Archivio delle Categorie: Sara Ottolenghi

INFAMI

La scritta trovata sulla facciata del Parini il 25 Aprile 2012
Foto di Giacomo Paci

Passate ogni giorno davanti alla facciata del nostro liceo, ma l’avete mai osservata con attenzione? C’è una piccola targa di marmo, fra l’entrata principale e quella di sinistra, sopra al parcheggio delle biciclette. C’è scritto:

“Qui dimorò
Giambattista Mancuso
studente universitario
che il fiore della giovinezza
volle offrire in sacrificio eroico
nella lotta per la libertà
Palmi 1922-Val Brembana 1944.”

Giambattista era il figlio di un custode dell’allora “regio” liceo. Studiò qui, nelle aule in cui ora vi ritrovate a leggere questo foglio volante, chiedendovi magari perché non sia attaccato al resto del giornalino. Vide compagni di scuola trovarsi negato il diritto allo studio per la sula colpa di essere nati in una famiglia piuttosto che in un’altra, alla promulgazione delle leggi razziali del 1938. E dopo la maturità, come probabilmente alcuni di noi faranno, si iscrisse a Medicina. Sarebbe probabilmente diventato un buon medico, ma prese una decisione rischiosa e lasciò l’Università. Perché? Per unirsi ai partigiani: uomini, donne e ragazzi come lui che si riunirono in zone di montagna (nel suo caso la Val Brembana) per opporsi al potere nazifascista. Fece viaggi pericolosi per rifornire i membri della Resistenza di armi da utilizzare contro le truppe tedesche,e contro altri ragazzi italiani, i fascisti “repubblichini” di Salò. Morì a ventidue anni, il 25 novembre 1944, esattamente cinque mesi prima di poter vedere riunificata e libera l’Italia per cui aveva combattuto.
Quest’anno è stato ricordato con una cerimonia martedì 24 aprile durante la quale gli è stato reso omaggio anche con una corona che potete ancora notare alzando lo sguardo al di sopra delle biciclette parcheggiate.
Ma 68 anni dopo la sua morte, qualcuno ha osato accusare lui (e gli altri responsabili della nostra liberazione) di “infamia”. Quel qualcuno, nell’oscurità della notte fra il 24 e il 25 aprile, con una bomboletta e la sicurezza di restare impunito, ha disegnato una svastica e scritto “25 aprile festa degli infami” sulla stessa parete sulla quale egli è commemorato. Zabaione, quella notte, era già stato mandato in stampa. Tuttavia un fatto talmente eclatante non poteva non essere documentato e condannato. Come si può considerare cosa da “infami” il desiderio e la voglia di celebrare la riacquistata unità e libertà dell’Italia e la memoria di chi si è battuto per essa? Ciò che ha istigato gli autori della scritta incriminata (cancellata prontamente da Nicola il giorno stesso) è forse il fatto che sia stato scelto proprio il giorno della fuga di Mussolini da Milano?
La liberazione da noi festeggiata non è solo la fine di una dittatura, che fu considerata definitiva solo con la morte del dittatore. Essa rappresenta anche un nuovo inizio, al termine di una guerra civile che aveva coinvolto, specialmente a partire dall’armistizio con gli alleati dell’8 settembre, non solo i soldati spaesati senza più ordini precisi da eseguire, ma anche comuni cittadini, di entrambi i sessi e di tutte le età, che dovettero scegliere se continuare a combattere, e per che cosa. Il 25 aprile ricordiamo chi ha scelto di combattere per la libertà e l’indipendenza del nostro paese. Ricordiamo chi ha scelto di dare la priorità alla lotta per la dignità umana e l’uguaglianza, anche a costo della propria vita. Per farlo, essi dovettero vivere lontano dalla società, nascosti in luoghi in cui cercare riparo dalle leggi ingiuste che impedivano loro di manifestare il loro dissenso. Per questo i partigiani, soprattutto quelli di prima dell’8 settembre, erano spesso considerati come dei “fuorilegge”. E’ questo, forse, che li rese “infami”? Il bisogno morale di opporsi a una legge imposta da un regime che non rispettava le persone, né le opinioni e le idee di nessuno?
O forse, con quella scritta, si voleva dare degli “infami” a noi, che celebriamo questa festività, magari scendendo in piazza. Ebbene, vorrei smontare anche quest’ultimo argomento che l’autore della scritta potrebbe credere di poter portare a suo favore: si accusa il 25 aprile di essere sempre più una “festa di comunisti”, ma va ricordato anche che non esistevano solo “rossi” fra i nostri liberatori: c’erano persino gli “azzurri”, di idee liberali e conservatrici. Perciò, per quanto numerose fossero le bandiere rosse in corteo quest’anno, e meno numerosa la presenza di politici di centro-destra, non bisogna dimenticare che in questo giorno tutta l’Italia dovrebbe considerarsi in festa e invitata alla riflessione su ciò che è stato.
Spero che queste mie obiezioni, caro lettore, siano in realtà per te inutili, se non come spunti di riflessione, poiché la scritta è stata fatta da esterni all’Istituto. Esterni che spero si comportino così per ignoranza e inconsapevolezza, piuttosto che per consapevole nostalgia per quel periodo terribile che è stato il ventennio fascista. All’ignoranza, almeno, si può, forse, porre rimedio più facilmente.
E spero che costoro, a cui vorrei ritorcere contro l’aggettivo “infami” abbiano visto la pronta reazione alla loro scritta, organizzata dai nostri rappresentanti d’Istituto e da alcuni volontari: due striscioni e una scritta a caratteri cubitali sul marciapiede che lascerà il segno ancora per un po’.

