Archivio delle Categorie: Elisabetta Stringhi

C’era un uomo

C’era un uomo che soffriva troppo. Soffriva talmente tanto che spesso credeva di morire, annegato nel mare delle sue lacrime, soffocato nei suoi sospiri, e si rompeva le bianche nocche contro i muri più duri lasciando indelebili tracce rosse di dolore, e faceva scendere il crepuscolo al suo passaggio, e la pioggia cadeva al ritmo dei suoi passi, battendo lo stesso ritmo del suo cuore straziato.

C’era un uomo che gioiva troppo. Gioiva talmente tanto che i suoi sorrisi illuminavano i volti delle persone che lo circondavano, come fa il sole con i suoi caldi raggi sui più rigogliosi prati primaverili. Quando era così felice, la luce dei suoi occhi poteva rischiarare qualsiasi oscurità e quel fulgido bagliore avrebbe potuto risvegliare anche gli angoli più reconditi della terra e risplendere nella più cavernosa grotta.

C’era un uomo che camminava troppo. Camminava da talmente tanto che aveva già macinato chilometri e chilometri con i suoi saggi piedi, e aveva già riempito il mondo, l’intero universo con il suono secco della sua suola consumata su di un terreno spesso arido, spesso fertile, a volte fresco di rugiada, a volte ardente di sabbia.

C’era un uomo che correva troppo. Correva talmente tanto veloce che neanche le spire della gelida bora riuscivano a lambire il suo collo, superava persino le nuvole rapide nei loro spostamenti nei giorni di clima variabile, ed essendo così celere, era sempre in anticipo rispetto al treno del suo destino.

C’era un uomo che aspettava troppo. Aspettava talmente da tanto che ormai non aveva più la percezione del tempo, i secondi ticchettavano, i minuti finivano, le ore trascorrevano, i giorni passavano, le stagioni si alternavano, gli anni passavano, i secoli morivano, e lui era sempre là, fermo, in attesa, non si ricorda nemmeno lui da quanto ormai, di che cosa, di chi, e perché.

C’era un uomo che cercava troppo. Non sapeva nemmeno lui di che cosa fosse in cerca in realtà, ma fatto sta che si guardava intorno continuamente, e andava in giro, instancabile, gli occhi aperti, il cuore in tumulto, i sensi tesi, passando di fiore in fiore, ricercando il nettare più dolce che gli potesse venire offerto dai boccioli della vita, deluso spesso dopo aver trangugiato amari calici, tuttavia senza mai scoraggiarsi.

C’era un uomo che si illudeva troppo. Le sue illusioni crescevano così a dismisura che occupavano completamente la sua mente, e quando poi queste, irrimediabilmente, andavano in frantumi, gli sembrava quasi che lo specchio della sua anima si rompesse in mille schegge, che sgorgavano come lacrime dai suoi occhi feriti.

C’era un uomo che pensava troppo. Pensava talmente tanto che si creava problemi quando non ve n’era neppure l’ombra, e non vedeva invece le cose più semplici alla luce del sole, offuscate com’erano da inutilità. E pensava, pensava talmente tanto e troppo e in fretta e sempre che non aveva mai avuto un solo momento di pace, con lui, con gli altri, con tutto. Non riusciva però a staccarsene, anche se avrebbe persino voluto fuggire via da lui stesso. Era impotente di fronte al flusso costante dei suoi pensieri selvaggi come flutti di un oceano in burrasca. Non poteva fermarli. Anche se voleva. Non poteva.

Allora si sedette di fronte al mare della sua vita e per un po’ la guardò scorrere davanti a lui.

Chiuse gli occhi.

Aveva visto tutto. Aveva capito una cosa.

Li riaprì.

Aveva visto una cosa. Aveva capito tutto.

Elisabetta Stringhi

Caro Monti… | Retroscena di una manovra all’insegna di un improbabile rigore e un’esistente equità.

