Archivio delle Categorie: Categorie
Aggiornamento dizionario
ABBECEDARIO- Espressione di sollievo di chi s’è accorto che c’è anche Dario
ADDENDO- Urlo della folla quando a Nairobi stai per pestare… una cacca
ASSILLO- Scuola materna sarda
AUTOCLAVE- Arma automatica dell’età della pietra
BACCANALE-Frutto selvatico usato, una volta, come supposta
BASILICA- Chiesa aromatica
BUCANEVE- Precisa “urinata” maschile invernale
CACHI- Domanda che rivolgi ad uno chinato dietro ad un cespuglio
CALABRONE- Grosso abitante di Cosenza, Catanzaro o Reggio Calabria
CALAMARI- Molluschi responsabili della bassa marea
CERVINO-Domanda dei clienti romani all’oste
CONCLAVE- Riunione di cardinali violenti e trogloditi
COREOGRAFO- Studioso delle mappe della Corea
CULMINARE- fare uso di supposte espolive
DOPING- pratica anglosassone del rimandare a piu tardi
FAHRENHEIT- tirar tardi la notte
FANTASMA- malattia dell’apparato respiratorio che colpisce i forti consumatori di aranciata
FOCACCIA- foca estremamente malvagia
FONETICA- disciplina che regola il comportamento degli asicugacapelli
INCUBATRICE- macchina fabbricatrice di sogni
LATITANTI- poligoni con moltissime facce
MAIALETTO- animale che non dorme mai
MASCHILISTA- elenco di persone di sesso maschile
NEOLAUREATO-punto nero della pelle che ha fatto l’università
PARTITI- movimenti politici che nonostante il nome sono ancora qui
PRETERINTENZIONALE-un prete che lo fa apposta
RADIARE-colpire violentemente usando una radio
RAZZISTA- fabbricante di missili
REDUCE- sovrano con tendenze di estrema destra
RUBINETTO-gemma preziosa di piccole dimensioni
SCIMUNITO- attrezzato per gli sport invernali
SCORFANO- pesce che ha perduto i genitori
SMARRIMENTO-perdita del mento
SOMMARIO-indicativo presente del verbo “essere Mario”
SUCCESSO- posizione da toilette
TACCHINO- parte della scarpina
TELEPATIA-malattia che colpisce chi guarda troppo la TV
TEMPOREGGIARE- scorreggiare andando a tempo
TONNELLATA-marmellata di tonno
VERDETTO- cosmetico verde (a differenza del rossetto che è rosso)
ZONA DISCO- parcheggio per gli UFO
Maschere | Il racconto d’inverno
Immancabile, attesissimo e sempre ugualmente apprezzato all’inizio di ogni nuova stagione torna in scena anche quest’anno Il Racconto d’Inverno. Tragicommedia tra le maggiori del’ultimo Shakespeare, che ne vide la prima rappresentazione a cinque anni dalla scomparsa nell’appena acquistata sala coperta del teatro Blackfairs, nella City: il che permise una decisa evoluzione nella cura delle scenografie e dunque nella stessa drammaturgia, riscontrabili anche in un altro protagonista prossimo dei cartelloni milanesi, La Tempesta.
Questa volta sono Ferdinando Bruni (nella parte di Leonte e da gennaio del Tempo) ed Elio De Capitani a dare voce al genio d’oltremanica sul palco dell’Elfo Puccini, in una rilettura decisamente gustosa e gradevole, in felice equilibrio tra il rispetto del testo e un pizzico d’innovativa ironia, che giustifica pienamente il successo di pubblico e critica che già l’aveva accolta al debutto un anno fa.
I due registi e scenografi privilegiano una linea di sviluppo che sottolinea la trama di conflitti e tensioni (tra sessi, tra generazioni, tra padroni e sottoposti) e di ambivalenze sottesa ai versi di Shakespeare soprattutto, come detto, nella produzione più matura, che tende ad approfondire l’indagine di una realtà ambigua, caotica, di cui non si riconosce più il confine con il sogno.
Il carattere di favola elegiaca rimane quello predominante: incantevole la leggerezza della festa della tosatura che fa da sfondo alle dolci dichiarazioni di Perdìta e Florizel, ingenuamente perduto nella sua follia amorosa. Il male subentra insieme alle ragioni del potere, mettendo a nudo la duplice natura che è di ogni personaggio, e che guida la vicenda stessa: all’arrivo sulle coste di Sicilia i gli amanti spensierati, vestiti di bianco e di fiori, appaiono due ragazzini con le vesti sgualcite, sballottati dal destino e incapaci di farci i conti.
