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La fabbrica di Milano | Reportage di una città in movimento

Milano. Dici Milano ti rispondono Duomo, Scala, più banalmente: centro. Il centro si può intendere come centro effettivo della città, o, con un’interpretazione molto libera, come l’insieme di tutte le vie, le piazze, le zone che contribuiscono a creare la visione di Milano nell’immaginario collettivo. Ma Milano non è solo questa. Se ci si allontana dalle vetrine del centro si scoprono aspetti della città completamente differenti, che raccontano un’economia scomparsa, fatta di artigiani e officine, cascine e osterie.
Siamo in zona 3, vicino a Lambrate. Qui troviamo due quartieri, Ortica e Cavriano, che un tempo formavano un unico paese. Oggi sono divisi dalla ferrovia, ma qualche testimonianza dell’antica unione e di ciò che erano, e in parte sono ancora, resiste al tempo.
Il paese era irrigato dal Lambro, che favoriva attività di pesca, navigazione e agricoltura. Per questo lungo via Cavriana, partendo da via Tucidide, ci si imbatte in diversi edifici e cascine d’epoca, fra cui la storica “Cascina Cavriano”.
Attraversato il Cavalcavia Buccari si arriva in via Ortica, da cui poi il nome del quartiere. Ortica deriva da orto, ma nonostante questa spiegazione rispecchi l’origine rurale del luogo non è il vero motivo della sua denominazione. Questa infatti dipende dalla presenza di un’antica osteria, oggi conosciuta come “L’osteria del gatto nero”, che portava in precedenza il nome poi ceduto al quartiere.
La chiesetta di San Faustino è un altro edificio importante nella storia del quartiere. Si trova all’inizio di via Ortica, e al suo interno riporta testimonianze di storia milanese, come un graffito rinvenuto sotto un affresco riguardante la calata di Federico Barbarossa nel 1162.
L’Ortica appare anche in una canzone di Enzo Jannacci, “Il palo della banda dell’Ortica”. Consiglio vivamente di ascoltarla.

Un 15 ottobre diverso

Ci sono andato in autobus. Appuntamento alla camera del lavoro alle dieci di sera, un freddo della miseria (mi sia concessa l’espressione scientifica) e partenza a mezzanotte. Quanto segue è la cronaca di una manifestazione non apparsa sui giornali.
Arrivo a Roma alle sette. Solo a mezzogiorno passato ci mettiamo in marcia. O meglio in corteo.
Dura poco: attraversate un paio di strade partendo dalla Sapienza, arriviamo in piazza della Repubblica, quella romana. Lì ci fermiamo e ci rimaniamo per più di due ore. Non capendo cosa stia succedendo, mi affido alla diretta di Radio Popolare, che mi aggiorna sul caos di piazza San Giovanni.
Lì, dove in teoria avremmo dovuto arrivare, si sta consumando un’inaspettata violenza: auto, pattume, furgoni della polizia incendiati, san pietrini scagliati, caroselli…
Mentre la radio informa di questi fatti, ci muoviamo di nuovo. Siamo tantissimi, migliaia e migliaia, e cominciamo a camminare per le strade della capitale inneggiando cori pacificamente.Quello che accade alla punta del corteo non ci riguarda. Non riguarda la marea di gente di cui faccio parte. L’unico contatto che abbiamo con la testa sono varie voci che girano: c’è chi parla di guerriglia urbana, chi di scontri “peggiori di quelli di Genova”. Ma si procede. Si pone un problema: arrivare al luogo d’arrivo prestabilito significherebbe gettarci nelle fauci della violenza, e inoltre la piazza è stata chiusa per gli scontri. Soluzione: cordone. Tendendoci per mano creiamo una transenna umana che devia il corteo, che diventa così selvaggio. Il che significa senza meta. Questo, dopo un lungo vagare, ci porta in periferia. Molto probabilmente lì non si è mai vista una manifestazione, perché la gente è tutta affacciata alle finestre ad applaudire a filmare. Il clima si fa euforico. “Noi non ci fermiamo, stasera non ci ferma nessuno, stasera si continua, portiamo avanti le nostre idee, la violenza non ci appartiene, la violenza per noi sono i tagli alla scuola, al welfare, ai diritti, e continueremo a ribadirlo!” Le parole d’ordine dal camion hanno un divertente retrogusto di rivoluzione globale, ma ci tengono caldi nel freddo della sera. Stiamo facendo ritorno alla Sapienza, dopo aver occupato simbolicamente una tangenziale già deserta. Proprio lì mi sono reso conto di quanti eravamo: a una curva, dalla testa del corteo, ho la visione totale di un’enorme quantità di persone. Il corteo sta marciando da circa dieci ore, gli instancabili si fermano in tenda, sotto geniali slogan come “Yes, we camp” o “Chi vuole intendere, in-tenda”. Ma per gli altri, me compreso, la giornata si chiude e ci si avvia verso gli autobus.
Questa è stata la manifestazione di cui non avete letto il 16 ottobre. L’evento pacifico, divertente e inatteso che nessun giornale ha riportato. Non nego, piazza San Giovanni l’ha oscurato.

