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Caro Monti… | Retroscena di una manovra all’insegna di un improbabile rigore e un’esistente equità.

Lo ammetto, non me lo sarei mai aspettato. Abituata a politici che fanno a gara per chi dice la battuta più pacchiana, o a ministre che vantano un passato da veline, un discorso così serio non lo avrei potuto neanche concepire. Non rida, non è facile passare da “Forza gnocca” a “percorso rivolto ad ottenere la fiducia del Parlamento”, e non sentire più un presidente del Consiglio parlare di come la politica gli sia stata “imposta dalla storia”, ma di “saluto deferente al capo dello stato” è stata davvero una piacevole sorpresa. Bel colpo, professore, un po’ di serietà ci voleva. Dopo diciassette anni di berlusconismo è un segnale di rottura non da poco, la stessa che c’è tra un demagogo e un rettore universitario, ben più importante di quella tra i partiti attuali che, non inganniamoci, sono fin troppo simili tra loro. La domanda sorge quindi spontanea: perché lei, un professore che, nel bene e nel male è tutto fuorché un politico, ha il sostegno di quella stessa casta politica da cui differisce tanto? Forse per lo spread?
Già, lo spread. Ma che cosa significa esattamente questa parola? Forse una temibile associazione segreta che da mesi sta colpendo le borse occidentali, oppure una sorta di virus che lento ma implacabile divora l’economia degli stati meno virtuosi, come una sorta di castigatore mascherato? E non rida, le assicuriamo che tra le assurdità che abbiamo sentito dire, queste sono sicuramente le più sensate. Eppure non è così difficile… Certo, la definizione ufficiale, cioè quella di “differenziale tra il rendimento del tasso di titoli di stato di paesi con il rischio di default, e quello di paesi che invece hanno un rischio molto basso e che perciò vengono presi come riferimento” potrebbe effettivamente spaventare e incutere repulsione nei confronti di qualunque giornale o programma a carattere economico al quale si tenti un approccio. Tuttavia la realtà è molto più semplice: lo spread è la spia di quanto i creditori reputino uno stato affidabile, e di conseguenza di quanto alti siano i tassi d’interesse dei prestiti ad esso concessi. Per comprendere al meglio questo concetto basti pensare che più un paese è stabile, sia politicamente sia economicamente, e più trasmette fiducia agli investitori, i quali sono maggiormente incentivati ad investire. Tuttavia se lo spread, l’indicatore di fiducia dei mercati esteri, si alza, significa che nessuno è disposto a rischiare impiegando i propri capitali in quel paese che resta dunque privo di investitori e di fiducia. A questo punto i mercati e gli speculatori tendono a scommettere proprio sul fallimento dell’economia di quel paese; così speculando, guadagnano certamente di più. Dunque, come cercare di fermare quest’indomabile spread che come un ottovolante impazzito sale (soprattutto) e scende (a stento), condizionando i mercati e le economie europee? L’unico modo per tenerlo a freno è quello di garantire credibilità ai mercati o dimostrando la stabilità del governo con delle manovre economiche oppure, se il governo stesso non è più in grado di mantenere l’esecutivo e ottenere la fiducia del parlamento, questo ha il dovere o di lasciare spazio a uno tecnico o di mandare il popolo alle urne, garantendo così la democrazia.
Lei, professor Monti, naturalmente è consapevole di come tutto ciò ha reso possibile il suo ingresso in politica: quando giravano voci sulle dimissioni di Berlusconi lo spread scendeva, per schizzare alle stelle nel giro di tre quarti d’ora se venivano smentite. Insomma, il precedente governo non rassicurava affatto i mercati ed era carente di una credibilità che invece lei attualmente sta dando loro. Tuttavia è difficile ammetterlo, ma Berlusconi sicuramente non si è dimesso perché voleva il bene del suo Paese, e non l’ha fatto in seguito a un referendum perché gli italiani non lo volevano più al governo. E a disdetta di chi afferma a gran voce che ormai Berlusconi, il “cattivone” di turno, è stato definitivamente sconfitto, bisogna far presente che non è così, essendo lui ancora un gran protagonista della politica italiana e un uomo che ha condizionato fortemente il nostro Paese per un ventennio. Ovviamente tutti i sondaggi lo danno perdente qualora si ripresentasse alle elezioni con un partito nuovo di zecca dal nome più altisonante, quale “W l’Italia”.
Ricorderà benissimo la sera di quelle agognate ed attese dimissioni, le feste in piazza, i bivacchi dei giovani, il giubilo di Bersani, Vendola, Di Pietro & Co., e il premier uscente tempestato di monetine che forse ci ragguaglia un suo noto amico, Bettino Craxi.. Da quel momento per lei è cambiato tutto (per noi nulla), e nel giro di pochi giorni si è costituito un “governo tecnico di tecnocrati” come figurava su tutte le testate giornalistiche nazionali ed estere, che avrebbe finalmente ridato stabilità al nostro Paese e fiducia ai mercati e grazie al quale lo spread si è calmato. Professore, sembra che il suo mandato sarà caratterizzato da una politica di austerity e una manovra da circa 20 miliardi di euro, già approvata dal Consiglio dei Ministri, che mira ad abbassare il debito pubblico, altro grande protagonista di questa crisi e regressione economica. Quest’ultimo un po’ come lo spread è un indicatore di solidità dell’economia di un paese, soggetto a classificazioni da parte di organizzazioni specializzate, le agenzie di rating, che tanto fanno tremare Francia e Germania, avvinghiate alle loro triple A. Il debito pubblico condiziona fortemente i mercati, poiché sue svariate fette sono in mano ad investitori sia italiani sia esteri, soprattutto orientali.
Caro professore, la sua manovra volge ad abbassare un debito pubblico, proposito che nessun governo precedente, né di destra né di sinistra, ha mai mantenuto. Riuscirà lei nell’intento, con una politica di austerity e una manovra varata nel nome del rigore, della crescita e dell’equità? Ma che fine abbiano fatto le ultime due, se lo domandano in tanti..
Effettivamente qualcosa che non va c’è, ma non è certo il ritorno dell’ICI, o l’aumento dell’età pensionabile a sessantasei anni, ma nei mancati tagli alle spese militari e alle province e nella mancata introduzione della patrimoniale, nei miliardari conti di Montecitorio e nelle megapensioni dei parlamentari rimaste intoccate.
Certo, toccare i privilegi di una casta chiusa e attenta ai propri privilegi come quella dei politici è tutt’altro che facile, e qualche esitazione è comprensibile: ma che mi dice della Chiesa? Non le pare strano che un’organizzazione che possiede quasi il 30% del patrimonio immobiliare italiano e che guadagna quasi un miliardo di dollari l’anno con l’otto per mille non paghi l’ICI?
Non ha importanza, preferisco non indagare ulteriormente, consapevole del fatto che fosse impossibile accontentare tutti senza scontentare da un lato la casta e dall’altro pensionati e lavoratori, come al solito costretti a pagare lo scotto più alto. Certi mali qui in Italia sono troppo radicati per poterli toccare, eppure, mai come in questo momento, la politica mi è sembrata così vicino alla letteratura e la nostra situazione attuale può essere riassunta in poche parole d’autore: “cambiare tutto per non cambiare niente”. Parole uscite dalla penna di Tomasi di Lampedusa e pronunciate dal principe di Salina, parole che descrivono alla perfezione l’atteggiamento della nostra casta politica e il futuro del nostro Paese.
Caro professore, cosa ne pensa? Se non ha mai letto il Gattopardo, le consigliamo di farlo. Forse un libro può più di una laurea in economia alla Bocconi.