Ma questa è già la seconda parte del dramma. La semplicità idillica dello scenario dell’incontro dei due giovani fa da contrappunto allo sfarzo della corte su cui si è sollevato il sipario, teatro dell’altra devastante follia che reggeva invece la prima metà, quella del re Leonte, e della sua unione spezzata con Ermione, a sua volta intrecciata con l’immaginata relazione con Polissene. Bruni riesce a ritrarre la profondità della descrizione della propria patologia, la delirante oscillazione tra odio e passione, mantenendo tuttavia nel personaggio una maestà che gli permette di dominare la scena fino al momento stesso in cui è costretto a riconoscere i propri errori: al termine del processo la sua è una figura tragica e paradossalmente eroica, lontana dalla totale irresponsabilità con cui è invece tratteggiato Florizel. D’altra parte non è un caso che il testo sia stato avvicinato (e il richiamo è particolarmente evidente in questa messa in scena) ad una tragedia per eccellenza, l’Alcesti euripidea, cui pare quasi di assistere nella riapparizione che chiuderà il sipario, dal tono solenne e con Ermione muta e velata di nero.
È particolarmente nella prima parte che si tende a far emergere la rilevanza nello svolgersi della trama delle due figure presentate come portanti, Ermione appunto, e Paulina.Terza dovrebbe essere Perdìta, il cui abbandono fa da ponte tra le due sezioni in una scena di toccante delicatezza; ma, seppur lievemente, si sente il peso del confronto con le altre due. Cristina Crippa porta abilmente la dama di compagnia della regina ad una spregiudicatezza dai toni diretti e popolari, senza tuttavia abbassarla a figura comica, alternandosi egregiamente con Elena Russo Arman nel monopolio dell’azione. La forza di quest’ultima ben si oppone, nel delineare una sofferenza lucida e padrona di sé, a quella di Leonte, fino al culmine dello scontro tra i due nell’agone del processo, sostenuto con vibrante passione.
Perfettamente congegnato l’alternarsi di luci e scenografie a suggerire i molteplici piani di lettura che troppo lungo e poco utile sarebbe spiegare. Unica pecca si trova forse nel personaggio del Tempo (un solo attore, a sostituire il coro che gli avrebbe destinato l’autore): le frecciatine dirette all’attualità e l’adozione per la sua parte di una traduzione costellata di termini moderni, la sua raffigurazione come manager senza scrupoli, finisce per stonare con una messa in scena che felicemente preferisce ambientare l’intera azione nel tempo in cui era stata immaginata, senza sovrapporvi riletture in chiave moderna –che peraltro mai giovano al successo di un’opera teatrale; anche se questo è parere personalissimo dell’autrice.
Maschere | Servo di scena
Commedia tra le più apprezzate in Inghilterra del drammaturgo contemporaneo Ronald Harwood (in Italia più conosciuto probabilmente per l’Oscar alla sceneggiatura de Il pianista di Polanski), datata 1980 per il debutto in patria e 1983 per l’adattamento cinematografico di Peter Yates: l’ultima messa in scena del Teatro de gli Incamminati, alla duplice guida del nuovo direttore artistico Luca Doninelli e del talento di Franco Branciaroli, ha fatto registrare –senza sorpresa– il tutto esaurito per due settimane nella sala del Grassi.
La vicenda, ricalcata dall’autore sudafricano su uno spunto autobiografico, si insinua tra le crepe di una mediocre compagnia shakespeariana della Londra del 1942, e nelle piaghe dell’indole fragile e istrionica del suo primo attore, nella sera della sua duecentoventisettesima interpretazione del Re Lear.
“Duecentoventisette volte, Norman! Duecentoventisette volte e non mi ricordo la prima battuta!”
