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Una piccola storia ignobile

Appoggiai il piede sinistro a terra, sull’asfalto. Fu quello il primo passo che feci sul territorio francese. Inspirai, inalando l’odore del porto. Soffiò una leggera brezza, e mi parve di vivere un sogno. Mia figlia mi teneva per mano, sul viso le leggevo la stanchezza di un viaggio durato giorni. Mia moglie invece girava quasi su se stessa, come per catturare più immagini possibile. Mi sentivo euforico, ma un po’ spaesato. Un benzinaio riempiva il serbatoio di un motoscafo, un gabbiano se ne stava altezzoso sull’albero maestro di una barca a vela, lo stereo di un bar vicino echeggiava. Entrai in un bar, ripetendo mentalmente una delle poche parole che ero riuscito a memorizzare in francese. ”Cartes?” chiesi al barista, che dall’accento probabilmente capì che non ero del luogo e mi indicò uno scaffale pieno di pubblicità e di cartine della città. Ringraziai con un sorriso e uscii trionfante e soddisfatto della mia prima prestazione linguistica.
Mi lasciai cadere sul letto, stanco morto, ma ancora una volta ottimista. L’albergo che avevamo scelto era in prossimità del porto, economico ma per noi accettabile. La bambina dormiva da un pezzo, io accesi la televisione, constatando in poco tempo che sfortunatamente non si parlava di cartine geografiche.
La notte passò in fretta, complice probabilmente la stanchezza. Grazie ad una ricca colazione recuperammo un po’ le forze, per poi trovarci nuovamente catapultati in un altro luogo: la stazione. Lì una quantità incalcolabile di persone correva da un binario all’altro, saliva di corsa sulle carrozze, si urtava. Ci sentivamo ancora una volta fuoriluogo. Un po’ giocando d’azzardo indovinammo il treno giusto, diretto verso la nostra ultima tappa: Parigi. Capitale europea, città romantica, caotica, francese. Le mie informazioni erano alquanto limitate. CI sistemammo così in uno scompartimento a sei posti. Di fronte a me un uomo sparuto, sulla cinquantina, che leggeva un giornale locale (conclusione che trassi dal titolo ”Marsiglia” ). Silenziosamente, il treno partì, accelerando gradualmente mentre salutavamo con lo sguardo la città che ci aveva appena ospitato. Il signore di fronte a me ripiegò il quotidiano, e per la prima volta da quando eravamo entrati diresse lo sguardo verso di noi. ”Italiens? Grecs?”. ”Romeni” risposi io sfoggiando il discutibile frutto dello studio della lingua inglese. ”Siete in vacanza?” ribattè interessato. ”Andiamo a visitare parenti”. Non rivelai il nostro vero fine, emigrare, ma gli raccontai del nostro viaggio. ” Siamo partiti dal nostro paese circa dieci giorni fa. Abbiamo soggiornato in vari posti prima di arrivare a Marsiglia: abbiamo attraversato la Serbia, l’Adriatico e l’Italia. Con due differenti traghetti ci siamo spostati prima verso la Corsica e infine nel grande porto di Marsiglia. Abbiamo aspettato lì un giorno e.. eccoci qui” e chiudendo sorrisi. ”Sarete stanchi, spero che la Francia si riveli accogliente”. Questa seppur breve conversazione ci rincuorò, e aumentò il nostro ottimismo e le nostre aspettative.
Chiusi gli occhi e mi immaginai la nostra vita di lì a un mese, con un lavoro, una cittadinanza, una speranza, un futuro, la libertà. Mi addormentai.
Dopo undici giorni di viaggio, distrutti, eravamo accolti da mio cugino, che ci abbracciò e baciò tutti. Mia moglie si commosse. Ci fece accomodare nella sua macchina, mise in moto e ci avviammo, anche se non sapevamo ancora per dove. Feci una sintesi più approfondita della nostra avventura attraverso l’Europa, i problemi linguistici, le impressioni, e lui ascoltò attentamente. Dopo circa mezz’ora arrivammo. mi guardai intorno. Il paesaggio si presentava come un insieme di roulotte in ordine sparso. Fuori c’era molta gente, bambini che giocavano, non c’era asfalto. La speranza non moriva.
Le settimane passavano in fretta, io mi ero trovato un lavoro in un’impresa di pulizia, mia moglie pure. Imparavamo il francese. Avevamo intenzione di avviare nostra figlia verso una scuola, ci tenevamo, ma volevamo aspettare. Vivevamo in una comunità di connazionali, e la nostalgia di casa diminuiva. Eravamo felici.
Giunse il 2 settembre 2010. Sui giornali in quei giorni si parlava di rom, di espatrii, ma la situazione non era molto chiara. Accadde. Mia figlia giocava davanti a casa, mia moglie stendeva il bucato. Io mi rilassavo, seduto sugli scalini della roulotte. Vidi avvicinarsi qualcuno. Poliziotti e guardie di finanza riuscii a capire. Poi fu il caos. Ci furono scontri verbali, poi fisici, infine arresti. Strinsi a me la mia famiglia, che come me era in uno stato tra l’incoscienza e la paura. Continuavo a non comprendere. Ci portarono alla stazione. Poi tutto ci fu spiegato. ”Per decreto presidenziale, si è deciso di rispedire gli immigrati senza permesso di soggiorno nei paesi d’origine. Pertanto verrete condotti prima al porto di Marsiglia e infine in Italia. Da lì ritornerete in Romania”.
Come una cartolina rispedita al mittente perché senza francobollo, ci trovammo ad affrontare l’esasperante viaggio che ci aveva dato speranza, nel senso opposto. Torneremo in Romania, nella vecchia abitazione , nella medesima situazione nella quale l’avevamo lasciata: niente lavoro, niente futuro. Da qualche giorno siamo a Roma: chissà, potremmo tentare di fermarci qui, se non fosse per come ci guardano gli italiani…

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