Tre volte il fe’ girar… | Quando (forse) nasce un’altra Repubblica

Quando la redazione del giornalino Cassandra del liceo classico Paolo Sarpi di Bergamo ci ha proposto di pubblicare su Zabaione e su Cassandra rispettivamente un nostro e un loro articolo che trattasse di un argomento comune di attualità, non ci siamo voluti tirare indietro, pensando di cogliere un’opportunità di crescita in questo scambio. Sperando che anche voi pariniani lo appreziate, buona lettura!
I redattori che cureranno tale scambio sono, in ordine alfabetico, Francesca Chiesa, Noemi Dentice, Daniele Lunghi e Elisabetta Stringhi.

Un passo indietro, torniamo a quel martedì 8 novembre, quando il volto scuro di Silvio Berlusconi osserva con sgomento il tabellone con il risultato dei voti alla Camera per l’approvazione del rendiconto generale: il governo non ha più la maggioranza, è caduto. Il Cavaliere è incredulo, eppure in un certo senso se l’aspettava. I numeri l’hanno beffato, quei 308 voti, che non sono bastati a raggiungere la maggioranza assoluta, hanno colpito per l’ennesima volta e affondato il rimasuglio del governo che doveva a tutti i costi arrivare al 2013. Il bilancio è semplice: 8 “congiurati”. Sentendosi tradito come un qualsiasi Giulio Cesare o Nerone, il premier sale al Quirinale per la resa dei conti con Giorgio Napolitano, al termine della quale viene diramata una nota della Presidenza della Repubblica che ne annuncia le dimissioni dopo l’approvazione della legge di stabilità. La lenta agonia del governo termina il 12 novembre . Sono le 21:42 al Quirinale, quando Berlusconi riconsegna il mandato nelle mani di Napolitano. “Sic transit gloria mundi”. “That’s all, folks” intitola la copertina dell’Economist, commentando il panorama politico italiano quasi fosse un cartone animato della Warner Bros., e alla sua stregua decine di quotidiani internazionali celebrano la notizia. È finita! Berlusconi se ne va e con lui termina un ciclo politico travolto da un’ondata scandalistica, che ha pregiudicato ancora di più l’immagine di un’Italia considerata “una mina vagante” dai Mercati. Nessuno, nel 2008, quando il Centrodestra vantava in Parlamento la più grande maggioranza della storia della Repubblica, avrebbe mai pensato che questa sarebbe stata incapace di realizzare le riforme utili per il Paese. Le stesse riforme che Berlusconi aveva promesso sin dal 1994. Il Cavaliere, ormai sconfitto, ha tentato invano di mettere dei paletti, delle clausole alle proprie dimissioni: le elezioni anticipate. L’ex-premier gode ancora di un ampio consenso tra gli elettori, anche se i rapporti con l’alleato padano sembrano ormai al capolinea. Egli racchiudeva in sè non soltanto l’espressione dell’uomo politico, ma anche, e soprattutto, quella di imprenditore. Si chiude l’epoca delle divisioni ideologiche, bipolariste e partitiche e si fa strada una prospettiva di carattere apartitico formata da una larga maggioranza che vede gomito a gomito esponenti del PDL, del PD, dell’UDC e di tutti gli altri partiti, fatta eccezione per la Lega, speranzosa di recuperare la “verginità perduta” con il riscoperto impeto secessionista.
In critici momenti come quelli da poco trascorsi si è rivelato in tutta la sua importanza il ruolo impartito al Presidente della Repubblica dalla carta Costituzionale. Giorgio Napolitano ha dimostrato non scontata celerità nel guidare in soli otto giorni la costituzione di un governo tecnico ritenuto unanimemente capace di concludere la legislatura in corso. Mario Monti, economista di chiara fama più volte chiamato a ricoprire ruoli di spicco nella burocrazia europea, viene nominato senatore a vita e successivamente incaricato di formare un nuovo esecutivo. Già nel corso del burrascoso 8 Novembre il nome di Monti si è fatto in dichiarazioni ufficiali di leader europei quale il Cancelliere Merkel nonchè di alti rappresentanti di Strasburgo e Bruxelles. Monti dalla sua può vantare una piena appartenenza alla tecno-burocrazia europea e l’immagine di propugnatore della libertà dei Mercati che negli Stati Uniti va a coincidere con il cosiddetto Turbo-capitalismo, ancora in voga nonostante la Crisi finanziaria. Con l’investitura di alfiere della riforma liberale, di cui Berlusconi era stato pigro paladino, e di un sobrio rigorismo nordico Mario Monti presenta alla Sala delle Feste del Quirinale un governo che sarà appoggiato dal Parlamento nonostante il