Sir Ronald pare aver smarrito il senso di sé e della propria vocazione lungo la strada della decadenza fisica e mentale, ed interiore soprattutto, del vuoto di significato nelle ripetizioni meccaniche della quotidianità. Chi è Lear per lui, ora che alle ovazioni e ai giudizi osannanti della critica si è sostituito il mero peso del compito autoimposto? “Non fa che piangere”: sono le prime parole del dramma. Lo scacco tra la grandezza del mondo che porta sul palco e lo squallore della realtà ha soffocato nella meschinità i sogni che gli donavano le ali, quelle ali che invoca disperato, che ha perduto insieme al crollo delle sue ragioni: Lear non è più nessuno per Sir Ronald, perché non riesce più ad accogliere dentro di sé la sua voce al fianco di una Cordelia troppo vecchia, di un Matto ansioso e mediocre, di una tempesta che sembra “un rubinetto che perde”. Dopo tante rappresentazioni non solo la bassezza del reale, ma nemmeno la sublimità di Shakespeare per lui sono più abbastanza. Prima ancora della compagnia che lo incita ipocritamente a dare l’annuncio del ritiro, è lui stesso che di fronte allo spalancarsi dell’abisso quasi cede, per la prima volta nella sua interminabile carriera, alla tentazione di non presentarsi in scena.
Dall’altra parte c’è Norman, il fedele servo di scena, che pazientemente lo coccola e lo sostiene, e che, da vero gentleman inglese, trova inconcepibile che si dia forfait ad un pubblico che ha pagato il biglietto. Lo straordinario virtuosismo di Branciaroli, direttore ed interprete, che sembra lasciar trasparire di aver molto ritrovato di sé nella natura inastabile e maestosa del suo personaggio, portato in scena con maestria e toccante sensibilità, relega un po’ in secondo piano questa figura, su cui dovrebbe reggersi al contrario l’essenza stessa del dramma. Si ha l’impressione di una certa costruzione nella parte di Tommaso Cardarelli, che fa purtroppo smarrire il senso della gratuità dell’assistente, in cui humor inglesissimo ed impertinenza non dovrebbero oltrepassare il limite di reverenza e umiltà nei confronti del vecchio attore: alla morte di Sir Ronald Norman si vede perduto, come perduto si è scoperto l’interprete alla morte del senso del proprio lavoro.
Nel servo di scena si apre e si risolve la commedia che attraverso l’istrione Branciaroli si fa celebrazione del valore profondo del teatro come “lotta e sopravvivenza”: non nella tempesta simulata, ma sotto le bombe naziste Sir Ronald regala la sua ultima interpretazione, intrisa di passione e di malinconia, prima di andarsene con il sorriso sulle labbra. Il suo lascito è un estremo omaggio a quel mondo che lo ha tenuto in vita finché, al culmine della fatica, non è morto per esso.
A questo punto non è lecito tanto chiedere chi sia Lear per Sir Ronald, che è stato in grado di riconoscervi fino all’ultimo la forza di quegli ideali supremi che giustificano da sé la loro eternità, quanto piuttosto chi siano Lear e Sir Ronald, oggi, per noi. La gratuità di quest’arte, l’onore di averne parte (nel ruolo di interprete non meno che in quello di spettatore) proprio in quanto non ha altra ragione che se stessa, il suo farsi duplice specchio degli errori del mondo e della speranza in uno migliore, l’esperienza del teatro in una parola, nella sua assolutezza e unicità, non sono dissimili da quelle che vi poteva scorgere l’attore shakespeariano.
(Forse è solo perché abbiamo tutti ben altri pensieri, di questi tempi, che sono rimasti un po’ meno ad accorgersene.)
A Sound Relief | 50 Words For Snow (Kate Bush) | Eterei fiocchi di neve pianistici
Torna l’inverno, torna la neve, torna Kate Bush. Con un album che è un delicato e aereo traforo di piano e voce, in cui ogni nota di piano è un fiocco di neve, e la vellutata voce della regina delle cantanti-cantautrici amanti dello sperimentare una morbida coltre candida dove è bello sdraiarsi ad occhi chiusi.
La stagione fredda ormai è davvero solo luminarie, regali, riscaldamento a venticinque gradi, saldi, esagerati cenoni di capodanno? A sentire questo piccolo gioiello non si direbbe. E si percepisce già a partire dal titolo: 50 Words For Snow allude infatti, com’è poi più chiaro nella vivace title track (“Don’t you know it’s not just the Eskimo”) all’inesatta leggenda metropolitana secondo cui gli eschimesi userebbero diverse parole per chiamare quella che per noi è sempre soltanto neve. E come il primordiale popolo Kate Bush si riavvicina alla natura e in particolare al fenomeno atmosferico tipico della stagione invernale, lo scruta con attenzione, lo declina nel suo album in sette tracce – che pur seguendo lo stesso filo conduttore e pur essendo caratterizzate in generale da un timbro comune si differenziano bene tra loro – e in cinquanta parole nella canzone suddetta (molte delle quali sono peraltro inventate). Viene spontaneo pensare a foreste innevate e a poetici caminetti ardenti, nell’ascoltare questo album, e immaginarsi persi a seguire ogni singolo fiocco di neve alla prossima nevicata.
