma quanto mai “fresco” e accattivante; What The Water Gave Me (e il titolo è quello di un quadro di Frida Kahlo), struggente e forte malgrado l’utilizzo di uno strumento delicato come l’arpa, ricorda il suicidio di Virginia Woolf, affogata in un fiume dopo essersi riempita le tasche di sassi (“Let the only sound be the oooooveeeeeeeeeeeerflooooooooooow”). E poi naturalmente ci sono le solite canzoni d’amore più o meno felice, la celebrazione della vita e della giovinezza e così via – il tutto affrontato nel modo ottimale che ci si aspetterebbe da una venticinquenne a metà tra il popolare di facile ascolto ed il “diverso”.

Ogni canzone meriterebbe una breve descrizione per l’originalità propria di ciascuna rispetto alle altre, ma cercherò di limitarmi: Shake It Out, il singolo che ha preceduto l’album, è costruita sull’organo e canta di scuotere via i demoni del passato ma con note gioiose piuttosto che autocommiserative, e in questo è assai ammirevole; Never Let Me Go si svolge sott’acqua, e l’oceano è una gotica cathedral where you cannot breathe che stringe la cantante in un saldo abbraccio calmante e rende la sua canzone subacquea e sognante; No Light, No Light, secondo singolo, è ritmata quanto orchestrata e tuttavia in tonalità minore: l’effetto è quello di una singolare canzone d’amore dai mille riflessi, passionale e poetica (“In your bright blue eyes I never knew daylight could be so violent”); Seven Devils, cupa e misteriosa, e la subito successiva Heartlines, veloce e allegra, costituiscono una bella accoppiata; Spectrum, il capolavoro assoluto dell’album, ha modo di farci capire di che pasta è fatta la voce di Florence fin dall’inizio, quando essa è accompagnata solo dagli archi e arriva ben in alto, si sviluppa poi in un crescendo di ritornelli batterizzati che fanno venir voglia di ballare sotto un arcobaleno di raggi di luce.

Consigliatissimo a tutti, tanto più se vi piacciono le belle voci e la musica non fatta al computer: che cerchiate qualcosa di drammatico o qualcosa di brioso, di lento o di ritmato, Ceremonials is the answer, e pure di ottima qualità.

Maschere: L’uomo prudente

Forte del successo della riuscitissima messa in scena di Emiliani de La bottega del caffè a chiusura della scorsa stagione, il teatro Carcano propone stavolta L’uomo prudente, testo dell’ultimo e più fecondo periodo della produzione di Carlo Goldoni: la tragicomica vicenda della famiglia de’ Bisognosi si colloca all’inizio della riforma vera e propria verso la commedia di carattere, descrivendo i personaggi, e i loro incontri/ scontri, con un certo livello di approfondimento psicologico che cancella i tipi fissi del precedente teatro di improvvisazione. A partire dallo stesso protagonista Pantalone, particolarmente caro all’autore in questo intervento di profonda trasformazione: tradizionalmente tirchio e gaudente, il mercante veneziano è qui ritratto nelle vesti di equo e magnanimo padre di famiglia, attento più che avaro, e colto nella preoccupazione per la condotta della moglie e del figlio, che hanno “fatto diventare la sua casa un bordello”.

Lo sguardo acuto e critico del drammaturgo entra al solito nel microcosmo di una famiglia borghese e ne indaga con un sorriso la verità nascosta di tensioni e contraddizioni: l’ironia come mezzo di analisi delle dinamiche della realtà è la premessa generale che qualunque spettatore medio ha in mente a proposito di Goldoni.

