Archivio delle Categorie: Francesca Angeleri

Tutti sulla stessa barca

Io amo il Natale. Non perché sia particolarmente romantica e mi illuda che per qualche motivo da dicembre a gennaio tutti siano più buoni e generosi e disponibili a venirsi incontro. Però ci sono le vacanze, le luminarie per le strade e l’odore di caldarroste in corso Vittorio Emanuele. E tanto mi basta per passare sopra al freddo, alla neve che diventa subito fango, al traffico, al perbenismo dilagante, allo stress per i regali e alla gente stressata per i regali. Comunque, qualsiasi cosa questo periodo dell’anno significhi per voi, godetevelo: sarà il nostro ultimo Natale prima che la famigerata profezia Maya si avveri e un meteorite renda vani tutti questi anni passati sui libri schiantandosi sulle nostre teste il 21 dicembre 2012. Giusto in tempo per evitarci l’annuale strazio dei film a tema stile “mamma ho perso l’aereo”, tanto per dire. Al di là dell’allarmismo inutile e delle ancora più inutili smentite che popolano ogni trasmissione pseudo-scientifica che si rispetti, io trovo che una bella apocalisse forse servirebbe. Se non altro capiremmo (troppo tardi, as usual) come la popolarissima filosofia del “siamo tutti sulla stessa barca” risulti un tantino controproducente quando la suddetta si trova ad affondare con tutti i suoi passeggeri. E’ triste, ma è proprio così che funziona: i problemi ci sono, li vediamo, li sentiamo, ne parliamo e (perdonatemi il qualunquismo) nessuno fa nulla per cambiare le cose. O meglio, quei pochi che si attivano vengono visti dal resto della società come bizzarre eccezioni, aspiranti eroi moderni che credono ancora in un mondo migliore. Perché? Perché il fatto che il nostro problema (qualunque esso sia) venga condiviso da un nutrito gruppo di persone ci dà la possibilità di delegare a qualcun altro l’oneroso compito di preoccuparsene. E di guardare agli stessi con compassione dal momento che, forti della nostra sedicente saggezza, sappiamo bene che è molto più da furbi lasciare che gli eventi ci scivolino addosso e scansare abilmente le delusioni scegliendo di non sperare più in nulla. Anche se preferirebbe farne a meno, però, l’essere umano un po’ se ne accorge di ciò che gli capita attorno: così, consapevoli delle ripercussioni che una simile tendenza non può che comportare, decidiamo di aggrapparci alla convinzione che la nostra epoca si concluda con un evento di carattere cataclismico totalmente inevitabile, piuttosto che con una naturale e meno coreografica conseguenza del nostro far finta di nulla. Riusciremo mai ad abbandonare definitivamente un meccanismo tanto deleterio e radicato nel nostro modo di vedere il mondo? Non lo so. Però penso che quando ci viene detto che insieme possiamo cambiare le cose converrebbe forse rifletterci un secondo su prima di catalogare la frase come banale retorica e chi la pronuncia come l’ultimo degli oratori (cosa che oltretutto, per via di un’innata tendenza allo scetticismo, mi trovo a fare molto spesso). Detto ciò, il miglior augurio che mi sento di farvi è che ciascuno di voi trovi al più presto il modo per rendere questo mondo un po’ più simile a come vorrebbe che fosse, possibilmente prima di doversi lamentare perché altri hanno deciso al suo posto.