Del resto, il ritorno della mia cantante preferita rende magico quantomeno il mio dicembre: a sei anni dal precedente, Aerial, e a trentatré dal primo, The Kick Inside, il suo decimo album si rivela un punto di incontro proprio tra questi due, per le atmosfere tipicamente calme e introspettive del doppio del 2005 e per l’utilizzo massivo del pianoforte, che combinato con la sua rinomatissima voce l’aveva già resa nota nel 1978 con quella pietra miliare del “pop progressivo” che è Kick Inside. Quando ha debuttato aveva diciassette anni come me, e ora ne ha cinquantatré; ma lei ha sempre la sua bellezza giovanile e la sua voglia di sperimentare, anche se è indubbio che in questi ultimi due album abbia raggiunto una certa maturità compositiva – che non qualifica assolutamente come acerbi i lavori precedenti (figuriamoci!!), ma che traspare piuttosto in una estrema tranquillità e “stabilità” dei pezzi e anche della voce, che generalmente non sfrutta più appieno la sua estensione di quattro ottave per quegli effettoni tipici di lei; in altre parole, ascoltando un album come Aerial in particolare mi sembra facile pensare che il nirvana esista e che io sia lì lì per arrivarci.
50 Words For Snow si differenzia da quest’ultimo innanzitutto per un’abissale dislivello nella quantità di tracce (16 tra i due cd di Aerial contro le 7 di 50 Words For Snow, benché ognuna duri in media 8/9 minuti), ma anche per la strumentazione (meno varia qui rispetto ad Aerial) e per la presenza di canzoni più energiche e movimentate (praticamente assenti nel precedente); inoltre questo album deliziosamente invernale può considerarsi un complemento al secondo cd di Aerial, che descriveva invece una giornata d’estate.
Un’altra particolarità di 50 Words For Snow è la presenza di numerosi cantanti “ospiti”: le tracce in cui Kate canta da sola, di fatto, sono solo due. Tra i nomi spiccano quello di Elton John per Snowed In At Wheeler Street, che parla di una suggestiva quanto visionaria storia d’amore tra i due protagonisti incontratisi sempre durante tragici eventi (quali la seconda guerra mondiale e la caduta delle Torri Gemelle), ed il figlio tredicenne della cantante per la prima traccia, Snowflake, dolce canzone costruita su una base pianistica semplice ma efficace, in cui la vocina ancora bianca di Albert è quella di un fiocco di neve che racconta il suo viaggio.
Il singolo estratto dall’album è, devo dire, il brano che mi piace di meno, cioè Wild Man: il piano lascia il campo a tastiere, batteria e campane e, con un ritornello abbastanza difficile da deglutire le prime volte a causa della voce (rimaneggiata) di tale Andy Fairweather Low, si canta dell’umanità dello yeti inseguito sull’Himalaya (con una puntualità di toponimi che è notevole). A questo punto, visto che tanto ne mancano solo tre, cito tutte le canzoni restanti: Lake Tahoe, in cui fanno la loro parte due cantanti lirici, racconta di una leggenda inventata da Kate Bush secondo la quale il fantasma di una donna emergerebbe dal lago americano per chiamare a sé il suo cagnolino Snowflake, e ha anche i suoi sopportabilissimi attimi di dissonanza; Among Angels, che chiude l’album, è uno dei due pezzi in cui Kate canta da sola (che sollievo, che delizia!) ed è l’unico in cui piano e voce si intrecciano lentamente e sommessamente senza altri strumenti; Misty, infine, parla della storia tra la voce narrante (che anche qui è solo di Kate) e un pupazzo di neve, da lei amorevolmente creato ma destinato a sciogliersi al termine della notte e della canzone, in un tenue crescendo di voce soave, piano, archi e accenni di batteria, e finora è la mia traccia preferita (nel caso interessasse a qualcuno).