Eppure, in questo adattamento di risate ne spuntano poche: l’unico personaggio veramente comico pare, in fin dei conti, l’eternamente affamato Arlecchino, che non riesce a trattenere una frecciata nemmeno in faccia ai gendarmi che lo portano via, levandogli di sotto il naso a un tempo la donna e la cena. Persino l’altra servetta complice, Colombina, appare cinica e a tratti infida- un riflesso plasmato dalla padrona. La moglie si impone fin dal primo atto sulle scena e la domina fino alla fine, non tanto per l’ovvio ruolo di orditrice del delitto sventato e burattinaia della rete di inganni alle spalle del marito, quanto soprattutto per l’interpretazione vibrante e decisa della bravissima Federica Di Martino, che fa rivivere una Beatrice intrisa di frustrazione e odio represso, in cui sono marcati inappagamento, femminile crudeltà e lacerante desiderio di libertà e di rivalsa piuttosto che una scontata propensione per la frivolezza e il sollazzo amoroso.

L’interessante regia di Franco Però toglie a Pantalone la maschera e la parlata dialettale, spogliandolo delle caratteristiche prerogative e proponendo un Paolo Bonacelli nel ruolo di padre e marito avveduto, esponente-tipo della morale del ceto mercantile veneziano, imperniata sui valori della laboriosità e dell’onore, e in virtù della sua saggia accortezza alla fine trionfatore: “La prudenza insegna al bon nocchier a schivar i scoggi delle disgrazie e trovar el porto della vera felicità”.

In più, Però costruisce una scena che si propone di innovare l’immagine canonica delle ambientazioni borghesi goldoniane, trapiantando trame e inganni in uno spazio spoglio e minimalista, uno sfondo di tende effettivamente adatto a sottolineare a sottolineare l’intrecciarsi di sotterfugi e dissimulazioni che minano alle radici la sicurezza (e l’onore!) di Pantalone; e soprattutto evidenziano efficacemente il confronto incessante tra individuo e ambiente che costituisce tanta parte del Goldoni maturo. Le continue entrate e uscite di scena dei personaggi calano la vicenda in un’atmosfera caoticamente vivace e vorticosa, che fa da contrappunto al buio progressivo, sul palco e nei personaggi stessi. L’illuminazione va calando gradualmente insieme all’insinuarsi dei sospetti e al crescere delle tensioni con la moglie, fino a raggiungere il culmine nelle scene della progettazione e soprattutto della messa in atto del tentato omicidio, delineate con i tratti inquietanti di un giallo, e a spegnersi del tutto sopra Ottavio e Beatrice dietro le sbarre al cospetto del tribunale. A dire il vero, pare più un adattamento da Agatha Christie che da Goldoni: un noir a lieto fine- e neanche tanto in realtà, perché la forza della Di Martino e l’originalità di Bonacelli dipingono il trionfo di Pantalone ancora come una malaccetta imposizione.

L’intento di ridare senso ad un autore abusato e ormai riletto in ogni maniera possibile è ammirevole, e in questo a Però e Bonacelli va riconosciuto un indubbio merito: è una versione ricca di spunti e per nulla banale. Ma qualche dubbio permane. Sul pericoloso confine tra rendere vivo un testo e travisarlo con un’eccessiva intromissione, qui è un po’ troppo serio il rischio di inciampare, e poca giustizia si rende al drammaturgo settecentesco: alla fine della rappresentazione rimane più il sapore di giallo abilmente congegnato che la leggerezza di una commedia goldoniana.

A sound relief: Biophilia – Björk | Bjösintesi tra amore per la natura e marketing