Generazione Z

Da che mondo è mondo, le nuove generazioni sono sempre state criticate.
Si ha una sorta di presunzione nei confronti dei più giovani, dei nuovi, dei principianti: chi c’era “da prima” ha il diritto inalienabile di giudicare senza pietà gli ultimi arrivati.
E’ così, non ci resta che prenderne atto. Non siamo degli sballati, sbandati, drogati, alcolizzati, alienati, disinteressati, anestetizzati e un sacco di altri bruttissimi aggettivi che fanno rima tra loro. Non lo siamo, o magari lo siamo e non ce ne accorgiamo, ma è sempre stato così, di generazione in generazione, si stava meglio prima. Prima quando? Prima quando non c’era il computer, prima quando non c’era la televisione, prima quando non c’erano tutte queste macchine, prima quando c’erano i dinosauri.
La vera grande differenza nell’atteggiamento che la precedente generazione ha nei confronti della nostra è che oltre a criticarla si sente anche un po’ in colpa. Perché? Scrive il filosofo Umberto Galimberti: “ La crisi della società […] consiste in un cambiamento di segno del futuro: dal futuro promessa al futuro minaccia”. Gli stessi che sguazzano allegramente nell’oceano di luoghi comuni che fanno di “questa gioventù di oggi” la peggiore di sempre (titolo che tra una ventina d’anni verrà puntualmente ereditato dai nostri figli) in qualche modo non sono stati in grado di garantirci un futuro. O meglio, di permetterci di guardare al futuro con speranza invece che con amarezza.
E’ quasi comico come le due questioni entrino nella top-ten dei discorsi qualunquisti che fanno tanto comodo quando urge rianimare una conversazione: si passa con ammirevole leggerezza da “questi giovani d’oggi che non hanno interessi e ambizioni e pensano solo a divertirsi e a bere il sabato sera” a “eh che vuoi farci sono tempi duri, il figlio dell’amico della sorella del mio vicino è uscito dall’università col massimo dei voti e non riesce a trovare lavoro”.
E’ una contraddizione? Sì, a livello logico. Ma sappiamo bene che nessuna conversazione da bar o da talk show procede a livello logico, si fa di tutta l’erba un fascio, ci si lascia prendere dall’emozione del momento, dalla notizia all’ordine del giorno o da quello che fa audience: così se il tasso di tossicodipendenza tra gli adolescenti aumenta, siamo una generazione di drogati; se aumenta quello di disoccupazione, il mondo è pieno di giovani molto promettenti che non troveranno un posto di lavoro neanche a pregare in turco perchè di lavoro non ce n’è né mai ce ne sarà. Semplice.
Di chi è la colpa? Di tutti, di nessuno, del capitalismo, del progresso, della crisi. Sarebbe bello trovare un capro espiatorio, qualcuno su cui sfogare tutta la nostra frustrazione di sognatori mancati, ma nemmeno questo ci è concesso.
E quindi che si fa? Bella domanda. Potremmo diventare apatici sul serio, passare il nostro tempo a sballarci e ad alienarci a suon di musica da discoteca senza porci tanti quesiti su ciò che sarà della nostra esistenza. Per quanto mi riguarda sono fin troppo impegnata a tentare di zittire la vocetta che ogni volta che apro un libro di greco si diverte a tormentarmi col solito “tanto cosa credi? Che se studi non finirai lo stesso a lavorare in un call-center?” (professione tra l’altro dignitosissima ma che per motivi a me ignoti nell’immaginario collettivo è vista come il peggiore dei gironi infernali). Con ogni probabilità ci toccherà limitarci a sperare che la generazione dei nostri genitori trovi un modo per tirarci fuori da questa situazione. Oppure aspettare di essere abbastanza grandi per salvarci da soli (e passare il resto della vita a rinfacciarlo ai nostri figli).

Non è un Paese per donne

Poche settimane fa a Sesto San Giovanni, in provincia di Milano, è passato un emendamento che proibisce alle donne di indossare il burqa nei luoghi pubblici.
Tralasciando i motivi relativi alla sicurezza, che possono anche esser ritenuti ragionevoli, sono rimasta sconcertata di fronte alle dichiarazioni che hanno definito il velo integrale “una cosa incivile, contraria alla dignità della donna”. Perché con quello che sta succedendo negli ultimi tempi, non so quante di noi si sentirebbero di affermare che viviamo in un Paese che tutela la nostra dignità.
A questo proposito ricordo che pochi mesi fa, a Marrakech, una signora mi disse che portava il burqa perché avendo trovato un marito non aveva più bisogno di piacere agli uomini.
Naturalmente rimasi colpita da un’affermazione del genere, che tendeva a definire il corpo femminile unicamente uno strumento di seduzione, e l’obiettivo principale nella vita di una donna il matrimonio.
Ma riflettendoci, in Italia la situazione è tanto diversa?
Non metto in discussione il fatto che generalmente nel mondo occidentale la figura femminile investa un ruolo diverso rispetto a quello di molte realtà islamiche: uomini e donne hanno pari diritti, pari doveri e pari opportunità, almeno a livello ufficiale.
E’ la mentalità imperante ad essere spaventosamente simile, la considerazione che buona parte delle donne ha nei confronti del suo stesso sesso. Sono anni che regna in tv (commerciale e non) sempre la stessa dinamica profondamente maschilista: la donna non è più di un oggetto, di un corpo, sia che debba essere giudicata al pari di carne da macello in un concorso di bellezza sia che debba fare da valletta in uno show di prima serata, sorridendo divertita alle battute di cattivo gusto che il solito presentatore di mezz’età non perde mai l’occasione di offrire al pubblico a casa.
Strumentalizzare il corpo delle donne e contemporaneamente realizzare i loro sogni (e quelli dei genitori che, non riuscendo a concepire per la loro creatura un futuro più roseo di quello che la vede sgallettare in abiti succinti davanti a una telecamera, hanno anche il coraggio di esclamare candidamente “siamo tanto orgogliosi di lei”): è questo che fa gran parte delle reti televisive italiane.
E allora, è giusto da parte nostra avere la presunzione di crederci paladini della dignità femminile in nome di una morale che di fatto non abbiamo?
No. Ma ci illudiamo di poterlo fare, perché a vedere ragazze trattate come semplici decorazioni sceniche in televisione siamo (nostro malgrado) abituati, mentre pensare che una donna decida di sua spontanea volontà di non mostrare il proprio volto al di fuori delle mura domestiche ci stupisce.
Forse, se imparassimo a guardare oltre le apparenze e i pregiudizi, ammetteremmo che non ha senso demonizzare una mentalità che in fin dei conti discrimina la figura femminile tanto quanto la nostra, anche se in modo diverso. E scopriremmo che ha ragione Angela Finocchiaro, quando dice che “l’Italia non è un Paese per donne”.

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