Gli intenditori e gli apprezzatori della buona musica sicuramente devono ascoltare questo album, ma lo consiglio di cuore anche agli amanti del lato lirico dell’inverno (ci sono, ci sono!) e a tutti quelli che si sono lasciati sedurre dalla prima parte di questa recensione. Beninteso che non dovete essere tra coloro che si scoraggiano subito nel vedere che una canzone dura dieci minuti…
A Sound Relief | Ceremonials (Florence + the Machine) | Caleidoscopico pop in bilico tra gotico e barocco
Un album che inizia con arpeggi di piano immersi in un’atmosfera surreale ed una frase come “And I had a dream”, è tutto un programma – senza contare che è uscito ad Halloween. Una volta ascoltato tutto, poi, e una volta riascoltato e riascoltato molte volte finché le canzoni si sono fissate nella mia memoria, sarebbe stato difficile non confermare l’idea che si era insinuata nella mia mente già a partire dall’incipit, e cioè che mi trovavo davanti a qualcosa di estremamente affascinante e ben riuscito.
I Florence + the Machine sono una di quelle band a cui chiunque associa automaticamente il termine indie. Ora, posto che non ho ancora ben capito cosa si intenda con indie, che comunque non intendo classificare nessuno degli artisti che ascolto in questo modo neanche se lo fossero, e che tra i nomi emergenti della buona musica (=no Lady Gaga, Katy Perry, diggei vari etc. etc. etc.) quello dei Florence + the Machine è sicuramente uno dei più noti, non esiterei a ripudiare questa misteriosa etichetta anche nel loro caso. Personalmente li definisco piuttosto pop-rock, con sfumature altèrnativ, certo; anzi, per quanto riguarda questo album direi barocche: il loro utilizzo di archi, cori, organo da chiesa e strumenti più vintage del normale (forse è questo che vuol dire indie… boh) è epico, le loro armonie non troppo semplici e le melodie variegate ottime, i testi niente male.
La band britannica, capitanata dall’idolo delle masse (appunto: indie?) Florence Welch, ha sfondato nel 2009 con Lungs, bellissimo album ritmato e molto più essenziale del secondo appena uscito: forse per questo Ceremonials ad un primo impatto mi ha colpita di più. Ceremonials è uno stuccato inno alla vita, per quanto le venature dark spesso prevalenti possano farlo suonare un po’ cupo, troppo profondo per spingere a godere davvero di ogni attimo senza pensare alle conseguenze.
Ritmato anch’esso, poliedrico nella sua varietà di temi, toni e ritmi ma dotato di un imprinting unico e particolare, sono assai propensa ad aggiungerlo alla lista delle (mie) perle, ossia quegli album artisticamente notevoli, contenenti una percentuale minima di canzoni che mi si fissano in testa e che musicalmente parlando hanno un loro perché, che nel loro spettro di atmosfere riescono, appunto, ad essere comunque unitari.
La voce di Florence è potente e merita di essere paragonata a quella di Kate Bush (che naturalmente è il punto di riferimento in materia di voci femminili non-liriche a partire dagli anni ‘80 in poi), e unita all’estro suo e degli altri membri della band è in grado di regalare autentiche emozioni a chiunque sia dotato di orecchie e cuore. I testi toccano anche argomenti inusuali: Only If For A Night, meravigliosa e onirica traccia d’apertura, parla di un sogno in cui alla cantante sarebbe apparso il fantasma della bisnonna, con un ritmo solenne ma quanto mai “fresco” e accattivante; What The Water Gave Me (e il titolo è quello di un quadro di Frida Kahlo), struggente e forte malgrado l’utilizzo di uno strumento delicato come l’arpa, ricorda il suicidio di Virginia Woolf, affogata in un fiume dopo essersi riempita le tasche di sassi (“Let the only sound be the oooooveeeeeeeeeeeerflooooooooooow”). E poi naturalmente ci sono le solite canzoni d’amore più o meno felice, la celebrazione della vita e della giovinezza e così via – il tutto affrontato nel modo ottimale che ci si aspetterebbe da una venticinquenne a metà tra il popolare di facile ascolto ed il “diverso”.
Ogni canzone meriterebbe una breve descrizione per l’originalità propria di ciascuna rispetto alle altre, ma cercherò di limitarmi: Shake It Out, il singolo che ha preceduto l’album, è costruita sull’organo e canta di scuotere via i demoni del passato ma con note gioiose piuttosto che autocommiserative, e in questo è assai ammirevole; Never Let Me Go si svolge sott’acqua, e l’oceano è una gotica cathedral where you cannot breathe che stringe la cantante in un saldo abbraccio calmante e rende la sua canzone subacquea e sognante; No Light, No Light, secondo singolo, è ritmata quanto orchestrata e tuttavia in tonalità minore: l’effetto è quello di una singolare canzone d’amore dai mille riflessi, passionale e poetica (“In your bright blue eyes I never knew daylight could be so violent”); Seven Devils, cupa e misteriosa, e la subito successiva Heartlines, veloce e allegra, costituiscono una bella accoppiata; Spectrum, il capolavoro assoluto dell’album, ha modo di farci capire di che pasta è fatta la voce di Florence fin dall’inizio, quando essa è accompagnata solo dagli archi e arriva ben in alto, si sviluppa poi in un crescendo di ritornelli batterizzati che fanno venir voglia di ballare sotto un arcobaleno di raggi di luce.
