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Guerre: la piaga dell’umanità
3200/3500 a. C. Le tribù preistoriche combattono tra di loro per poter ottenere il miglior luogo per la caccia.
XII/ IX a. C. Nella Grecia di età classica le guerre persiane costringono vari popoli di origini comuni a scontrarsi.
IV secolo a. C. l’impero Romano si espande con l’esercito più organizzato dell’epoca.
28 Luglio 1914 L’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria ad opera dell’anarchico Gavrilo Princip, nazionalista serbo-bosniaco, funge da casus belli per lo scoppio della Prima guerra mondiale.
1 settembre 1939 Invadendo la Polonia la Germania fa scoppiare il secondo conflitto mondiale.
17 febbraio 2011 In Libia scoppia una rivolta civile che vede opposte le forze lealiste dell’ex dittatore libico Mu’hammar Gheddafi e i ribelli.
Tutti e sei gli avvenimenti appena descritti hanno in comune due cose: hanno cambiato le vicende del mondo e sono tutte delle guerre in cui venne (e viene) sparso molto sangue.
Partendo dalla preistoria i compiti dell’uomo nei confronti della guerra sono stati ben definiti: c’erano, ci sono e ci saranno tre tipi di persone: combattenti, vincitori e vinti.
Tra le nazioni e i popoli che si scontrano però il vinto non è mai la fazione sconfitta sul campo di battaglia ma ci sono diversi vinti: le persone, a partire dai soldati finendo con i civili. Quando nei libri di storia leggiamo delle guerre persiane o dei conflitti mondiali, abbiamo sempre studiato le date o le battaglie, gli schieramenti e la tattiche dei due eserciti rivali; ci è sempre stato proposto il punto di vista dei generali ma mai quello delle vedove, degli orfani o di coloro che vivono la guerra in prima persona ovvero i soldati. Anche i telegiornali ci riducono la visione di tutto ciò e ci fanno vedere solo i danni creati all’ambiente o fanno di questioni reali e pericolose degli argomenti di gossip. Perciò in questo articolo ora vorrei farvi conoscere la guerra vissuta dai grandi protagonisti dei conflitti, tre soldati di diverse nazioni ed età: Giovanni, nato a Lucca il 17 novembre 1976, Mark, nato il 27 gennaio 1969 a Corpus Christi nel Texas e Babatunde, nato ad Abeokuta il 14 marzo 1996.
“Quando partii mi raccontarono che avrei combattuto per fare grande il mio paese, che tutte le azioni da me compiute in questa dannatissima guerra sarebbero state solo un mezzo per raggiungere la gloria; io al momento ci credetti e fui felice di partire, ma ora, è un anno quasi che sono qui sul campo, stremato e ferito non dormo e non mangio da settimane ed ogni notte il ricordo dei visi delle persone che ho ucciso mi perseguitano e rendono tutto più difficile. Non vedo la mia famiglia da ormai troppo tempo. Chissà se mio figlio sta crescendo seguendo le mie orme di fabbro oppure ha deciso di fare altro. E mia moglie, aah che bella era quando l’ho conosciuta ed ogni giorno che passavo di fianco a lei era il giorno più bello della mia vita e mi sentivo fortunatissimo. Chissà se dopo tutto ciò che ho fatto qui sul fronte mi ameranno come prima. La mia paura più grande è di non riuscire a tornare a casa da loro ma di finire in un campo santo con tutti i miei compagni deceduti, le mie paure crescono ogni giorno di più e continuo a maledirmi per aver detto di sì alla proposta di quei porci che mi hanno convinto ad arruolarmi. Ora i morti sono a terra tanti come fili d’erba in un prato. Oramai la paura di morire è così grande da reggermi in piedi, però adesso devo provare almeno a dormire perché domani sarà un altro giorno di sangue e morte.”
“ SEMPER FIDELIS sono state queste le parole che mi hanno fatto pensare per la prima volta ad arruolarmi nei Marines degli Stati Uniti d’America. L’ambiente in cui vissi per 10 anni era bellissimo, mi sentivo potente e sapevo di essere un perfetto ingranaggio del mio paese, non come quei maledetti hippy che ancora sono la nostra piaga. Da quando sono entrato a far parte dell’esercito americano ho capito che la guerra che stiamo combattendo è una guerra che serve per il paese e quegli stupidi che si mettono contro di noi sono dei pazzi a credere di poterci battere. Il mio non è un lavoro ma uno stile di vita in cui sono insegnate le virtù e i valori per poter trascorrere una vita serena, e nessun presidente democratico e negro ce li potrà togliere.”
“ Mamma, papà perché? Perché non li avete fermati quando l’anno scorso sono venuti a prendermi? Io qui ho tanta paura. L’ unica compagnia che ho è quella delle sigarette e del mio fucile. Perché ho dovuto seguire quell’uomo cattivo che è venuto a rapirmi? La prima volta mi ha costretto ad uccidere una donna incinta solo perché lo aveva contraddetto. Qui non mangio da da due giorni e quando mangio mi danno della sbobba immangiabile il cui odore mi fa venire dei conati di vomito. L’unico modo che ho per placare i morsi della fame è la colla che Kevin riesce a procurarci. Se non rispondo ai loro ordini sono botte e se sgarri ti ammazzano. L’ultima vittima è stata Adeto, il mio migliore amico. Gli hanno sparato davanti a tutti perché si è rifiutato di uccidere un ragazzino più piccolo di noi. Io non dormo per paura di essere preso e portato via, come Kumbo, che è stato portato via e non si hanno più sue notizie, quando chiediamo di lui ci rispondono che non sono fatti nostri e dobbiamo solo obbedire a James, quello che loro chiamano “la bestia” perché uccide senza pietà e solo per il gusto di vedere scorrere il sangue di gente innocente. Lui è il più spaventoso e quando ho provato a scappare mi hanno beccato e mi hanno portato da lui che mi ha messo un ferro rovente sul palmo della mano dicendomi che se ci riprovavo mi avrebbe coperto completante di ferro rovente. Il dolore è stato straziante e l’odore di carne bruciata era asfissiante. Ora vado perché se mi beccano scrivere questa lettera mi sparano nelle mani perché non è consentito qui.
Un bacio, vostro figlio Babatunde.
P.s. Spero di rivedervi un giorno.”
Ora anche voi conoscete i pensieri dei soldati, quindi cari lettori lascio a voi i commenti.