Sara Ottolenghi

Una “zanzara” sul muro | Una targa per Walter Tobagi nel nostro atrio

La IIIC si chiama “aula Ginella Alfonso Gobbi Bruno”, la IVB “aula Carminati Brambilla Giorgio Carpi Eugenio”. E la vostra classe? Avete mai notato che, accanto a quella porta rossa che attraversate più di una volta ogni giorno, si trova un rettangolo di marmo sul quale sono incisi nomi di uomini vissuti nella prima metà del secolo scorso? Neanche Google sa darci informazioni precise su molte di queste persone,vittime o combattenti delle guerre mondiali, eppure i loro nomi e cognomi rimangono in evidenza davanti agli occhi di generazioni di studenti. Non c’è un’aula in tutta la scuola che non sia già dedicata a qualcuno.
Tuttavia, in più di mezzo secolo, non sono mancati altri personaggi di grande valore che meriterebbero anche loro uno spazio su una parete.
Fra questi c’è Walter Tobagi.
Giornalista, classe 1947, iniziò la sua carriera proprio nella nostra scuola, dove nel ’66 si ritrovò coinvolto in prima persona nell’ancora famoso “scandalo Zanzara”, in quanto redattore del giornalino scolastico che aveva fatto tanto scalpore con un articolo che toccava argomenti considerati tabù, come la sessualità.
Uscito dal liceo, non ancora maggiorenne (la maggior età si raggiungeva allora a ventun anni) trova lavoro presso quotidiani come l’Avanti e l’Avvenire, fino ad approdare al nostro “vicino” Corriere della Sera. Si impegnava molto nel suo mestiere, come testimoniano i colleghi, fra cui Leonardo Valente: “Walter preparava gli articoli con la stessa diligenza con cui al liceo faceva le versioni di latino e greco e all’università si dedicava alle ricerche storiche[…] E se per caso, al termine delle sue ricerche e dei suoi controlli, si accorgeva di essere arrivato a conclusioni opposte rispetto a quelle da cui era partito, buttava tutto all’aria e ricominciava dal principio, senza darsi la minima preoccupazione della fatica e del tempo che impiegava. Il suo solo problema era di arrivare alla verità, a qualunque costo” E il costo che dovette pagare per questa sua ricerca della verità fu, purtroppo, la sua stessa vita. Si era occupato di scrivere di quel terrorismo che diede agli anni ’70 il nome violento di “anni di piombo”, e per questo fu ucciso da attentatori appartenenti alle cosiddette “Brigate Rosse”, nel maggio 1980, all’età di 33 anni.
Le motivazioni perché gli sia dedicato qualche centimetro quadrato di muro, dunque, non mancano.
L’idea di insistere su questa proposta venne qualche anno fa a Niccolò Bertorelle (ormai uscito dal nostro liceo) e Giacomo D’Alfonso (III A), in seguito ad un’assemblea d’istituto tenuta dalla commossa figlia del giornalista, Benedetta Tobagi. Come da procedura, i due sono andati a parlarne con il preside Carlo Arrigo Pedretti, il quale ha apprezzato questa richiesta, ma, alla fine, non ha contribuito a portarla a termine…
Quest’anno, su richiesta dei due, ci abbiamo riprovato: siamo andati in presidenza a chiedere spiegazioni sui motivi della mancata messa in atto di una proposta tanto ben vista,e sollecitarne la ripresa.
“Si pensava di intitolargli l’aula magna- si giustifica il Pedretti- ma anch’essa è già stata dedicata, come si può capire notando la grande iscrizione che si trova sopra le sue porte.” Il problema, dunque, sembrerebbe essere stato trovare una collocazione consona. Problema risolto da lui stesso grazie a quella che pare essere stata “un’illuminazione notturna”: il luogo ideale potrebbe essere una delle due nicchie collocate nelle pareti laterali del monumentale ingresso.
Risolto questo problema se ne pone un altro, ipotizzato da Giacomo come ulteriore causa del temporeggiamento: possibili episodi di vandalismo da parte di alcuni studenti. Questi, come afferma il Preside appellandosi alle nostre coscienze, non sarebbero solo una mancanza di rispetto ma anche non dare valore a qualcosa che dovrebbe averne. Speriamo che questo appello possa servire a prevenirli.
A questo punto, non resta che mettere in moto il meccanismo burocratico perchè l’affissione della targa a Tobagi possa essere resa possibile: una richiesta scritta da parte di noi studenti autenticata da almeno 80 firme, l’approvazione del Collegio docenti e del Consiglio d’Istituto, l’ufficializzazione della spesa per l’incisione del rettangolo di marmo da appendere, e la cerimonia di inaugurazione di questa onorificenza , con la presenza della stampa e di Benedetta Tobagi. Il tutto, se possibile, entro marzo.
Nel frattempo, augurandoci che il nostro articolo vi abbia suscitato interesse, vi promettiamo di tenervi aggiornati sugli sviluppi della faccenda e vi invitiamo a dare il vostro contributo nella raccolta firme che probabilmente passerà a breve fra le classi.