Consigliatissimo a tutti, tanto più se vi piacciono le belle voci e la musica non fatta al computer: che cerchiate qualcosa di drammatico o qualcosa di brioso, di lento o di ritmato, Ceremonials is the answer, e pure di ottima qualità.
Il capolavoro di Fiorello
Rosario Fiorello era un qualunque animatore di villaggi turistici, e ha iniziato la sua carriera televisiva con uno spettacolo di piazza, il Karaoke, che permetteva alla gente comune di salire su un palcoscenico e di cantare davanti ad un pubblico vero.
In realtà, il Fiore che tutti noi conosciamo è un genio assoluto dell’intrattenimento e della televisione, unico nel suo genere, ed attualmente uno degli showman più famosi al mondo.
La sua grande intuizione è stata quella di riproporre in chiave moderna un genere di spettacolo televisivo, il “varietà”, che andava di moda qualche decennio fa, e che sicuramente poteva essere molto più apprezzato dai nostri genitori o dai nostri nonni.
In realtà, pur con una formula praticamente sconosciuta alla nostra generazione, Fiorello è riuscito a sbaragliare tutti i record di ascolto, mettendo in scena uno spettacolo che è già storia della televisione.
In questo autunno 2011, in mezzo a tutte le nostre disgrazie, le alluvioni, i disastri ambientali, la crisi economica e politica, e la povertà intellettuale e culturale che ci circonda da ogni parte, ecco il gioiello di Fiorello, lo show record italiano, il campione di Rai 1, “Il più grande spettacolo dopo il week-end”, che, nonostante tutto, riesce a dare un bagliore di luce e di speranza e una carica di allegria alle persone che ne hanno più bisogno.
ALLEGRIA!!! il motto con cui Fiorello apre tutte le sue trasmissioni, è un ricordo e un omaggio ad un altro grandissimo della televisione, Mike Bongiorno, che ci ha lasciato due anni fa e che proprio in questi giorni è stato finalmente restituito all’affetto della sua famiglia: una notizia che ci ha reso tutti un po’ più felici.
Mike era un grande amico ed estimatore di Fiorello, ed in qualche modo ha voluto lasciargli in eredità la sua esclamazione preferita: è come se un po’ di lui, attraverso Fiore, continuasse a vivere in tutti noi.
Ed ecco lo spettacolo, un bagliore di luce, un lampo fuori dagli schemi, che riesce veramente a voltare pagina nella storia della televisione e ad imporsi in mezzo a tutta la TV spazzatura che ogni giorno ci assilla, tra gossip e reality show che riescono soltanto a dare la peggiore immagine del mondo dello spettacolo in Italia.
Fiorello sa far tutto, e tutto ciò che fa lo fa nel migliore dei modi: canta, balla, suona, recita, imita, e tutto con estrema leggerezza e naturalezza, con tempi scenici e televisivi pressoché perfetti: nulla dura di più o di meno di ciò che dovrebbe, e le tre ore abbondanti di spettacolo, quasi esclusivamente incentrate su di lui, scivolano veloci.
Anche gli ospiti sono azzeccati, e con ognuno di loro Fiorello ci regala duetti e scenette, che spesso sembrano addirittura improvvisate: Michael Bublè, Coldplay, Tony Bennet, Elisa, Giorgia, Jovanotti, Roberto Bolle, Pippo Baudo, Giuseppe Fiorello e tanti altri.
Molto apprezzate ed originali l’imitazione di Edward Cullen, il vampiro di Twilight, e la parodia dei comportamenti di noi adolescenti, con il nostro curioso linguaggio gergale e le nostre bizzarre abitudini: il tutto sempre accompagnato da uno stile garbato ed elegante, lontano anni luce dall’umorismo greve e becero che troppo spesso ci viene imposto dal piccolo schermo.