La prima volta che ascolto Biophilia è una sonnacchiosa domenica mattina, e mentre il mio super lettore di cd lo diffonde per tutta la casa io faccio in tempo a mettermi la maglietta al contrario, a lavarmi i denti due volte senza neanche accorgermene e a rendermi conto dopo un bel po’ che non vedevo niente dello schermo del computer perché non mi ero ancora messa le lenti a contatto. Sarà stato solo sonno, direte voi; sì, boh, può darsi. Anche il mio pc, comunque, sembra sconvolto e dà i numeri, più del solito intendo; ok che ha Vista, però.
Biophilia, in effetti, ha tutte le carte in regola per rendere la realtà fatiscente e surreale, cosa che del resto Björk è sempre stata piuttosto brava a fare, e non solo per la voce che si ritrova. A quattro anni di distanza dal precedente Volta, gli ingredienti principali di questo crystalline charm sono: arpa (incorporata nel vestito, vedi la copertina dell’album), organo, voci, gameleste (uno strumento che unisce gamelan e celesta, inventato dalla cantante stessa, dal timbro simile a quello di un carillon), melodie dolcissime e armonie dissonanti e a tratti monotone.
Molti hanno parlato di questo atteso album come di un nuovo Homogenic (forse il suo migliore, che nel 1997 l’ha consacrata al mondo della musica elettronica con dieci pezzi assolutamente perfetti), ma personalmente non mi sembra proprio raggiungere quel livello. Ci vedo piuttosto retaggi di Vespertine, del 2001 (molto melodico e ricco di delicate architetture di carillon) e di Medúlla, del 2005 (il picco della sperimentazione: un album completamente a cappella, cioè senza altro strumento che le voci campionate in modi diversi, caratterizzato da armonie incerte e non di facile ascolto); definirei quindi Biophilia una specie di ‘patchwork’ di Björk in cui canzoni che sono una delizia per l’udito si alternano ad altre cupe o incalzanti non proprio piacevoli.
Essendo voi appassionati grecisti, il titolo vi avrà acceso qualche lampadina e capirete già il tema portante dell’album: esattamente l’amore per la vita, intesa come natura con tutto ciò che ne consegue; le atmosfere suggestive e sognanti (o inquietanti) dei brani fanno da sfondo dunque a frequenti accenni o metafore relative a corpi celesti e fenomeni fisici, ma anche ad aspetti più microscopici della natura, come si nota già da titoli quali Moon, Thunderbolt, Cosmogony, Dark Matter, Virus e Solstice. La dualità di sensazioni che suscita l’ascolto dell’album, in questo senso, può essere messa in relazione con i sentimenti che la riflessione su questi temi può provocare: da un lato c’è l’armonia della natura ed il piacere nel constatarla, dall’altro il fastidio per l’intervento intrusivo dell’uomo (We are the Earth intruders…) o la tensione per non poter conoscere tutto ciò che ci circonda.
L’uscita del cd è stata accompagnata da un marketing spaventoso: innanzitutto si è sottolineato molto il fatto che Biophilia sia stato “il primo album con un corredo di app per iPod e iPad”, di cui ho scaricato la cosiddetta app madre (l’unica gratis). Questa è sicuramente un gioiellino della programmazione, ma nulla di troppo esaltante; un’idea interessante quanto sicuramente superflua ai fini dell’apprezzamento della musica in sé. Poi, chissà, magari quelle a pagamento…
Un altro esempio di marketing molto più eccessivo è la ‘ultimate edition’, una versione ultra-limitata (200 copie) di Biophilia che è stata disponibile solo sul sito in prevendita per l’abbordabile e confacentissimo prezzo di (aprite bene le orecchie, anzi gli occhi) 573 €. E tutto questo per una scatoletta di legno e dieci diapason colorati tarati ognuno sulla tonalità di una traccia…! Non commento che è meglio, anzi, torniamo alla musica ché mi sono dispersa in dettagli secondari e rischio di farvi passare l’ultima Björk per un’avida sanguinaria, mentre certamente se il suo obiettivo fosse unicamente quello di guadagnare (che nel campo della musica trovo deprecabile e per questo continuo a parlare male di MTV etc., en passant) basterebbe soltanto che facesse musica più banale.
Vi cito anche qui le mie canzoni pref… ehm, quelle più significative: Thunderbolt (leggere il testo!), che si regge su accordi di organo accompagnati dal Tesla coil – un altro strumento ideato da lei, che sfrutta la bobina di Tesla per produrre suoni – e dal coro che rende l’armonia, a tratti, piacevolmente dissonante; Crystalline, il singolo che ha anticipato l’uscita dell’album ma che di certo non ne è la traccia migliore (priva com’è di una linea armonica ben definita) né la più rappresentativa (per quanto parta con il tipico gameleste); Dark Matter, in cui accordi di organo apparentemente (forse…) senza consequenzialità e strani vocalizzi della cantante accompagnata dal coro creano un’atmosfera piuttosto angosciante; Virus, che non riesco a non definire una canzone ciccina (scusatemi) per il suo mix di gameleste, arpa, voce splendida di Björk e melodia e testo incantevoli; Sacrifice, che è forse, certamente per il testo, la canzone che meglio incarna lo spirito di tutto l’album (“Build a bridge to her, initiate a touch before it’s too late”, dove ‘her’ è, direi, la Terra).
Consiglio di dare un’ascoltatina a questo album a chiunque apprezzi musica fuori dagli schemi, ‘strana’ – in senso buono, ovviamente: la musica normale è spessissimo anche noiosa… Se ascoltate musica elettronica (Crystal Castles, …) poi siete già a un buon punto di partenza, e di certo non ve ne pentirete (anche se altri suoi album valgono ben di più la pena, eh).