totale organico tecnico. Nel delinearsi della squadra di governo, malgrado le ingerenze dei partiti, prevale nettamente l’influenza del neo-presidente che unisce ad emeriti professori universitari, per lo più gravitanti attorno all’Università Bocconi di cui egli stesso è Presidente, personalità associate all’area liberal-progressista, legati all’associazionismo cattolico e alle grandi banche italiane. Non mancano in specifici ambiti veri professionisti del settore, soprattutto nei ministeri non economici, come esteri e difesa, guidati rispettivamente dal Console Italiano a Washington e dal Presidente del Comitato Militare NATO. A riprova del carattere esplicito di rilancio economico dell’esecutivo il Presidente decide di mantenere la delega all’Economia e alle Finanze e di concentrare in Corrado Passera, amministratore del più importante istituto bancario Italiano, i ministeri dello Sviluppo Economico e delle Infrastrutture e Trasporti. L’Italia nell’assetto mondiale è una pedina troppo importante e per l’Europa è “Too big to fail”: un suo collasso porterebbe alla dissoluzione dell’intera zona-Euro. Il governo si incarica di attuare le manovre più volte caldeggiate dalla BCE, ritenute indispensabili per la sua salvezza. A quasi tre settimane dall’avvio del primo vero “governo del fare”, la situazione resta di dubbia interpretazione; verrebbe da dire “nulla di nuovo sul fronte occidentale”, nonostante i segnali dall’Italia stiano arrivando con “ambizione e coraggio”. Agli italiani, da secoli abituati a dirigenti non meritati e spesso peggiori di loro stessi, non pare vero di avere un Presidente del Consiglio che paga il biglietto d’ingresso ai musei pubblici, utilizza con parsimonia le famigerate auto blu, risiede a Palazzo Chigi e, fatto assurdo, rinuncia al compenso che gli dovrebbe essere corrisposto per essersi prestato nientemeno che a salvare il settimo Paese più ricco del mondo. L’elogio della “sobrietà” di Monti, oltre a costituire un utile passatempo per i giornali che in questi giorni faticano a riempire le pagine una volta sature di retroscena della Piccola Roma del Potere, rientra nell’uso italiota di esagerare in esaltazioni o persecuzioni, a seconda del tempo che fa. Lasciando quindi da parte l’opinione pubblica, che forse è ancora ferma ai governi politici dove convincere l’elettore conta più di far quadrare i conti, il governo tecnico sta attuando quanto l’Europa e la nostra salvezza richiedono. Alle 20.00 del 4 Dicembre, dopo 17 giorni dalla formazione, l’esecutivo presenta a Palazzo Chigi la sua prima manovra finanziaria, la quinta per l’Italia nel 2011, in assoluto la più strutturata. Da un lato sacrifici pesantissimi: significative modifiche al sistema previdenziale che costringono il Ministro Fornero alle lacrime, aumento dell’IVA, reintroduzione della tassa sugli immobili( leggi ICI) non ancora estesa a quelli ecclesiastici(ovviamente non di culto) e interventi per circa 30 mld lordi. La manovra si fregia dell’equità dovuta all’aumento delle aliquote per le fasce più alte di reddito, una serie di tasse sui beni di lusso,sugli investimenti finanziari,sui capitali “scudati” con precedenti condoni. Non si muove di molto la lotta all’evasione e causa veto di Berlusconi non si introdurrà una tassazione patrimoniale. Sul fronte dello sviluppo il governo propone liberalizzazioni significative per la concorrenza, sgravi fiscali per le imprese e limitate dismissioni di enti e patrimonio pubblico. La manovra, varata entro Natale, ha la sola qualità di soddisfare le richieste internazionali; non possiamo capire se sarà sufficiente a stabilizzare definitivamente i Mercati e quantomeno a far ripartire l’economia di un Paese a crescità 0. Possiamo rifugiarci nel mal comune: Francia a rischio insolvenza, Germania deprezzata in Borsa e soprattutto la Grecia che, secondo le stime, sarà dichiarata sostanzialmente fallita dopo le Feste, non potendo pagare gli stipendi pubblici. La politica dorme sotto la campana di vetro del commissariamento tecnico; i tecnici a malapena trovano il confronto con le parti sociali; fuori tutto è fermo e immobile, anche quando si scende in piazza la protesta non va oltre la maschera: forse che si faccia fatica a esporsi, o lo si sia fatto troppo, resta che prima o poi Cincinnato dovrà pur tornare al suo campo e i senatori riprendere gli scranni, ammesso che la plebe insorta non se li sia portati via.