Il risultato di tutto ciò è uno “share” che forse non ha precedenti nella storia recente della televisione, dove ogni sera decine e decine di trasmissioni dalle reti più disparate si contendono ogni singola fetta di pubblico: oltre il 50% per la quarta ed ultima serata, per quasi 14 MILIONI DI SPETTATORI!!!
SEMPLICEMENTE UN TRIONFO!!!
Pensare troppo non porta sempre a concetti sensati #2
Quando nasci, ti ritrovi con uno o due genitori, più o meno in armonia, dei quali ti devi fidare ciecamente. Da che mondo è mondo, devi credere sempre in loro in base al fatto fondato che ti vogliono bene e che si sono presi cura di te da quando sei uscito da quello splendido universo caldo e morbido. Tu arrivi nel freddo e istintivamente gli vuoi bene.
Tutto procede serenamente o quasi fino a quando, un bella serata, scoprono che invece di uscire con le tue compagnucce di scuola ti sei fatta un giro con un ripetente di Quarto Oggiaro. Per carità, non criticano le tue compagnie, ma perché gli hai mentito? Perchè hai tradito la loro fiducia, loro che ti hanno custodito sin da quando gattonavi in mutande per la casa?
Il fatto è che tu devi costruirti la fiducia essendo l’ ultimo arrivato a questo mondo, mentre loro ce l’ hanno già impacchettata affinché tu la scarti. Come possiamo conoscere veramente i nostri genitori, sapere chi erano prima della nostra nascita? Spesso un punto di vista egocentrico-filiale non ci porta a considerare che precedentemente fossero persone diverse, che magari non siamo cresciuti solo noi, ma a volte anche loro siano cresciuti con noi e per noi. Faccio un esempio: nel mio caso ad oggi ho occupato appena un terzo della vita di mio padre. Chi mi garantisce che nei restanti due terzi non fosse un serial killer? Eppure bisogna credere ciecamente ai genitori, benché non si abbia l’ assoluta certezza che non ti mentirebbero mai.
La seguente è una frase che usava ripetermi mia madre quando da bambina mentivo sul numero di biscotti mangiati: la fiducia va costruita, è come una brocca che devi riempire una goccia per volta. Ma anche quando la brocca è piena, basta una spintarella per rovesciare tutta l’ acqua.
Tuttavia, invece di filosofeggiare sulle brocche, prendo a modello qualcosa di molto più concreto: l’ Esselunga. Avete capito bene, venticinque lettori, proprio il supermercato. Lì hanno una bella fiducia in pillole, che non è altro che la fidelity card. A seconda del numero raggiunto di punti fiducia, ci si può acquistare un tale prodotto. Ecco, il sistema genitoriale di credito è analogo, ossia: accumulando tot punti fiducia, ne godi fino a quando non ne accumuli altri e così via. Sì, e poi succede che ti si smagnetizza la carta, e allora devi litigare con la cassiera acida perché necessiti subito dei tuoi preziosi punti perpetuamente raccolti con tanta spesa, ma lei risponde che no, non è possibile, l’ unica soluzione è un’ altra carta con la quale parti da zero. E così ti ritrovi con l’ amaro in bocca solo per aver fatto lo stupido errore di avere messo per l’ ennesima volta la Fidelity Card nella stessa tasca delle chiavi.
Pensare troppo non porta sempre a concetti sensati #1
Gli studenti di oggi sono indolenti. Sono pigri e non riescono a impegnarsi nello studio come i ragazzi di una volta.
Ultimamente ho sentito queste parole sulla bocca di tutti o quasi più del tormentone di Jovanotti quest’ estate, ossia all’ esasperazione. Questa frase esprime un concetto controverso che per voi, siori e siore, mi accingerò ad analizzare brevemente, non si disperino. Partiamo dunque in quarta:
- Gli studenti di oggi: questa è la gioventù malata, bruciata, perversa, di stampo delinquente e villano che descrive mia nonna e ogni altra persona sopra i quarant’ anni che io conosca. Sono convinta che ogni adulto, per quanto possa stare dalla parte dei ragazzi, in cuor suo abbia un pizzico di rancore nei confronti dei giovani.
- Sono pigri e indolenti: questi sono ai primi posti nella classifica dei miei per descrivermi, non trovando altre parole mentre guardo la tv o ho il computer acceso dopo la scuola o la palestra. Sono gli stessi aggettivi che utilizzerà sicuramente anche uno dei vostri professori, guardandovi con disgusto e disprezzo (certe espressioni sarebbero da poster) mentre vi interrogano.