Lo ammetto, non me lo sarei mai aspettato. Abituata a politici che fanno a gara per chi dice la battuta più pacchiana, o a ministre che vantano un passato da veline, un discorso così serio non lo avrei potuto neanche concepire. Non rida, non è facile passare da “Forza gnocca” a “percorso rivolto ad ottenere la fiducia del Parlamento”, e non sentire più un presidente del Consiglio parlare di come la politica gli sia stata “imposta dalla storia”, ma di “saluto deferente al capo dello stato” è stata davvero una piacevole sorpresa. Bel colpo, professore, un po’ di serietà ci voleva. Dopo diciassette anni di berlusconismo è un segnale di rottura non da poco, la stessa che c’è tra un demagogo e un rettore universitario, ben più importante di quella tra i partiti attuali che, non inganniamoci, sono fin troppo simili tra loro. La domanda sorge quindi spontanea: perché lei, un professore che, nel bene e nel male è tutto fuorché un politico, ha il sostegno di quella stessa casta politica da cui differisce tanto? Forse per lo spread?
Già, lo spread. Ma che cosa significa esattamente questa parola? Forse una temibile associazione segreta che da mesi sta colpendo le borse occidentali, oppure una sorta di virus che lento ma implacabile divora l’economia degli stati meno virtuosi, come una sorta di castigatore mascherato? E non rida, le assicuriamo che tra le assurdità che abbiamo sentito dire, queste sono sicuramente le più sensate. Eppure non è così difficile… Certo, la definizione ufficiale, cioè quella di “differenziale tra il rendimento del tasso di titoli di stato di paesi con il rischio di default, e quello di paesi che invece hanno un rischio molto basso e che perciò vengono presi come riferimento” potrebbe effettivamente spaventare e incutere repulsione nei confronti di qualunque giornale o programma a carattere economico al quale si tenti un approccio. Tuttavia la realtà è molto più semplice: lo spread è la spia di quanto i creditori reputino uno stato affidabile, e di conseguenza di quanto alti siano i tassi d’interesse dei prestiti ad esso concessi. Per comprendere al meglio questo concetto basti pensare che più un paese è stabile, sia politicamente sia economicamente, e più trasmette fiducia agli investitori, i quali sono maggiormente incentivati ad investire. Tuttavia se lo spread, l’indicatore di fiducia dei mercati esteri, si alza, significa che nessuno è disposto a rischiare impiegando i propri capitali in quel paese che resta dunque privo di investitori e di fiducia. A questo punto i mercati e gli speculatori tendono a scommettere proprio sul fallimento dell’economia di quel paese; così speculando, guadagnano certamente di più. Dunque, come cercare di fermare quest’indomabile spread che come un ottovolante impazzito sale (soprattutto) e scende (a stento), condizionando i mercati e le economie europee? L’unico modo per tenerlo a freno è quello di garantire credibilità ai mercati o dimostrando la stabilità del governo con delle manovre economiche oppure, se il governo stesso non è più in grado di mantenere l’esecutivo e ottenere la fiducia del parlamento, questo ha il dovere o di lasciare spazio a uno tecnico o di mandare il popolo alle urne, garantendo così la democrazia.
Lei, professor Monti, naturalmente è consapevole di come tutto ciò ha reso possibile il suo ingresso in politica: quando giravano voci sulle dimissioni di Berlusconi lo spread scendeva, per schizzare alle stelle nel giro di tre quarti d’ora se venivano smentite. Insomma, il precedente governo non rassicurava affatto i mercati ed era carente di una credibilità che invece lei attualmente sta dando loro. Tuttavia è difficile ammetterlo, ma Berlusconi sicuramente non si è dimesso perché voleva il bene del suo Paese, e non l’ha fatto in seguito a un referendum perché gli italiani non lo volevano più al governo. E a disdetta di chi afferma a gran voce che ormai Berlusconi, il “cattivone” di turno, è stato definitivamente sconfitto, bisogna far presente che non è così, essendo lui ancora un gran protagonista della politica italiana e un uomo che ha condizionato fortemente il nostro Paese per un ventennio. Ovviamente tutti i sondaggi lo danno perdente qualora si ripresentasse alle elezioni con un partito nuovo di zecca dal nome più altisonante, quale “W l’Italia”.