La targa presente dal 2005 in via Salaino, dove Tobagi è stato ucciso nel 1980

Donna

Una persona che tutti i mesi
ha almeno due giorni di nervi tesi
Una bimba in cerca di sé
che ti sommerge con i suoi “perché?”
Una giovane che mentre sta a studiare
vede altri pensieri in lei fluttuare
Una idealizzata gran dama
cantata in poesia da un uomo che l’ama
Una ragazza che poco convinta
inizia a vestirsi un po’ succinta
una bamb(ol)ina che si vende
per motivi diversi che nulla rende
Una persona che da panciuta
ne darà la vita ad una minuta

Un’adulta che ha trovato un lavoro
e lo tiene stretto, vale come oro:
Un’insegnante a volte odiata
per un votaccio o una sgridata
Una commessa che da dietro il suo bancone
vive sperando in una pensione
Una assonnata stanca cassiera
che dà il resto giusto ma non fa carriera
Una sindacalista che protesta
per stare a casa nei giorni di festa
Una moglie che a casa ci sta
per volontà (o necessità?)
Una straniera in casa per aiutare
a lavare stirare e riordinare

Una faccia nascosta dietro a un velo
spesso criticata con tanto zelo
Una sposa che il velo indossa solo una volta
con l’abito bianco di una tradizione mai tolta
Una che quell’abito forse indosserà ancora
perché a volte il tempo il primo amore divora.

Una più una, e poi ancora un’altra
cos’hanno in comune ingenua e scaltra?
Una parola il cui anagramma
è “danno”, ma nessuno ne fa un dramma.