- Non riescono a impegnarsi nello studio: zelo e forza di volontà sono virtù che variano di studente in studente. Conosco persone capaci di studiare come se mangiassero il greco a colazione, ma io sfortunatamente non sono una di quelle. Preferisco le brioche. Concentrarsi significa mettere da parte qualsiasi altra occupazione per avere come principale interesse lo studio. Purtroppo è cosa impossibile per me e per chiunque altro possieda uno smartphone e sia leggermente nerd.
- I ragazzi di una volta: costoro, come i sapori di una volta, i piaceri di una volta, si stava meglio quando si stava peggio, fanno parte del repertorio della già citata cara vecchia Nonna Nostalgica. La simpatica ava e quel barbogio del suo consorte, Nonno Retrivo, ci ricordano come nelle scuole di un tempo gli studenti di un tempo studiavano le materie di un tempo (che a questo punto sospetto che possano pure essere l’ antico persiano e la matematica dei Sumeri), e le studiavano molto meglio!
In conclusione, sebbene il Rocci sia immoto, i programmi da cinquanta anni a questa parte siano circa gli stessi e il latino sia lingua morta dunque non cambi, i coniugi Retrogradi, amici per altro di lunga data dei miei genitori e della maggior parte dei miei professori, si ostinano a ribadire che gli studenti figli di questi tempi oscuri e corrotti non valgono un sigma intervocalico rispetto ai fanciulli genuini di una volta.
Ehi! Siamo già ventiquattro lettori! Se dopo la mia analisi i suddetti preferiscono mangiare cereali piuttosto che continuare a leggere l’ articolo, al prossimo avranno deciso di diventare analfabeti per non dover più sopportare le mie baggianate. Non mi offenderò.
Castelli di carte
Avete presente quando costruite un bel castello di carte, impiegate ore stando ricurvi su quelle minuscole lame cartacee dagli arabeschi colorati tanto da rovinarvi la vista e poi basta solo un leggero soffio di vento per far crollare l’intera fragile struttura? Ecco, questo è ciò che accade sempre e inevitabilmente secondo le regole di un fato crudele: ogniqualvolta le nostre aspettative vengano deluse e questo, inutile aggiungere, succede molto spesso. Non parlo da persona insoddisfatta e triste che vorrebbe trovare una consolazione alla sua miserabile esistenza ma come qualcuno che si domanda perché novantanove volte su cento le cose vanno diversamente da come vorremmo. (E’ vero, probabilmente un po’insoddisfatta lo sono!). Forse abbiamo solo bisogno di un po’ di fortuna (dopotutto qualche grammo in più non guasta mai) ma purtroppo non è solamente questo. Mi chiedo se ci sia un sistema per decidere noi, da protagonisti assoluti, ciò che vorremmo succedesse o comunque vorrei ci fosse un modo (un po’ come nei sogni) per renderci conto con maggiore chiarezza di che cosa potremmo o non potremmo ottenere in modo da poter guardare altrove, in circostanze poco favorevoli, verso un futuro diverso magari persino migliore. Mi rendo conto di volere la vita un po’ troppo facile, tuttavia non posso biasimarmi. Vorrei più certezze, cose concrete, sicure e non tanti castelli di carte costruiti solo per puro divertimento della nostra mente contorta e maligna. Mi piacerebbe esistesse una sorta di colla speciale per tenere insieme tutte le carte ed impedir loro di cadere, di mescolarsi in un unico ammasso colorato ed indistinto. Perché le carte devono cadere? Non accetto teorie scientifiche o qualsiasi altra spiegazione newtoniana o gravitazionale che sia. Sono certa di non poter avere la sicurezza che cerco ma chissà cosa succederebbe se invece di costruirli ci limitassimo a immaginarli. Non dico che non si debbano creare del tutto e l’immaginazione potrebbe essere una soluzione, perché no? ‒ in fondo l’immaginare non li rende meno veri se tanto prima o poi dovranno sgretolarsi, e chissà che dalle loro ceneri non ne nascano di più solidi in futuro. Ahimè, l’illusione non è però contemplata se si desidera una vera risoluzione del problema; dunque non ci sono alternative: i castelli devono cadere e non c’è colla che tenga! Forse non è detto che questa “demolizione” sia un male, dopotutto limitandoci soltanto a proteggerli impediremmo loro di cadere e quindi non potremmo mai capire se questi siano effettivamente solidi.