di Paolo Sottocasa e Davide Gritti
Homo Novus® è di Stefano Togni

Le alluvioni

Quest’anno alcune zone dell’Italia sono state colpite in modo catastrofico da violente alluvioni. Queste zone sono la Liguria, la Toscana e, recentemente, la Sicilia.
Non è la prima volta che accadono fatti simili: già nel lontano 1970 una forte alluvione (900 mm d’acqua in 24 ore) colpì Genova, Voltri e le Cinque Terre. Le vittime furono 44 e gli sfollati oltre 2000. Anche nel giugno del 1996 si verificò un fatto simile, che colpì: la Versilia (157 mm in 60 minuti), il paese di Cardoso (spazzato via da un’onda di piena di 4-5 metri), ponte Strazzemese, Serravezza, Pietrasanta e Fornovolasco di Garfagnana. L’ultima alluvione risale al 23 settembre del 2003, quando un violento nubifragio colpì la provincia di Massa Carrara.
Per quanto riguarda la Sicilia, sono state colpite le zone di: Barcellona Pozzo di Gotto, Merì e Saponara. Il bilancio totale dei morti è di 3 e i danni sono ingenti.
Ma cosa si poteva fare per evitare i recenti disastri? E cosa si è effettivamente fatto? Quali sono i fattori che hanno determinato questi eventi?
Tanto per cominciare, si potevano pulire le fogne a dovere. Così facendo, si sarebbe potuto evitare che l’acqua fuoriuscisse e contribuisse ad allagare le strade. Nella foto potete vedere l’effetto che questa negligenza ha provocato nel comune di Genova.
In secondo luogo, per prevenire tale situazione, si potevano realizzare dei canali di scolo per far defluire l’acqua, impedendole di allagare le strade.
Il vero problema è che i vari comuni non si sono preoccupati di cercare un modo per prepararsi a contrastare tali avvenimenti. In sostanza, non si è fatto assolutamente niente. In effetti, se si nota bene, è passato molto tempo prima che arrivassero i mezzi di soccorso. Tali mezzi non sono giunti in tempo in parte per le strade bloccate, in parte per il semplice fatto che non erano pronti ad intervenire.
Il fattore determinante di un’alluvione è sicuramente la quantità di pioggia. Ma in questo caso non si è potuta prevedere la quantità delle precipitazioni. Sarà stato un malfunzionamento degli impianti meteorologici? O forse qualche danza della pioggia da parte della cancelliera tedesca Angela Merkel?
Se si considera il secondo punto, potrebbe essere probabile. Difatti, l’allegra e spensierata “Heidi” si vanta tanto del suo adorato spread che potrebbe benissimo averci sabotato per evitare che quest’ultimo diminuisse.
Qualunque sia il motivo, non ci resta che infilare un paio di stivali di gomma, imbracciare una vanga e sperare che smetta di piovere.
Un saluto e un Buon Natale dai vostri neo-Sofisti.

Indignatevi!

Vetri rotti. Spranghe di ferro si abbattono pesantemente su ciò che incontrano. Auto incendiate. Camion della polizia in fiamme. Esplosioni. Fumogeni. Fumo acre riempie i polmoni. Grida. Mani alzate in segno di pace. Spintoni che cercano di allontanare i violenti in nome di una libertà rubata. Persone che corrono. Passi concitati su strade lastricate. Pavimento privato di alcuni sanpietrini che, lanciati violentemente, frantumano ossa, feriscono. Sporcizia per terra. Scritte sui muri. Vetrine distrutte. Infranta è la volontà di manifestare pacificamente. Infranto è il sogno di far sentire la propria voce liberamente. Terrore, distruzione vengono seminati tra persone alla ricerca della giustizia e del riconoscimento dei loro diritti. Tuttavia germoglia nelle loro anime un fiore diverso dal seme violento sparso ferocemente: inginocchiandosi, a mani alzate, gridano alla non violenza.
“Città sotto scacco per ore”, “Roma a ferro e a fuoco”: Roma l’eterna devastata da barbari del XXI secolo, i quali invece di prodigarsi per un sacco attuale, preferiscono infiltrarsi in una manifestazione pacifica solo per l’intento di distruggere, di seminare violenza. Una violenza meschina, come può esserla solo se creata da incappucciati, irriconoscibili per le loro teste nere, che vilmente si sono mascherati con colorati striscioni nel resto della folla.
Chi si cela sotto a quei cappucci neri? Chi si nasconde così, dietro a una maschera degna di una ancor più inquietante signora che si presenta solo una volta in vita, all’ultimo tuo respiro? Ragazzini violenti o manipolati? Agenti della polizia che dovevano agire violentemente in modo da far scalpore e mettere in secondo piano la manifestazione pacifica? Anarchici? Anche se non ho risposte a questi quesiti, io so chi siete. So che siete solamente una minoranza violenta. So che il giorno 15 ottobre avete rappresentato la parte più marcia di questo nostro Paese, Paese che molti stavano contemporaneamente cercando di rappresentare e risollevare. So chi siete. Siete persone che hanno privato ad altre persone il diritto a manifestare, ad esprimere un’idea, un malessere e un disagio ormai comuni e dilaganti. I Black Block hanno tolto agli Indignados la possibilità di indignarsi.
Anche io mi sento così. Sono indignata di fronte alle immagini dei telegiornali, alle foto sui giornali, ai video che circolano sulla rete di questa giornata che doveva essere all’insegna della protesta pacifica, diventata l’opposto per colpa di un manipolo di violenti. Sono indignata nel sapere che ci sono almeno un centinaio di feriti tra indignati e poliziotti con fratture e lesioni anche gravi per colpa del lancio di mattonelle, perché chi ne lancia una sa benissimo che può colpire e fare del male. Mi indigno nel vedere le immagini di un poliziotto costretto a scappare a gambe levate per non fare la stessa orrenda fine del camion in cui si trovava, bruciato completamente, divorato dalle fiamme.
A Roma quel giorno chiunque poteva essere un indignato. Uno studente che spera ancora di poter costruire un futuro diverso. Un precario che vuole subito un presente dignitoso. Un dipendente statale stufo di essere sempre spremuto per primo. Lavoratori che non ne possono più di una classe politica corrotta e nullafacente, o che troppo fa per rovinare il Paese. Poteva esserci in quella piazza un nostro amico, uno zio, un cugino, un padre, una madre.. potevamo esserci anche noi, perché no?
Sebbene qualcuno dica che mediaticamente l’intervento brutale dei Black Block abbia oscurato quello luminoso e pacifico degli Indignati, almeno ai miei occhi credo che non sia così. Per me non passerà in secondo piano l’immagine che ho di quegli uomini e quelle donne che, di fronte a dei poliziotti che potevano caricarli, per difendersi e per distinguersi dagli altri violenti, si sono seduti a terra invocando la non violenza.
Come dice Hessel, indignatevi!