Ricorderà benissimo la sera di quelle agognate ed attese dimissioni, le feste in piazza, i bivacchi dei giovani, il giubilo di Bersani, Vendola, Di Pietro & Co., e il premier uscente tempestato di monetine che forse ci ragguaglia un suo noto amico, Bettino Craxi.. Da quel momento per lei è cambiato tutto (per noi nulla), e nel giro di pochi giorni si è costituito un “governo tecnico di tecnocrati” come figurava su tutte le testate giornalistiche nazionali ed estere, che avrebbe finalmente ridato stabilità al nostro Paese e fiducia ai mercati e grazie al quale lo spread si è calmato. Professore, sembra che il suo mandato sarà caratterizzato da una politica di austerity e una manovra da circa 20 miliardi di euro, già approvata dal Consiglio dei Ministri, che mira ad abbassare il debito pubblico, altro grande protagonista di questa crisi e regressione economica. Quest’ultimo un po’ come lo spread è un indicatore di solidità dell’economia di un paese, soggetto a classificazioni da parte di organizzazioni specializzate, le agenzie di rating, che tanto fanno tremare Francia e Germania, avvinghiate alle loro triple A. Il debito pubblico condiziona fortemente i mercati, poiché sue svariate fette sono in mano ad investitori sia italiani sia esteri, soprattutto orientali.
Caro professore, la sua manovra volge ad abbassare un debito pubblico, proposito che nessun governo precedente, né di destra né di sinistra, ha mai mantenuto. Riuscirà lei nell’intento, con una politica di austerity e una manovra varata nel nome del rigore, della crescita e dell’equità? Ma che fine abbiano fatto le ultime due, se lo domandano in tanti..
Effettivamente qualcosa che non va c’è, ma non è certo il ritorno dell’ICI, o l’aumento dell’età pensionabile a sessantasei anni, ma nei mancati tagli alle spese militari e alle province e nella mancata introduzione della patrimoniale, nei miliardari conti di Montecitorio e nelle megapensioni dei parlamentari rimaste intoccate.
Certo, toccare i privilegi di una casta chiusa e attenta ai propri privilegi come quella dei politici è tutt’altro che facile, e qualche esitazione è comprensibile: ma che mi dice della Chiesa? Non le pare strano che un’organizzazione che possiede quasi il 30% del patrimonio immobiliare italiano e che guadagna quasi un miliardo di dollari l’anno con l’otto per mille non paghi l’ICI?
Non ha importanza, preferisco non indagare ulteriormente, consapevole del fatto che fosse impossibile accontentare tutti senza scontentare da un lato la casta e dall’altro pensionati e lavoratori, come al solito costretti a pagare lo scotto più alto. Certi mali qui in Italia sono troppo radicati per poterli toccare, eppure, mai come in questo momento, la politica mi è sembrata così vicino alla letteratura e la nostra situazione attuale può essere riassunta in poche parole d’autore: “cambiare tutto per non cambiare niente”. Parole uscite dalla penna di Tomasi di Lampedusa e pronunciate dal principe di Salina, parole che descrivono alla perfezione l’atteggiamento della nostra casta politica e il futuro del nostro Paese.
Caro professore, cosa ne pensa? Se non ha mai letto il Gattopardo, le consigliamo di farlo. Forse un libro può più di una laurea in economia alla Bocconi.