Marzo pazzerello | Rivolte, donne e un ombrello

“Marzo pazzerello: esce il sole e prendi l’ombrello”
Eh già… Marzo è proprio pazzerello, ma non solo per le contraddizioni nel tempo atmosferico.
E’ un mese che abbiamo atteso con ansia, per la prima pausa vacanza dopo due mesi di ripresa dura da quel trimestre che pare sempre passare troppo in fretta.
Il mese del carnevale, in cui ogni scherzo vale (a meno che non sia un pesce d’aprile).
Il mese che allunga le giornate, illuminando gradualmente le mattinate sempre troppo buie perché sia possibile entrare nell’ottica di doversi alzare.
Il mese della primavera, che dovrebbe far sbocciare i fiori, ma continua anche a far sbocciare rivolte che di floreale hanno purtroppo solo il nome: “rivoluzione del gelsomino”. Appare strano il fatto che qualcosa di così sanguinoso venga chiamato giornalisticamente con un nome tanto delicato, che rievoca un candido piccolo oggetto dal profumo intenso. Eppure così accade: le coste africane che si affacciano sul Mediterraneo (così vicino a noi) insorgono contro dittatori trentennali, e la gente scappa fra le onde verso il nostro paese, nel quale nel frattempo qualcuno pensa a indossare un altro oggetto candido: una sciarpa. Qualcuno che viene festeggiato e sfila per le piazze italiane proprio in questo mese, con un altro fiore piccolo (ma giallo) come simbolo: la mimosa. Qualcuno che andrebbe in realtà chiamato “qualcuna”. Qualcuno a cui questo numero è dedicato: le donne.
Facile per una ragazza cadere in banalità apologetiche: “Tremate, tremate: le streghe son tornate!”, ma sappiate che in questo numero scrivono anche ragazzi (quindi, cari maschi, non iniziate subito a fare aereoplanini con queste pagine!). Anche perché con la pioggia primaverile gli aereoplanini di carta si impregano subito, si appesantiscono e cadono… Ricordatevi dunque di portarvi un buon ombrello a scuola, ma non sventolatelo in aria come Gheddafi nel suo breve discorso: vi serve per proteggere il dizionario per la vostra prossima versione!

Una zabaioniana agli antipodi | Hokey pokey, tuniche alla Harry Potter e suono di cornamusa -