Un 15 ottobre diverso

Ci sono andato in autobus. Appuntamento alla camera del lavoro alle dieci di sera, un freddo della miseria (mi sia concessa l’espressione scientifica) e partenza a mezzanotte. Quanto segue è la cronaca di una manifestazione non apparsa sui giornali.
Arrivo a Roma alle sette. Solo a mezzogiorno passato ci mettiamo in marcia. O meglio in corteo.
Dura poco: attraversate un paio di strade partendo dalla Sapienza, arriviamo in piazza della Repubblica, quella romana. Lì ci fermiamo e ci rimaniamo per più di due ore. Non capendo cosa stia succedendo, mi affido alla diretta di Radio Popolare, che mi aggiorna sul caos di piazza San Giovanni.
Lì, dove in teoria avremmo dovuto arrivare, si sta consumando un’inaspettata violenza: auto, pattume, furgoni della polizia incendiati, san pietrini scagliati, caroselli…
Mentre la radio informa di questi fatti, ci muoviamo di nuovo. Siamo tantissimi, migliaia e migliaia, e cominciamo a camminare per le strade della capitale inneggiando cori pacificamente.Quello che accade alla punta del corteo non ci riguarda. Non riguarda la marea di gente di cui faccio parte. L’unico contatto che abbiamo con la testa sono varie voci che girano: c’è chi parla di guerriglia urbana, chi di scontri “peggiori di quelli di Genova”. Ma si procede. Si pone un problema: arrivare al luogo d’arrivo prestabilito significherebbe gettarci nelle fauci della violenza, e inoltre la piazza è stata chiusa per gli scontri. Soluzione: cordone. Tendendoci per mano creiamo una transenna umana che devia il corteo, che diventa così selvaggio. Il che significa senza meta. Questo, dopo un lungo vagare, ci porta in periferia. Molto probabilmente lì non si è mai vista una manifestazione, perché la gente è tutta affacciata alle finestre ad applaudire a filmare. Il clima si fa euforico. “Noi non ci fermiamo, stasera non ci ferma nessuno, stasera si continua, portiamo avanti le nostre idee, la violenza non ci appartiene, la violenza per noi sono i tagli alla scuola, al welfare, ai diritti, e continueremo a ribadirlo!” Le parole d’ordine dal camion hanno un divertente retrogusto di rivoluzione globale, ma ci tengono caldi nel freddo della sera. Stiamo facendo ritorno alla Sapienza, dopo aver occupato simbolicamente una tangenziale già deserta. Proprio lì mi sono reso conto di quanti eravamo: a una curva, dalla testa del corteo, ho la visione totale di un’enorme quantità di persone. Il corteo sta marciando da circa dieci ore, gli instancabili si fermano in tenda, sotto geniali slogan come “Yes, we camp” o “Chi vuole intendere, in-tenda”. Ma per gli altri, me compreso, la giornata si chiude e ci si avvia verso gli autobus.
Questa è stata la manifestazione di cui non avete letto il 16 ottobre. L’evento pacifico, divertente e inatteso che nessun giornale ha riportato. Non nego, piazza San Giovanni l’ha oscurato.

Talk show, cavalieri e leonesse

I “talk show”, questi programmi che inglobano nelle ore pomeridiane (ma anche mattutine e serali) l’anima più trash della televisione italiana, che di questi tempi hanno barbaramente invaso la cara amica televisione spodestando il buon vecchio varietà, che ormai occupano con forza qualsivoglia canale e fascia oraria, riproponendo fino alla nausea casi politici fittizi e cronaca nera piuttosto spicciola, trovano semplice impennare pesantemente gli indici di ascolto riproponendo minestre riscaldate su cui ormai chiunque ha già espresso la sua opinione: malasanità, razzismo, orgoglio omosessuale, tragedie di vario tipo, gente morta o scomparsa, “VIP” fotografati in atteggiamenti equivoci (roba di cui alla gente non gliene frega assolutamente lo zero più spaccato) e il tutto viene mixato con un’aggiunta di pianti, liti e insulti scenici finali, con una spruzzata assurda di share negli ascolti.
Ma negli ultimi tempi i re e le regine dell’intrattenimento di bassa lega hanno leggermente spostato il tiro, arrivando a fatti probabilmente più seri, ma espressi sempre in un clima da assemblea condominiale: il gossip politico che ha investito l’Italia negli ultimi mesi, infatti, è il più discusso nei salotti più “in” della TV e campeggia su tutte le primissime pagine dei quotidiani cartacei e on-line.
In questa hit parade degli scandali ai piani alti, è salito prepotentemente in cima alla classifica il cosiddetto “caso Ruby” che vede come protagonisti nientemeno che il nostro amatissimo premier e un’occasionale première dame, la sopraccitata Ruby, evidente nome d’arte di una diciottenne tunisina (minorenne all’epoca del misfatto), spacciata per la nipote dell’ex dittatore egiziano, il “faraone” Mubarak (portandogli tra l’altro una sfiga tremenda).
La povera bisognosa (una delle tante in Italia e nel mondo) si sarebbe consenzientemente concessa al nostro primo ministro, che potrebbe benissimo essere il compagno di bocciofila del nonno della ragazza, per un ritorno economico e d’immagine per il quale un comune lavoratore avrebbe tirando la lima per altre due ere geologiche. Ruby e le amiche di Villa San Martino sono “professioniste” occasionali, e non certo prostitute da strada picchiate e sfruttate da personalità a loro superiori.
Più che sulla coscienza di queste arriviste “showgirl” (una volta questo titolo lo si conferiva a donne del calibro di Mina, Raffaella Carrà o Sandra Mondaini), il dibattito nel mondo è soprattutto infuocato riguardo quella del Cavaliere che, ai suoi livelli, non dovrebbe permettersi scandali simili (vedi Watergate) senza nemmeno abbandonare la comoda poltrona di Palazzo Grazioli o presentando formali scuse al Paese e agli impotenti elettori.
Per l’Italia è un politico forte e maschio virile, per il resto del globo una macchietta, un burattino, uno sfacciato sfruttatore del corpo femminile e della sua intelligenza e del buonsenso del popolo votante.
Le donne, o comunque la parte migliore e libera di esse, non sono solo le amiche delle feste a base di dibattiti politici, film d’autore, buona musica e sbellicanti barzellette ma, per nostra fortuna, si identificano nelle donne che fanno carriera onestamente, lavorando più degli uomini, prendendo uno stipendio infinitamente più basso e superando le barriere pregiudiziose che si parano dinnanzi a loro, abbattendo questi muri ideologici, lottando per un briciolo di sacrosanta parità dei sessi, contro una meschina discriminazione sessuale e conquistando una posizione sociale che si sono conquistate con il “sudore della fronte”.
A Sparta le donne erano considerate molto meglio che nel resto della Grecia classica: infatti i temibili opliti lacedemoni sostenevano che solo una leonessa può partorire un leone… Spero proprio con tutto il cuore che sia un buon periodo per le “leonesse” perché abbiamo un bisogno disperato di “leoni”.

