Archivio delle Categorie: esperienze

Una zabaioniana agli antipodi | Hokey pokey, tuniche alla Harry Potter e suono di cornamusa -

9 Novembre 2010: ultimo giorno di scuola… Prima ora, a chimica, un “esperimento” culinario: preparare (e poi mangiare!) l’hokey pokey, dolcissimo impasto di golden syrup e zucchero, fuso a fuoco lento, e reso istantaneamente croccante come una patatina da un cucchiaino di bicarbonato di sodio. (Niente di pericoloso, provate a casa, è buono!) Cambio d’ora: dieci minuti di group classes prima dell’intervallo. Qualche comunicazione, e poi dolce far nulla seduti in compagnia di una quindicina di ragazzi di tutte e cinque le classi di età della scuola. Intervallo: la gente si disperde, fra bar, tavolini da picnic e campi da giochi. Quasi tutti sgranocchiano uno snack. Qualche ragazza si distende al sole sperando di inscurirsi le gambe per una ventina di minuti, prima che la campanella suoni di nuovo.
Seconda ora: matematica. Tempo di ripasso: ci vengono date risme di fotocopie di esami degli anni passati. Le lezioni sono all’ultimo giorno, ma non è ancora finita: fra una settimana ci toccano gli esami. Scritti esterni che fanno un po’ paura a molti studenti che dopo un rilassato anno scolastico si ritrovano alle prese con una mole di studio che li constringe ad un rush finale.
Terza ora: teoricamente avrei “sports and rec” (così chiamano educazione fisica), ma oggi è l’ultimo giorno, e bisogna prepararsi per la cerimonia di stasera. Prizegiving: la premiazione dei primi tre studenti di ogni anno di ogni materia (vouchers del valore di circa 20 euro, o addirittura coppe per i primi classificati e certificati per gli altri), di fronte a genitori e membri della comunità… Un evento a quanto pare molto importante, per il quale è necessario fare delle prove. I posti a sedere di chi riceverà un riconoscimento sono programmati dal primo all’ultimo: la gente si alza in ordine, sale sul palco, stringe la mano del preside, scende dal palco, fa il giro del salone e torna al proprio posto. Riceviamo raccomandazioni sull’orario e il vestiario richiesto: uniforme scolastica con camicia bianca e cravatta per i ragazzi. Ordinata e stirata, ci raccomandano.
Un’altra campanella: pausa pranzo di 25 minuti, e poi di nuovo tutti in aula magna, a provare l’inno nazionale e quello del college. (Sì, hanno un inno scolastico, l’inno del Rangitikei college, che si canta in assemblea quasi ogni martedì!) Bisogna cantare con orgoglio ad alta voce, alzandosi in piedi in posizione fiera. Il preside chiama “school stand!”, e poi “take a seat” qualche decina di volte. Alzarsi, sedersi, alzarsi, sedersi… Tutto deve essere perfetto.
I ragazzi del penultimo anno (year 12) hanno deciso di fare una Haka (una danza maori) di saluto ai ragazzi dell’ultimo. Mi unisco a loro nelle prove, in attesa che la campanella suoni per l’ultima ora dell’ultimo giorno. Tutti a casa! Per poi tornare alle 6.30 pm.
Alle 7, tutti sono ai propri posti. Si può iniziare. Sento un suono di cornamusa. Gli insegnanti entrano lentamente, indossando tuniche nere con cappuccio bordato di pelo o stoffa verde o rosa e siedono sul palco, dietro a un tavolo colmo di trofei. Una sorta di preghiera di cui non ho capito una parola se non il finale “amen”, l’inno nazionale, il discorso del preside, degli sponsors e di un’ex studentessa, un brano al pianoforte e poi la sfilata di studenti sul palco. Nome, cognome, e una sfilza di riconoscimenti (“first in…, second in…; excellence in…, industry in…”) Applausi, qualche genitore si esalta un po’ e pare fare il tifo. Qualcuno si emoziona e arrossisce. Infine, una mezz’ora dedicata agli studenti uscenti, in gruppo sul palco per ricevere un diploma avvolto da una fascia verde, con uno sguardo in parte soddisfatto e in parte quasi in lacrime. Lacrime che non sono state però le uniche della serata. Mentre la “Classe del 2010″ lascia il College, già si pensa al futuro, e a chi fra i futuri veterani l’anno prossimo si prenderà la responsabilità di rappresentare la scuola e gli studenti. Silenzio da rullo di tamburi, mentre il preside annuncia i nomi dei nuovi “head boy” e “head girl”, scelti da lui. La ragazza è una mia amica: piange di contentezza. La folla esulta per lei. Io penso a quanto sia diverso per i nostri rappresentanti pariniani, eletti dal popolo studentesco proprio in questo periodo. Qui non ci sono liste, non ci sono propagande, non ci sono schede elettorali. Solo una sorta di audizione col preside che ricorda un po’ un colloquio di lavoro. Amici e sostenitori non possono che compilare una sorta di modulo di raccomandazioni per incoraggiare la scelta.
E mentre penso, la serata giunge al termine. Gli insegnanti sfilano nuovamente a ritmo di cornamusa in direzione dell’uscita.