A sound relief: Evanescence | La porta si riapre, ma i ghirigori dorati non ci sono più

Il titolo della mia nuova rubrica musicale è anche quello di un DVD dei miei amati Gathering (sono una band, sì, anzi, sono LA mia band preferita e non esiste musica più sopraffina al mondo. Almeno a sentire il mio parere), e per una serie di motivi ne esprime bene il contenuto. Innanzitutto si tratta di recensioni di album, ma non di album a caso: di album che piacciono a me, o insomma, di album di artisti che piacciono a me. In questa era in cui su MTV o alla radio gira in gran parte la stessa musica che sentite in discoteca, e in cui sui vostri iPod da 32 giga ci saranno massimo cinquecento canzoni, e tutte hit degli ultimi due anni (che spreco, che spreco; poi voi siete simpaticissimi eh, ma che spreco), questi artisti che piacciono a me sono per i miei sensi adolescenziali un sollievo, e per la mia mente annoiata “un antidoto al vuoto dell’esistenza”, e, bene, che vi frega? Semplicemente vorrei potessero esserlo anche per voi, tanto più se la musica la ascoltate col cuore (ed eventualmente col cervello, ma ai fini che interessano a me è di certo secondario) e non solo con le orecchie.
Nota sui miei commenti “tecnici”: studio composizione da un po’, qualcosa ne so; magari c’è qualche termine che non comprendete appieno ma punto più su ciò che esprime l’album che sull’abilità tecnica, appunto: credo che una visione d’insieme sia accessibile a tutti. Buona lettura! Oh e non preoccupatevi se ogni tanto sclero un po’, in effetti non sono recensioni molto serie dal punto di vista stilistico, ma l’importante è esserne consapevoli. Bye bye.