9 Novembre 2010: ultimo giorno di scuola… Prima ora, a chimica, un “esperimento” culinario: preparare (e poi mangiare!) l’hokey pokey, dolcissimo impasto di golden syrup e zucchero, fuso a fuoco lento, e reso istantaneamente croccante come una patatina da un cucchiaino di bicarbonato di sodio. (Niente di pericoloso, provate a casa, è buono!) Cambio d’ora: dieci minuti di group classes prima dell’intervallo. Qualche comunicazione, e poi dolce far nulla seduti in compagnia di una quindicina di ragazzi di tutte e cinque le classi di età della scuola. Intervallo: la gente si disperde, fra bar, tavolini da picnic e campi da giochi. Quasi tutti sgranocchiano uno snack. Qualche ragazza si distende al sole sperando di inscurirsi le gambe per una ventina di minuti, prima che la campanella suoni di nuovo.
Seconda ora: matematica. Tempo di ripasso: ci vengono date risme di fotocopie di esami degli anni passati. Le lezioni sono all’ultimo giorno, ma non è ancora finita: fra una settimana ci toccano gli esami. Scritti esterni che fanno un po’ paura a molti studenti che dopo un rilassato anno scolastico si ritrovano alle prese con una mole di studio che li constringe ad un rush finale.
Terza ora: teoricamente avrei “sports and rec” (così chiamano educazione fisica), ma oggi è l’ultimo giorno, e bisogna prepararsi per la cerimonia di stasera. Prizegiving: la premiazione dei primi tre studenti di ogni anno di ogni materia (vouchers del valore di circa 20 euro, o addirittura coppe per i primi classificati e certificati per gli altri), di fronte a genitori e membri della comunità… Un evento a quanto pare molto importante, per il quale è necessario fare delle prove. I posti a sedere di chi riceverà un riconoscimento sono programmati dal primo all’ultimo: la gente si alza in ordine, sale sul palco, stringe la mano del preside, scende dal palco, fa il giro del salone e torna al proprio posto. Riceviamo raccomandazioni sull’orario e il vestiario richiesto: uniforme scolastica con camicia bianca e cravatta per i ragazzi. Ordinata e stirata, ci raccomandano.
Un’altra campanella: pausa pranzo di 25 minuti, e poi di nuovo tutti in aula magna, a provare l’inno nazionale e quello del college. (Sì, hanno un inno scolastico, l’inno del Rangitikei college, che si canta in assemblea quasi ogni martedì!) Bisogna cantare con orgoglio ad alta voce, alzandosi in piedi in posizione fiera. Il preside chiama “school stand!”, e poi “take a seat” qualche decina di volte. Alzarsi, sedersi, alzarsi, sedersi… Tutto deve essere perfetto.
I ragazzi del penultimo anno (year 12) hanno deciso di fare una Haka (una danza maori) di saluto ai ragazzi dell’ultimo. Mi unisco a loro nelle prove, in attesa che la campanella suoni per l’ultima ora dell’ultimo giorno. Tutti a casa! Per poi tornare alle 6.30 pm.
Alle 7, tutti sono ai propri posti. Si può iniziare. Sento un suono di cornamusa. Gli insegnanti entrano lentamente, indossando tuniche nere con cappuccio bordato di pelo o stoffa verde o rosa e siedono sul palco, dietro a un tavolo colmo di trofei. Una sorta di preghiera di cui non ho capito una parola se non il finale “amen”, l’inno nazionale, il discorso del preside, degli sponsors e di un’ex studentessa, un brano al pianoforte e poi la sfilata di studenti sul palco. Nome, cognome, e una sfilza di riconoscimenti (“first in…, second in…; excellence in…, industry in…”) Applausi, qualche genitore si esalta un po’ e pare fare il tifo. Qualcuno si emoziona e arrossisce. Infine, una mezz’ora dedicata agli studenti uscenti, in gruppo sul palco per ricevere un diploma avvolto da una fascia verde, con uno sguardo in parte soddisfatto e in parte quasi in lacrime. Lacrime che non sono state però le uniche della serata. Mentre la “Classe del 2010″ lascia il College, già si pensa al futuro, e a chi fra i futuri veterani l’anno prossimo si prenderà la responsabilità di rappresentare la scuola e gli studenti. Silenzio da rullo di tamburi, mentre il preside annuncia i nomi dei nuovi “head boy” e “head girl”, scelti da lui. La ragazza è una mia amica: piange di contentezza. La folla esulta per lei. Io penso a quanto sia diverso per i nostri rappresentanti pariniani, eletti dal popolo studentesco proprio in questo periodo. Qui non ci sono liste, non ci sono propagande, non ci sono schede elettorali. Solo una sorta di audizione col preside che ricorda un po’ un colloquio di lavoro. Amici e sostenitori non possono che compilare una sorta di modulo di raccomandazioni per incoraggiare la scelta.
E mentre penso, la serata giunge al termine. Gli insegnanti sfilano nuovamente a ritmo di cornamusa in direzione dell’uscita.

9 novembre 2010: ultimo giorno di scuola al Rangitikei college di Marton, New Zealand… Cinque mesi passano in fretta qui dall’altra parte del mondo. E due articoli sembrano pochi per una rubrica che, credetemi, vorrei non dover concludere qui. Ma fra una sttimana di esmi di fine anno, tre di vacanze estive, e una ventina di ore di aeroplano, mi ritroverò nuovamente catapultata nel mondo pariniano, fra versioni e interrogazioni (mai avuto un “oral test” qui!). Grazie a tutti per avermi letto, e a presto!