Metamorfosi di un frigorifero

Certo in altre circostanze non saremmo qui, in un locale con la vetrina ricoperta da vecchie pubblicità della coca-cola , da scritte al neon ormai tutte spente, e con la sola compagnia di vecchi ubriaconi che cantano in dialetto non azzeccando neppure una nota. Non aspetteremmo che dalla cucina arrivi il tremulo squillo del forno a microonde da cui intuisci che la lasagna che hai ordinato oltre a non conoscere neanche Bologna ti aspettava surgelata da chissà quanti anni. Ma se ti ritrovi alle otto e mezza fradicio, sotto il diluvio universale, con i supermercati chiusi e la dispensa magramente occupata da qualche residuo di cracker, le possibilità con cui concludere la serata mangiando discretamente diminuiscono considerevolmente.
Forse sono queste le circostanze che ti cambiano la visuale rispetto all’arte culinaria. Perchè quando ti servono un piatto che assomiglia più ad un mal riuscito Munch allora pensi: ”Forse potrei trattarmi meglio…”. E allora torni a casa e tutto quello di cui hai voglia è un piatto di pasta, magari condito con pomodorini freschi, mozzarella, basilico e scagliette di ricotta salata siciliana. Perchè in fondo è questo quello di cui ogni tanto si ha bisogno.
Ci sono molteplici cause per cui la tua vita improvvisamente può prendere una svolta inaspettata, parlo per esperienza personale.
Quando ti rendi conto che l’acqua che scende dal rubinetto può essere una buona sostituta alla fedele Sant’Anna o Uliveto, non certamente chilometro zero (*), allora in famiglia a qualcuno viene l’idea di comprare bottiglie di vetro (da riempire con acqua del rubinetto) e di salutare per sempre la plastica. Ecco come l’acqua può essere la scintilla che appicca il fuoco.
Il passo successivo può essere la carne. Sì, se si scopre che la carne rossa può essere causa di tumori, allora molto semplicemente la si bandisce definitivamente dalla dispensa, perchè una volta che hai imboccato la strada della sana alimentazione non ti puoi più opporre alle novità imminenti. Così se un’altra sera tu bramassi non più la pasta, ma una ”bisteccona ai ferri” con contorno di patate, niente! Le proteine ormai le assumi tramite saporitissimi piatti come risotto e lenticchie, o fagioli e legumi vari. Inoltre aprendo la credenza scopri che il Biologico incombe, e che ogni giorno sostituisce le ancora una volta devote merendine. I Pan di Stelle scompaiono, e così pure le Gocciole e i Cereali al Cioccolato di tutte le forme e dimensioni. Vengono sostituiti da buonissimi biscotti al farro, al miele e dai Muesli ”croccanti”.
Ti iscrivi ad un G.A.S. (gruppo di acquisto solidale con cui ordini cibo esclusivamente biologico da tutta Italia), cominci a venerare l’Alce Nera (famosa marca biologica), e ti abbandoni alla tua nuova dimensione. Ti compiaci del tuo nuovo pensiero anti-consumista riguardante l’alimentazione, e pensi di completare la trasformazione: butti via la televisione, vendi la macchina. A questo punto un po’ rimpiangi le lasagne rifiutate quella lontana sera d’estate, e pensi che il tutto sia frutto di un tuo capriccio ”snob”. Ma il mondo del consumismo non ti appartiene più, non ti senti più un possibile soggetto per Andy Warhol.
Un pensiero però a volte ti assilla, non ti lascia in pace, e allora ti arrendi e lo formuli: ”Certo che il salame era proprio buono..”

(*) La denominazione di alcuni alimenti ”chilometro zero” indica che essi sono prodotti vicino al luogo di vendita, e quindi facendo un breve percorso per arrivare al supermercato il loro impatto ambientale per quanto riguarda l’inquinamento durante il trasporto è minimo.