Un tempo, come tutte le tredicenni che passano da Avril Lavigne ai Nightwish e si sentono goTHiKe, adoravo smodatamente gli Evanescence e ascoltavo praticamente solo quelli; ora (anche col fatto che per rendere giustizia al proprio nome fanno un album ogni morte di papa) li avevo persi un po’ di vista, ma il nuovo album mi si impone all’attenzione.
Intitolato – con grande dispendio di fantasia e inventiva – Evanescence, in esso prevale la loro atmosfera tipica, appunto quell’atmosfera un po’ greve e depressa, ma non troppo rumorosa o lenta o arzigogolata, che affascina facilmente ragazzine/i alle soglie dell’adolescenza (che, checché se ne dica, i suoi bei momenti depressi ce li ha in abbondanza). I pezzi sono distanti da The Open Door (l’album “subito” precedente, del 2006): anche se mantengono il mood inc…zoso piuttosto che quello lagnoso tipico di Fallen – la perla del 2002 che li ha resi famosi con Bring Me To Life eccetera – , non sembrano raggiungere la varietà di sentimenti espressa in The Open Door; le melodie e le armonie sorprendono raramente e costituiscono per questo brani piuttosto facili da ascoltare, sempre che non vogliate canzoni d’amore con lieto fine o avete capito insomma. Non spicca più né l’uso degli archi e del piano che esercitavano invece un ruolo importante soprattutto in Fallen, né quello dei “ricami” che riempivano ogni singolo secondo di The Open Door; protagonisti assoluti sono qui la batteria ed il solito armamentario di chitarre (due) e basso, naturalmente con la bellissima (ma anche troppo idolatrata, ripeto; Anneke van Giersbergen…*) voce di Amy Lee che in occasione di questo album ha pure imparato a suonare l’arpa. L’effetto è abbastanza scontato, ma metallico e potente, a parer mio perfetto per passare l’inverno.
I testi parlano dei soliti argomenti di cui parlano le canzoni, anche se ogni tanto salta fuori qualche frase da segnarsi: amore andato a male, amore che non funziona, amore con problemi di comunicazione, temi depressivi assortiti, rapporto difficile con il passato, nonsicapisce; sinceramente il libretto è scritto molto piccolo e non ho ancora avuto abbastanza voglia di accecarmi da leggerlo tutto con troppa attenzione.
Tra le canzoni segnalo What You Want, il primo singolo estratto, iroso, potente e impreziosito da “virtuosismi” vocali (do whatyouwhatyou want); The Change, che parte con la voce vellutata che Amy sa fare benissimo e si trasforma in un altro pezzo forte, doloroso e tendente allo struggente; Erase This, non particolarmente originale ma colma della potenza vocale della cantante nei ritornelli; Swimming Home, brano di chiusura della versione standard, molto calmo, che dà libero sfogo alla capacità di Amy sia per quanto riguarda la voce sia, finalmente, per l’arpa, che accompagna tutta la canzone conferendole un sound diverso dal solito, perfetto prima di addormentarsi; infine la bonus track Secret Door, di nuovo tranquilla e costruita su un fantastico intreccio piano-arpa-archi-più voci.
Inutile dire, anche perché l’ho già detto all’inizio, che se siete attratti dalla branca dark della musica ma non avete mai ascoltato nulla (mi rivolgo soprattutto ai più giovani, però non è mai troppo tardi…) gli Evanescence sono perfetti per cominciare, e questo album costituisce certo un ponte facile da attraversare e un passaggio “soft” dal pop/rock al gothic/dark/chi per esso. Anche se siete dei rockettari convinti (insomma, poi si sa che al giorno d’oggi i rockettari ascoltano Green Day e simili) questo album non farà fatica a piacervi per l’energia e il ritmo della gran parte delle canzoni. Poi, se avete gusti più sofisticati, vi conviene passare alla prossima recensione.

*Vediamo se indovinate chi è. (È l’ex cantante dei Gathering, ma va’?)