Una zabaioniana agli antipodi | Una gonna stretta e un ritardo

“I understand that I’ve been asked to copy this statement about lateness because I have been late to class.
I realise that my kind teacher is getting me to copy this out because all teachers care about my future. They are trying to teach me that being late is a sign that i am not prepared to work and that I may not value my education as much as I should.
I understand that my lateness could also affect my chances of future employment as my teachers are often asked about my puntuality at school.
If my lateness continues when I do have a job, I am likely to lose the job due to my poor punctuality.
I am pleased to have this opportunityto think about he consequences of my lateness and I will try very hard to ensure it does not happen again.”
Pensate a tutte le volte in cui la sveglia non ha suonato, avete perso la metro’ per un pelo, o siete stati semplicemente un po’ troppo lenti nel prepararvi al mattino. Pensate a tutte le volte in cui siete arrivati anche solo un paio di minuti dopo il suono della campanella della fine della ricreazione, a causa della lunga coda da Nando per una focaccina. Pensate a cosa e’ successo: un ammonimento, una nota sul registro, o l’obbligo di portare una giustifica firmata dai genitori…
Ora , immaginate di ottenere semplicemente un foglio giallo, con il titolo minaccioso “lateness detention”, le righe che ho appena riportato, e una quindicina di linee su cui ricopiare e firmare quella sorta di mea culpa. La prima volta che e’ successo mi e’ quasi scappato da ridere. Mi suonava un po’ ipocrita dover dare del “kind teacher” a chi mi aveva appena dato una punizione per aver messo piede in classe nel momento esatto del fatidico “DRIIN”.
La verita’ e’ che non ho corso abbastanza in fretta, su per la rampa di scale che conduce al primo, ed unico, piano dell’edificio B del Rangitikei College di Marton, ridente cittadina di cinquemila abitanti situata piu’ o meno dall’altra parte del mondo.
Ciao sono Sara e scrivo dalla Nuova Zelanda, terra di pecore, kiwi, Maori… E uniformi scolastiche.
Affrettarsi su per le scale indossando una gonna di materiale lanoso che scende dritta fino al ginocchio non e’ facile… Ma almeno al mattino si fa piu’ alla svelta: quanti di voi spendono almeno 5-10 minuti di meditazione davanti all’armadio ad abbinare colori?
Immaginate invece di dover indossare una polo grigia unisex, un maglioncino verde scuro con lo stemma della scuola (che, guardacaso, ha uno slogan in latino: “ad altiora”), la gonna di cui ho parlato o, per i ragazzi, pantaloni di tela nera a vita alta, e un paio di scarpe basse nere.
Pazienza, alla fine ci si fa l’abitudine, in attesa del “mufti day”, nel quale, per una volta, si e’ autorizzati a indossare qualunque cosa, e si ha la possibilita’ di vincere un concorso per i capelli piu’ pazzi con in premio un peluche e dolciumi. Dolciumi offerti dalla scuola? Ebbene si’… Vi piacerebbe ricevere un leccalecca alla fine di una lezione di chimica? e che ne direste di arrostire qualche marshmallow alla fiamma, all’ultima lezione di fisica del trimestre? Ed ecco una proposta di uscita didattica: un giro al parcogiochi sulle altalene per capire il funzionamento delle leve! Beh, come leggete ci sono anche lati particolarmente positivi (anche se bizzarri) in questa scuola… Indovinate un po’: non sanno cosa sia un’interrogazione. I loro test sono solo scritti, e con una non vasta gamma di voti: not achieved, achieved, achieved with merit, achieved with excellence. Il sistema scolastico e’ alquanto complicato, basato sui “credits”, che possono apparire simili ai nostri crediti per la maturita’, ma sono difficili da spiegare quanto da capire. Tutto dipende dallo studente, l’unica cosa che serve per passare l’anno sono 80 di quei punti, aquisiti attraverso le diverse verifiche di un totale di sei materie da lui stesso scelte. Materie che a volte appaiono stravaganti: food technology (cooking), agriculture, engeneering, te reo maori (lingua maori)… Ma questa scelta implica una avventata decisione sul proprio futuro. Una cosa che ho sentito particolarmente e’ la pressione che la scuola fa sui ragazzi per quanto riguarda il loro futuro mestiere. E molti hanno gia’ le idee parecchio chiare… Quanti di voi sono altrettanto sicuri? E quanti di voi gia’ lavorano o lavorerebbero in un supermercato, la mattina prima di andare a scuola, o al pomeriggio dopo cinque ore di lezione? Io, personalmente, sono ancora parecchio indecisa…
Intanto, mentre lassu’ iniziate a piegare la schiena sui libri dopo le vacanze estive, qui mi godo un paio di settimane di vacanze primaverili, dopo due mesi di fresco studio invernale… Un salutone e a presto, a chiunque abbia avuto la pazienza di arrivare fino in fondo a questo articolo!

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