9 novembre 2010: ultimo giorno di scuola al Rangitikei college di Marton, New Zealand… Cinque mesi passano in fretta qui dall’altra parte del mondo. E due articoli sembrano pochi per una rubrica che, credetemi, vorrei non dover concludere qui. Ma fra una sttimana di esmi di fine anno, tre di vacanze estive, e una ventina di ore di aeroplano, mi ritroverò nuovamente catapultata nel mondo pariniano, fra versioni e interrogazioni (mai avuto un “oral test” qui!). Grazie a tutti per avermi letto, e a presto!

Shakespeare home-made

“Chi è quel vandalo che sta ascoltando i miei sentimenti?” sulla terrazza mia sorella di dieci anni e una sua amica stanno provando per lo spettacoloRomeo e Giulietta.
Si sono organizzate e hanno riadattato a loro modo il copione del grande drammaturgo inglese e stasera ci costringeranno a guardarlo. Intanto, però, sono stata ingaggiata come Balia-Mercuzio-Tuttofare: sono riuscita a sfuggire alle prove al gelo, convincendole della mia bravura nell’improvvisazione, ma credo che le deluderò un pochino. Le loro voci, intanto continuano a risuonare squillanti: ora vogliono delle spade per combattere, ma credo che si dovranno accontentare di rudimentali bastoni.
“Ora fai finta di essere Romeo e urla: Maledetto! Ti ucciderò! ”
Non si stancherebbero mai. Urlano, pestano i piedi per terra e si arrampicano sul tavolo che funge da balcone, cercando di travolgermi.
“Devi piangere, non ridere!” in un attimo da Giulietta diventano padri di famiglia e tra le risate continuano le prove.
Credo che Shakespeare sarebbe felice di vederle, di vedere come un grande spettacolo riesce a rivivere nei loro giochi, perché è questo che un vero capolavoro riesce a fare: dopo più di trecento anni continua a essere rappresentato e amato, ad emozionare le persone e a farle divertire, con attori dalla grande espressività nei più celebri teatri o con l’impegno e con l’entusiasmo che due bambine riescono a mettervi.
“Non ti preoccupare Romeo: potrebbe andare peggio…”
“E come?”
“POTREBBE PIOVERE!”
Mescolano film come “Frankenstein Junior” o “Star Wars”, trasformando quello che volevano fosse uno spettacolo serio in un’esilarante parodia e nei momenti più sdolcinati scoppiano entrambe a ridere.
“Giulietta è morta? Dopo questo c’è il letto di morte, no? Io faccio Romeo, allora”
Non riesco a resistere e sbircio le bambine. Romeo (mia sorella) è steso per terra, accanto ad una lattina di Redbull (il veleno) e Giulietta, appena sveglia, chiede:
“Ma da che parte sta il cuore? Di qua, no di qua! O Romeo, sei pallido come il latte e il tuo cuore non batte più. Ecco un coltello! Oh… perché ci stai guardando?! Con questo coltello ti ucciderò!” E mi si scagliano addosso strappandomi la promessa che proverò almeno una volta: ora sono diventata anche Frate Lorenzo e una misteriosa figlia di Giulietta che i medici con le avanzate tecnologie dell’epoca hanno salvato, a cui la balia sta raccontando la storia. M’informano che ci sarà un solo spettatore, mio zio. Le tengo un attimo a bada sacrificando il mio iPod, prima di essere trascinata a fare le prove.
Sì, credo proprio che Shakespeare si divertirebbe vedendoci alle prese con il nuovo Romeo e Giulietta home-made!