Non è un Paese per donne

Poche settimane fa a Sesto San Giovanni, in provincia di Milano, è passato un emendamento che proibisce alle donne di indossare il burqa nei luoghi pubblici.
Tralasciando i motivi relativi alla sicurezza, che possono anche esser ritenuti ragionevoli, sono rimasta sconcertata di fronte alle dichiarazioni che hanno definito il velo integrale “una cosa incivile, contraria alla dignità della donna”. Perché con quello che sta succedendo negli ultimi tempi, non so quante di noi si sentirebbero di affermare che viviamo in un Paese che tutela la nostra dignità.
A questo proposito ricordo che pochi mesi fa, a Marrakech, una signora mi disse che portava il burqa perché avendo trovato un marito non aveva più bisogno di piacere agli uomini.
Naturalmente rimasi colpita da un’affermazione del genere, che tendeva a definire il corpo femminile unicamente uno strumento di seduzione, e l’obiettivo principale nella vita di una donna il matrimonio.
Ma riflettendoci, in Italia la situazione è tanto diversa?
Non metto in discussione il fatto che generalmente nel mondo occidentale la figura femminile investa un ruolo diverso rispetto a quello di molte realtà islamiche: uomini e donne hanno pari diritti, pari doveri e pari opportunità, almeno a livello ufficiale.
E’ la mentalità imperante ad essere spaventosamente simile, la considerazione che buona parte delle donne ha nei confronti del suo stesso sesso. Sono anni che regna in tv (commerciale e non) sempre la stessa dinamica profondamente maschilista: la donna non è più di un oggetto, di un corpo, sia che debba essere giudicata al pari di carne da macello in un concorso di bellezza sia che debba fare da valletta in uno show di prima serata, sorridendo divertita alle battute di cattivo gusto che il solito presentatore di mezz’età non perde mai l’occasione di offrire al pubblico a casa.
Strumentalizzare il corpo delle donne e contemporaneamente realizzare i loro sogni (e quelli dei genitori che, non riuscendo a concepire per la loro creatura un futuro più roseo di quello che la vede sgallettare in abiti succinti davanti a una telecamera, hanno anche il coraggio di esclamare candidamente “siamo tanto orgogliosi di lei”): è questo che fa gran parte delle reti televisive italiane.
E allora, è giusto da parte nostra avere la presunzione di crederci paladini della dignità femminile in nome di una morale che di fatto non abbiamo?
No. Ma ci illudiamo di poterlo fare, perché a vedere ragazze trattate come semplici decorazioni sceniche in televisione siamo (nostro malgrado) abituati, mentre pensare che una donna decida di sua spontanea volontà di non mostrare il proprio volto al di fuori delle mura domestiche ci stupisce.
Forse, se imparassimo a guardare oltre le apparenze e i pregiudizi, ammetteremmo che non ha senso demonizzare una mentalità che in fin dei conti discrimina la figura femminile tanto quanto la nostra, anche se in modo diverso. E scopriremmo che ha ragione Angela Finocchiaro, quando dice che “l’Italia non è un Paese per donne”.