Indignatevi!

Vetri rotti. Spranghe di ferro si abbattono pesantemente su ciò che incontrano. Auto incendiate. Camion della polizia in fiamme. Esplosioni. Fumogeni. Fumo acre riempie i polmoni. Grida. Mani alzate in segno di pace. Spintoni che cercano di allontanare i violenti in nome di una libertà rubata. Persone che corrono. Passi concitati su strade lastricate. Pavimento privato di alcuni sanpietrini che, lanciati violentemente, frantumano ossa, feriscono. Sporcizia per terra. Scritte sui muri. Vetrine distrutte. Infranta è la volontà di manifestare pacificamente. Infranto è il sogno di far sentire la propria voce liberamente. Terrore, distruzione vengono seminati tra persone alla ricerca della giustizia e del riconoscimento dei loro diritti. Tuttavia germoglia nelle loro anime un fiore diverso dal seme violento sparso ferocemente: inginocchiandosi, a mani alzate, gridano alla non violenza.
“Città sotto scacco per ore”, “Roma a ferro e a fuoco”: Roma l’eterna devastata da barbari del XXI secolo, i quali invece di prodigarsi per un sacco attuale, preferiscono infiltrarsi in una manifestazione pacifica solo per l’intento di distruggere, di seminare violenza. Una violenza meschina, come può esserla solo se creata da incappucciati, irriconoscibili per le loro teste nere, che vilmente si sono mascherati con colorati striscioni nel resto della folla.
Chi si cela sotto a quei cappucci neri? Chi si nasconde così, dietro a una maschera degna di una ancor più inquietante signora che si presenta solo una volta in vita, all’ultimo tuo respiro? Ragazzini violenti o manipolati? Agenti della polizia che dovevano agire violentemente in modo da far scalpore e mettere in secondo piano la manifestazione pacifica? Anarchici? Anche se non ho risposte a questi quesiti, io so chi siete. So che siete solamente una minoranza violenta. So che il giorno 15 ottobre avete rappresentato la parte più marcia di questo nostro Paese, Paese che molti stavano contemporaneamente cercando di rappresentare e risollevare. So chi siete. Siete persone che hanno privato ad altre persone il diritto a manifestare, ad esprimere un’idea, un malessere e un disagio ormai comuni e dilaganti. I Black Block hanno tolto agli Indignados la possibilità di indignarsi.
Anche io mi sento così. Sono indignata di fronte alle immagini dei telegiornali, alle foto sui giornali, ai video che circolano sulla rete di questa giornata che doveva essere all’insegna della protesta pacifica, diventata l’opposto per colpa di un manipolo di violenti. Sono indignata nel sapere che ci sono almeno un centinaio di feriti tra indignati e poliziotti con fratture e lesioni anche gravi per colpa del lancio di mattonelle, perché chi ne lancia una sa benissimo che può colpire e fare del male. Mi indigno nel vedere le immagini di un poliziotto costretto a scappare a gambe levate per non fare la stessa orrenda fine del camion in cui si trovava, bruciato completamente, divorato dalle fiamme.
A Roma quel giorno chiunque poteva essere un indignato. Uno studente che spera ancora di poter costruire un futuro diverso. Un precario che vuole subito un presente dignitoso. Un dipendente statale stufo di essere sempre spremuto per primo. Lavoratori che non ne possono più di una classe politica corrotta e nullafacente, o che troppo fa per rovinare il Paese. Poteva esserci in quella piazza un nostro amico, uno zio, un cugino, un padre, una madre.. potevamo esserci anche noi, perché no?
Sebbene qualcuno dica che mediaticamente l’intervento brutale dei Black Block abbia oscurato quello luminoso e pacifico degli Indignati, almeno ai miei occhi credo che non sia così. Per me non passerà in secondo piano l’immagine che ho di quegli uomini e quelle donne che, di fronte a dei poliziotti che potevano caricarli, per difendersi e per distinguersi dagli altri violenti, si sono seduti a terra invocando la non violenza.
Come dice Hessel, indignatevi!

Questione (non troppo) morale

Elisabetta: C’è una domanda che mi sto ponendo da tempo: ma sarà un difetto avere una morale?