(vignetta di Diana Uvidia)

Una zabaioniana agli antipodi | Una gonna stretta e un ritardo

“I understand that I’ve been asked to copy this statement about lateness because I have been late to class.
I realise that my kind teacher is getting me to copy this out because all teachers care about my future. They are trying to teach me that being late is a sign that i am not prepared to work and that I may not value my education as much as I should.
I understand that my lateness could also affect my chances of future employment as my teachers are often asked about my puntuality at school.
If my lateness continues when I do have a job, I am likely to lose the job due to my poor punctuality.
I am pleased to have this opportunityto think about he consequences of my lateness and I will try very hard to ensure it does not happen again.”
Pensate a tutte le volte in cui la sveglia non ha suonato, avete perso la metro’ per un pelo, o siete stati semplicemente un po’ troppo lenti nel prepararvi al mattino. Pensate a tutte le volte in cui siete arrivati anche solo un paio di minuti dopo il suono della campanella della fine della ricreazione, a causa della lunga coda da Nando per una focaccina. Pensate a cosa e’ successo: un ammonimento, una nota sul registro, o l’obbligo di portare una giustifica firmata dai genitori…
Ora , immaginate di ottenere semplicemente un foglio giallo, con il titolo minaccioso “lateness detention”, le righe che ho appena riportato, e una quindicina di linee su cui ricopiare e firmare quella sorta di mea culpa. La prima volta che e’ successo mi e’ quasi scappato da ridere. Mi suonava un po’ ipocrita dover dare del “kind teacher” a chi mi aveva appena dato una punizione per aver messo piede in classe nel momento esatto del fatidico “DRIIN”.
La verita’ e’ che non ho corso abbastanza in fretta, su per la rampa di scale che conduce al primo, ed unico, piano dell’edificio B del Rangitikei College di Marton, ridente cittadina di cinquemila abitanti situata piu’ o meno dall’altra parte del mondo.
Ciao sono Sara e scrivo dalla Nuova Zelanda, terra di pecore, kiwi, Maori… E uniformi scolastiche.
Affrettarsi su per le scale indossando una gonna di materiale lanoso che scende dritta fino al ginocchio non e’ facile… Ma almeno al mattino si fa piu’ alla svelta: quanti di voi spendono almeno 5-10 minuti di meditazione davanti all’armadio ad abbinare colori?
Immaginate invece di dover indossare una polo grigia unisex, un maglioncino verde scuro con lo stemma della scuola (che, guardacaso, ha uno slogan in latino: “ad altiora”), la gonna di cui ho parlato o, per i ragazzi, pantaloni di tela nera a vita alta, e un paio di scarpe basse nere.
Pazienza, alla fine ci si fa l’abitudine, in attesa del “mufti day”, nel quale, per una volta, si e’ autorizzati a indossare qualunque cosa, e si ha la possibilita’ di vincere un concorso per i capelli piu’ pazzi con in premio un peluche e dolciumi. Dolciumi offerti dalla scuola? Ebbene si’… Vi piacerebbe ricevere un leccalecca alla fine di una lezione di chimica? e che ne direste di arrostire qualche marshmallow alla fiamma, all’ultima lezione di fisica del trimestre? Ed ecco una proposta di uscita didattica: un giro al parcogiochi sulle altalene per capire il funzionamento delle leve! Beh, come leggete ci sono anche lati particolarmente positivi (anche se bizzarri) in questa scuola… Indovinate un po’: non sanno cosa sia un’interrogazione. I loro test sono solo scritti, e con una non vasta gamma di voti: not achieved, achieved, achieved with merit, achieved with excellence. Il sistema scolastico e’ alquanto complicato, basato sui “credits”, che possono apparire simili ai nostri crediti per la maturita’, ma sono difficili da spiegare quanto da capire. Tutto dipende dallo studente, l’unica cosa che serve per passare l’anno sono 80 di quei punti, aquisiti attraverso le diverse verifiche di un totale di sei materie da lui stesso scelte. Materie che a volte appaiono stravaganti: food technology (cooking), agriculture, engeneering, te reo maori (lingua maori)… Ma questa scelta implica una avventata decisione sul proprio futuro. Una cosa che ho sentito particolarmente e’ la pressione che la scuola fa sui ragazzi per quanto riguarda il loro futuro mestiere. E molti hanno gia’ le idee parecchio chiare… Quanti di voi sono altrettanto sicuri? E quanti di voi gia’ lavorano o lavorerebbero in un supermercato, la mattina prima di andare a scuola, o al pomeriggio dopo cinque ore di lezione? Io, personalmente, sono ancora parecchio indecisa…
Intanto, mentre lassu’ iniziate a piegare la schiena sui libri dopo le vacanze estive, qui mi godo un paio di settimane di vacanze primaverili, dopo due mesi di fresco studio invernale… Un salutone e a presto, a chiunque abbia avuto la pazienza di arrivare fino in fondo a questo articolo!

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