Donne agli antipodi

Tempo fa mentre ero accoccolata sul divano e guardavo il telegiornale, rimasi colpita dall’accostamento probabilmente casuale ma comunque scioccante di due servizi.
Il primo servizio mandato in onda era su Karima El Mahroug, nota con il nome di Ruby o altrimenti come la “nipote di Mubarak”, coinvolta nello scandalo chiamato comunemente bunga bunga.
Le prime immagini la ritraevano mentre era alla festa del suo diciottesimo compleanno e, spegnendo le candeline della sua torta monumentale, esprimeva il suo più grande desiderio: entrare nel mondo dello spettacolo e della televisione.
Mentre stavo ancora rimuginando sull’immoralità del nostro presidente del consiglio, il quale ha messo in ridicolo il nostro paese e svilito le donne italiane, prestai attenzione al secondo servizio su Aung San Suu Kyi, finalmente libera. Apparentemente fragile tra la folla, Aung San Suu Kyi é una donna forte che, malgrado avesse trascorso quindici anni in carcere o agli arresti domiciliari per essersi opposta al regime dittatoriale instaurato in Myanmar e aver lottato per i diritti della sua gente, aveva ancora la forza di dire: “Dobbiamo lavorare assieme per raggiungere il nostro obiettivo”.
Sono due donne agli antipodi, opposte come modelli nella nostra società. La prima è l’esempio della donna-oggetto, mercificata e sfruttata per i piaceri di un sistema politico maschilista che non può concepire la donna senza l’estetica.
La seconda è una grande donna, che lotta per i suoi ideali e per i diritti del suo popolo, insignita del premio Nobel nel 1991 per la sua attività a favore dei diritti umani nel suo paese e definita da Gordon Brown (ex-premier inglese) come un modello di coraggio civico per la libertà.
Tanto l’una è il simbolo dello squallore della nostra politica, tanto l’altra è una nota di speranza e coraggio nel panorama della politica estera.
Da quanto emerso dall’inchiesta milanese ci sono parecchie donne come Ruby che non si vendono per ottenere solo soldi, macchine, gioielli e case, ma anche comparse o ruoli fissi in programmi televisivi e persino incarichi politici di prestigio. Basti pensare all’ascesa di Nicole Minetti, dapprima semplice escort, poi velina a Colorado, infine reclutatrice di altre ragazze nonchè consigliera regionale.
Dove sono invece le donne impegnate e attive intellettualmente per i diritti umani e l’equità tra le persone nel mondo, come Aung San Suu Kyi?
Potrei citare l’esempio di Vandana Shiva, fisica ed economista indiana, esperta in ecologia sociale, che ha ottenuto il Right Livelihood Award, o premio Nobel alternativo per la pace.
E’ un’attivista politica e ambientalista che si è battuta per cambiare pratiche e paradigmi nell’agricoltura e nell’alimentazione; tra le sue battaglie, che l’hanno resa famosa anche in Europa, vi è quella contro gli OGM e la loro introduzione in India e quella contro la privatizzazione dell’acqua. Le sue campagne hanno ottenuto vasta eco, sollevando consensi, ma anche critiche.
Naturalmente esistono anche le donne comuni, che non sono famose e non fanno parlare di sé, nel male o nel bene, ma che fanno comunque sentire la propria voce e combattono per la propria dignità scendendo in piazza, proprio come hanno fatto domenica 13 febbraio al grido di “se non ora, quando?”
Queste sono donne comuni che si dividono tra famiglia, figli, marito/fidanzato, lavoro, casa, amici, studio, palestra, dotate di una capacità comune anche agli smartphone: il multi-tasking!
Sono tante e sicuramente non tutte radical-chic, ma queste donne si sentono davvero rappresentate da un ministro per le pari opportunità come Mara Carfagna, che prima di entrare in politica era una velina? E’ spontaneo chiedersi se questa donna sia arrivata al parlamento per merito o per altri motivi…
La verità è che, oggi come da sempre, politica e sesso sono un codice binario inscindibile. Oramai stiamo assistendo a uno scenario politico degradato in cui si può arrivare al potere mediante il proprio corpo e non ci si attacca più su un’ideologia ma sulle proprie abitudini sessuali.
Perciò donne, non dimentichiamoci di essere prima di tutto persone con diritti e doveri pari agli uomini e non degli oggetti privi di un’anima, una personalità e un’intelligenza.
Auguro una buona festa delle donne, sperando che molte si ricordino di esserlo.

Vignetta di Diana Uvidia

La giornata internazionale della donna | Quella oggi comunemente chiamata festa

Perché l’8 marzo? Perché non un giorno più caldo a maggio, finita la stagione delle piogge? Pensandoci l’otto-tre non suona neppure così bene a dirsi, non sembra un suono dolce, né aggraziato. Allora perché è in questa data che ricorre la giornata internazionale della donna?
Comunemente si fa risalire la data all’ormai, per noi, lontano 1908. Pochi giorni prima dell’8 marzo, a New York, le operaie dell’industria tessile Cotton (secondo altri Cottons) scioperarono per protestare contro le disumane condizioni in cui erano costrette a lavorare. Continuarono lo sciopero fino all’8 marzo quando il proprietario bloccò tutte le porte della fabbrica e appiccò il fuoco. In questo terribile incendio morirono moltissime donne e poco tempo dopo questa data venne stabilita come giornata internazionale delle donne. Inizialmente questa ricorrenza venne celebrata solo negli Stati Uniti, poi, grazie alle lotte femministe diffusesi in Italia e nel resto dell’Europa assunse un’importanza mondiale. Con il tempo la verità di questo incendio è stata più volte messa in dubbio, pare infatti che non esistesse nessuna fabbrica tessile con quel nome, né nessun incendio scoppiato in una fabbrica in quel periodo. Molti pensano che la giornata internazionale della donna sia nata durante una conferenza, chiamata appunto Woman’s Day, tenutasi il 3 maggio 1908. Questa riunione fu organizzata in risposta a un congresso socialista il cui scopo era lottare per l’introduzione del suffragio universale anche per le donne, ma senza allearsi con i gruppi femministi. Durante la conferenza, a cui erano state invitate tutte le donne, si discusse delle discriminazioni sessuali in ambito lavorativo e della rivendicazione dei diritti delle donne. Alla fine dell’anno il partito socialista americano stabilì di riservare l’ultima domenica di febbraio del seguente anno per l’organizzazione di una manifestazione in favore del diritto di voto femminile. La prima ufficiale giornata internazionale della donna venne così (secondo questi) festeggiata il 28 febbraio 1909. Con la prima guerra mondiale vennero interrotte le celebrazioni, riprese a S. Pietroburgo l’8 marzo 1917, giorno in cui le donne russe guidarono una grande manifestazione che rivendicava la fine della guerra. Quando la ricorrenza arrivò in Italia, nel 1922, l’isolamento politico della Russia e del movimento comunista e le vicende della seconda guerra mondiale causarono la perdita della memoria storica di tale manifestazione. Da qui (secondo quest’ultimi) cominciò a circolare la voce dell’incendio nella fabbrica tessile, probabilmente confuso con un incendio avvenuto tre anni più tardi nella fabbrica Triangle, in cui morirono numerose operaie, tra le quali moltissime italiane immigrate.
La giornata internazionale della donna è una ricorrenza nata per non dimenticare la storia della conquista dei diritti da parte della donna, l’istituzione di questa giornata portò a milioni di donne in tutto il mondo la speranza di un giorno, non troppo lontano, in cui avrebbero ottenuto gli stessi diritti degli uomini. Questa giornata è stata un modo per ricordare a tutte le donne il percorso fatto e quello ancora da fare. Oggi il suo profondo significato di speranza sembra essere stato sostituito da un’idea di festeggiamenti, tanto da cambiarne anche il nome in “festa della donna”. Tanto da far sentire donne e fanciulle come principesse viziate a cui tutto è dovuto, concetto questo ben lontano dal significato originario di lotte e ribellioni.
Ora questa “festa” è un’occasione per tutti i fiorai di guadagnare sulle mimose, diventate simbolo di questa giornata. Questa “festa” è un’occasione per tutti i proprietari di locali di aumentare i loro guadagni affollando i locali, magari senza neppure sapere perché. Questa “festa” è un’occasione per gran parte delle donne di riempire la casa e i capelli di mimose e di trascorrere serate “trasgressive” con le amiche o con i compagni.
Non voglio dunque concludere il mio articolo augurando alle mie compagne una buona festa, ma invitandole a chiedersi: “siamo davvero sicure che sono i festeggiamenti il vero senso dell’8 marzo?”