Recensioni al cinema: A dangerous method

A Dangerous Method è un film che tratta le vicissitudini della vita lavorativa del dottor Carl Gustav Jung, uno dei “pupilli” di Sigmund Freud, il fondatore della psicanalisi. Egli conosce una sua paziente che poi riuscirà a guarire e di cui si innamorerà perdutamente, tradendo anche sua moglie per soddisfare il suo desiderio. E’ proprio questo il punto di forza della prima parte della narrazione: il tormento di Jung nel comprendere cosa sia bene e cosa sia male, quasi ammattendo a sua volta. Del resto lo stesso Freud gli dice che non esistono persone veramente sane. Nel secondo periodo, la trama si concentra maggiormente sul rapporto conflittuale tra il mentore e il discepolo, ovvero Freud e Jung. Il vero problema della pellicola è l’inaccessibilità per un non addetto ai lavori alla comprensione dei discorsi trattanti proprio la psicologia, che sono probabilmente anche le più significative, per un esperto. Ma, se non siete “esperti” vi sconsiglio di aspettarvi di apprendere i massimi sistemi della psicologia. Assisterete a una discreta storia d’amore e comprenderete come sia nata la psicoanalisi. Nient’altro. Certo, non è proprio un argomento di scarso interesse, ma da un cast del genere ci si sarebbe potuti aspettare qualcosa di più. In effetti stiamo parlando di Michael Fassbender, principalmente noto per l’interpretazione di Stelios, uno dei compagni di Leonida in 300, che qui vediamo nel ruolo del protagonista; Viggo Mortensen, Aragorn ne Il signore degli anelli e qui Freud; infine della (solitamente) bravissima Keira Knightley, che interpreta la malata di mente (che in seguito diventerà a sua volta una psicoanalista), che stranamente si rivela assolutamente poco credibile, soprattutto nelle scene iniziali.
Non aiuta un’organizzazione della storia un po’ confusa, con personaggi piuttosto importanti che improvvisamente spariscono dalla storia per essere solo citati di nuovo ogni tanto dagli altri personaggi.
CONCLUSIONE/I: Tirando le somme otteniamo un film dedicato maggiormente a chi ha una cultura nell’ambito della psicologia. Per tutti gli altri si tratta di una vicenda curiosa e interessante, ma svolta in maniera abbastanza confusionaria. Va detto che Jung e Freud sono caratterizzati davvero molto bene.

Trailer ufficiale del film

Recensioni al cinema: L’alba del pianeta delle scimmie

Film interessante.
Racconta la storia di uno scimpanzé usato per testare un medicinale contro malattie cerebrali; da cucciolo sfugge al laboratorio per la mal riuscita degli esperimenti e vive con uno scienziato e suo padre che, passando gli anni, si rendono conto che ha capacità intellettive di gran lunga superiori alla norma. Verso la fine questa convivenza forzata sfocia in una rivolta da parte di tutte le scimmie usate per il progetto che rivendicano i loro diritti troppo spesso violati.
In generale mi è piaciuto, non è il classico film animalista “salviamo gli animali” ma è molto di più: vengono usati vari punti di vista e non solo quello di Cesare (lo scimpanzé); spiega come molto spesso è difficile fare la cosa giusta quando la società in cui viviamo la considera assolutamente anormale.
E inoltre mi ha colpito quando Cesare spiega a Will che pur volendogli bene la cosa migliore era lasciarlo andare: la reazione di Will non è stata un “vai e goditi la vita” ma un “buona fortuna amico mio” perchè pur soffrendo capisce che è più importante ciò che è necessario per Cesare rispetto ai suoi sentimenti.
Non è la prima volta che vediamo nel cinema il rapporto conflittuale tra creatura e creatore, anche se l’esito non è così tragico come nel famoso Frankenstein di Kennet Branagh in cui la creatura sentendosi abbandonata reagisce con la massima violenza; una differenza sostanziale è il fatto che Cesare non era solo e ha affrontato il problema insieme ai suoi simili.
A voi il dilemma: uno scopo nobile raggiunto attraverso un mezzo ignobile. Machiavelli cosa avrebbe risposto? L’amore verso un padre già condannato sarebbe un implulso tanto forte da superare certe barriere morali. Non stiamo parlando di pellicce e neanche di cosmetica ma di un farmaco che avrebbe cambiato la storia dell’umanità. Il fine giustifica i mezzi?
CONCLUSIONE: In generale è un film che trasmette in maniera molto leggera uno dei tanti interrogativi dell’odierna società. Vale molto di più di quanto sembra e lo consiglio. Casting valido, qualità elevata (viene usata la stessa tecnologia di Avatar) tanto da dare espressioni umane ad animali. Buona visione.

Trailer ufficiale del film

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