Una piccola storia ignobile

Appoggiai il piede sinistro a terra, sull’asfalto. Fu quello il primo passo che feci sul territorio francese. Inspirai, inalando l’odore del porto. Soffiò una leggera brezza, e mi parve di vivere un sogno. Mia figlia mi teneva per mano, sul viso le leggevo la stanchezza di un viaggio durato giorni. Mia moglie invece girava quasi su se stessa, come per catturare più immagini possibile. Mi sentivo euforico, ma un po’ spaesato. Un benzinaio riempiva il serbatoio di un motoscafo, un gabbiano se ne stava altezzoso sull’albero maestro di una barca a vela, lo stereo di un bar vicino echeggiava. Entrai in un bar, ripetendo mentalmente una delle poche parole che ero riuscito a memorizzare in francese. ”Cartes?” chiesi al barista, che dall’accento probabilmente capì che non ero del luogo e mi indicò uno scaffale pieno di pubblicità e di cartine della città. Ringraziai con un sorriso e uscii trionfante e soddisfatto della mia prima prestazione linguistica.
Mi lasciai cadere sul letto, stanco morto, ma ancora una volta ottimista. L’albergo che avevamo scelto era in prossimità del porto, economico ma per noi accettabile. La bambina dormiva da un pezzo, io accesi la televisione, constatando in poco tempo che sfortunatamente non si parlava di cartine geografiche.
La notte passò in fretta, complice probabilmente la stanchezza. Grazie ad una ricca colazione recuperammo un po’ le forze, per poi trovarci nuovamente catapultati in un altro luogo: la stazione. Lì una quantità incalcolabile di persone correva da un binario all’altro, saliva di corsa sulle carrozze, si urtava. Ci sentivamo ancora una volta fuoriluogo. Un po’ giocando d’azzardo indovinammo il treno giusto, diretto verso la nostra ultima tappa: Parigi. Capitale europea, città romantica, caotica, francese. Le mie informazioni erano alquanto limitate. CI sistemammo così in uno scompartimento a sei posti. Di fronte a me un uomo sparuto, sulla cinquantina, che leggeva un giornale locale (conclusione che trassi dal titolo ”Marsiglia” ). Silenziosamente, il treno partì, accelerando gradualmente mentre salutavamo con lo sguardo la città che ci aveva appena ospitato. Il signore di fronte a me ripiegò il quotidiano, e per la prima volta da quando eravamo entrati diresse lo sguardo verso di noi. ”Italiens? Grecs?”. ”Romeni” risposi io sfoggiando il discutibile frutto dello studio della lingua inglese. ”Siete in vacanza?” ribattè interessato. ”Andiamo a visitare parenti”. Non rivelai il nostro vero fine, emigrare, ma gli raccontai del nostro viaggio. ” Siamo partiti dal nostro paese circa dieci giorni fa. Abbiamo soggiornato in vari posti prima di arrivare a Marsiglia: abbiamo attraversato la Serbia, l’Adriatico e l’Italia. Con due differenti traghetti ci siamo spostati prima verso la Corsica e infine nel grande porto di Marsiglia. Abbiamo aspettato lì un giorno e.. eccoci qui” e chiudendo sorrisi. ”Sarete stanchi, spero che la Francia si riveli accogliente”. Questa seppur breve conversazione ci rincuorò, e aumentò il nostro ottimismo e le nostre aspettative.
Chiusi gli occhi e mi immaginai la nostra vita di lì a un mese, con un lavoro, una cittadinanza, una speranza, un futuro, la libertà. Mi addormentai.
Dopo undici giorni di viaggio, distrutti, eravamo accolti da mio cugino, che ci abbracciò e baciò tutti. Mia moglie si commosse. Ci fece accomodare nella sua macchina, mise in moto e ci avviammo, anche se non sapevamo ancora per dove. Feci una sintesi più approfondita della nostra avventura attraverso l’Europa, i problemi linguistici, le impressioni, e lui ascoltò attentamente. Dopo circa mezz’ora arrivammo. mi guardai intorno. Il paesaggio si presentava come un insieme di roulotte in ordine sparso. Fuori c’era molta gente, bambini che giocavano, non c’era asfalto. La speranza non moriva.
Le settimane passavano in fretta, io mi ero trovato un lavoro in un’impresa di pulizia, mia moglie pure. Imparavamo il francese. Avevamo intenzione di avviare nostra figlia verso una scuola, ci tenevamo, ma volevamo aspettare. Vivevamo in una comunità di connazionali, e la nostalgia di casa diminuiva. Eravamo felici.
Giunse il 2 settembre 2010. Sui giornali in quei giorni si parlava di rom, di espatrii, ma la situazione non era molto chiara. Accadde. Mia figlia giocava davanti a casa, mia moglie stendeva il bucato. Io mi rilassavo, seduto sugli scalini della roulotte. Vidi avvicinarsi qualcuno. Poliziotti e guardie di finanza riuscii a capire. Poi fu il caos. Ci furono scontri verbali, poi fisici, infine arresti. Strinsi a me la mia famiglia, che come me era in uno stato tra l’incoscienza e la paura. Continuavo a non comprendere. Ci portarono alla stazione. Poi tutto ci fu spiegato. ”Per decreto presidenziale, si è deciso di rispedire gli immigrati senza permesso di soggiorno nei paesi d’origine. Pertanto verrete condotti prima al porto di Marsiglia e infine in Italia. Da lì ritornerete in Romania”.
Come una cartolina rispedita al mittente perché senza francobollo, ci trovammo ad affrontare l’esasperante viaggio che ci aveva dato speranza, nel senso opposto. Torneremo in Romania, nella vecchia abitazione , nella medesima situazione nella quale l’avevamo lasciata: niente lavoro, niente futuro. Da qualche giorno siamo a Roma: chissà, potremmo tentare di fermarci qui, se non fosse per come ci guardano gli italiani…

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