La caccia alle balene

Anche quest’anno si è consumata la caccia alle balene da parte delle ostinate navi giapponesi, che continuano spudoratamente a svolgere le loro consuete attività nonostante la moratoria emanata nel 1986. Questa volta il pretesto è rappresentato dalla ricerca scientifica: sì, proprio così, aggirano la legge con falsi fini scientifici. Infatti il Giappone, che reputa la caccia alle balene una tradizione radicata, ha rinunciato ai suoi traffici commerciali a seguito della moratoria ma dopo un anno è tornato alla carica giustificandosi con scuse assurde e improbabili, pur di riprendere la tanto bramata carneficina di cetacei a scopi puramente commerciali.
Al grave problema della caccia se ne affiancano altri – anch’essi causati dall’uomo – che ogni giorno mettono a dura prova la sopravvivenza di queste specie.
Tra i pericoli principali che le balene devono fronteggiare vi sono il cambiamento climatico, il buco dell’ozono, l’inquinamento chimico e quello acustico (dovuto ai sonar e ai motori delle imbarcazioni), la denutrizione (conseguenza dello sfruttamento eccessivo delle risorse ittiche). Incuranti delle tante minacce esistenti, sono sempre di più le nazioni (USA, Islanda) che all’interno della Commissione Baleniera Internazionale (IWC) – organismo istituito per tutelare le popolazioni di cetacei – si schierano a favore di una riapertura della caccia alle balene. In relazione a questa triste volontà di rendere nuovamente legale la caccia di cetacei, l’IWC sta prendendo in considerazione l’ipotesi di modificare o addirittura annullare la legge in vigore dal 1986.
Il Giappone sta dunque trascinando nel suo vortice di violenza e illegalità diversi paesi, che non comprendono neanche lontanamente l’entità del danno che in questi decenni è stato inflitto alle varie specie di cetacei. Persino le grandi associazioni ambientaliste come Greenpeace e Sea Shepherd paiono aver momentaneamente gettato la spugna di fronte ad un problema molto più grande di loro e probabilmente fuori dalla loro portata.
Sfruttamento, imbrogli ed estinzione: è questo il circolo vizioso di ingordigia che si nasconde dietro alla caccia industriale alle balene e che spazza via una popolazione di cetacei dietro l’altra.
Le statistiche parlano chiaro: le balenottere azzurre in Antartide sono l’1% della popolazione originaria, nonostante quarant’anni di protezione totale. Alcune popolazioni di cetacei si stanno espandendo, altre sono praticamente spacciate. Si stima che solo una specie di balene, quelle grigie del Pacifico Orientale, abbia recuperato appieno la propria condizione numerica originale. Le balene grigie del Pacifico Occidentale, invece, sono le più minacciate in assoluto: i circa cento esemplari rimasti sono ormai sull’orlo dell’estinzione. Recenti analisi dei campioni di DNA dimostrano che nel 1800, prima della diffusione della caccia commerciale, c’erano circa 1.500.000 megattere; oggi gli esemplari sopravvissuti alla carneficina sono solo 20.000.
Sfortunatamente nessuno riesce a far valere i diritti di questi poveri animali perseguitati e uccisi, nonostante attualmente vi siano sostituti pratici per ciascuno dei prodotti che nei secoli passati si potevano ottenere esclusivamente dalle balene. Ma che cosa ci si può aspettare da una società nella quale spesso anche i diritti delle persone sono calpestati?
Alla fine lo scopo di tutto è il guadagno, l’arricchimento personale, altro che tradizione radicata e ricerche a favore del progresso della scienza!
Questa è una schifosa e spudorata mattanza alla quale nessuno si è ancora preso la briga di porre fine. Ci si accorgerà di quanto fossero belle e rispettabili le popolazioni di cetacei quando ormai saranno tutte estinte, cancellate per sempre dalla faccia della Terra, e non ci sarà più niente da cacciare. Ah, se solo queste creature si potessero lamentare, se potessero in qualche modo reagire a tutto il male e a tutte le ingiustizie che vengono loro inflitte. E invece no, nonostante le dimensioni, restano lì impotenti, aspettando con rassegnata pazienza che gli arpioni dai quali sono trafitte pongano fine alla loro lenta agonia.

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