Simone: Per avere una morale bisogna saperla usare. Se fai una morale spicciola da quattro soldi, la tua bella morale è piuttosto inutile.

E.: Per me la morale non è mai inutile, il punto è che oggi c’è gente che non sa neanche che cosa sia!

S.: Se aspetti che sia la televisione a dirti che cosa sia la morale… Però impari cose interessanti: ad esempio che da grande voglio fare l’igienista dentale!

E.: Io oramai non la guardo nemmeno più la televisione…

S.: Beh ma la televisione non deve essere per forza moralismo, anche perchè in fondo è nata per divertire…

E.: Però io non mi diverto con telegiornali costituiti solo da notizie di cronaca nera, servizi sul maltempo e consigli sulla lingerie da indossare!

S.: Ma come!! A me la d’Urso che piange con ogni cretino che va al suo programma diverte tantissimo… E anche Bersani che fa politica comincia a farti rotolare! Ma tu mi risponderai che la politica è una cosa seria…

E.: Beh, di questi tempi mica tanto, comunque sia è un dovere anche “morale” informarsi sulla situazione attuale.

S.: Tornando al discorso del moralismo, a me sembra che la Gazzetta dello Sport faccia più morale di un qualsiasi altro quotidiano; ma penso che anche nella sperduta isola di Vanuatu ci sia il solito commentatore “alternativo” della situazione che si mette a far morale su un qualunque concorrente eliminato dal GF del Pacifico.

E.: Secondo te, la scuola che insegnamento ci dà, oltre a pensare con la propria testa, evitando di diventare dei lobotomizzati come quelli del GF?

S.: Partendo dal presupposto che a me Stalin e Che Guevara non hanno mai insegnato a scuola ciò che i miei genitori non vogliono (ogni riferimento a fatti o persone è puramente casuale), io penso che il livello della scuola pubblica sia piuttosto buono, anche senza dare troppi soldi alle scuole private, e che insegni più o meno bene l’importanza della cultura e come muoverci nel mondo, anche senza conoscere appieno il significato della parola “bunga bunga” (ogni rif. bla bla bla)

E.: Naturalmente sono d’accordo con te. Per fortuna che ci sono giovani che difendono la scuola e la cultura… Lo ha anche cantato il vincitore di San Remo, Vecchioni.

S.: Perlomeno quest’anno Emanuele Filiberto di Savoia e Povia hanno seguito il festival da casa, però la Canalis potevano pure risparmiarsela.

E.: E secondo te, i tanto criticati Luca e Paolo non sono stati un po’ troppo spinti nel loro modo di condurre il festival?

S.: Beh, se per essere spinti si intende che hanno fatto più politica della sinistra italiana degli ultimi 15 anni, allora ben venga che i comici siano così “spinti” su un palco prestigioso come quello dell’Ariston.

E.: E il monologo di Benigni sull’inno di Mameli non è stato semplicemente geniale?

S.: Se devo dire la verità, mi ha tenuto per una buona oretta incollato al televisore, anche se Calderoli quando è in vena può essere ancora più patriottico.

E.: Proprio lui, non ce lo vedo! Comunque sia, il patriottismo sta liberando molte nazioni. In Nord Africa, sentendosi stati unitari, molti popoli stanno cacciando i loro oppressori.

S.: Quindi è destino che l’Italia rimanga indietro!

Donne agli antipodi

Tempo fa mentre ero accoccolata sul divano e guardavo il telegiornale, rimasi colpita dall’accostamento probabilmente casuale ma comunque scioccante di due servizi.
Il primo servizio mandato in onda era su Karima El Mahroug, nota con il nome di Ruby o altrimenti come la “nipote di Mubarak”, coinvolta nello scandalo chiamato comunemente bunga bunga.
Le prime immagini la ritraevano mentre era alla festa del suo diciottesimo compleanno e, spegnendo le candeline della sua torta monumentale, esprimeva il suo più grande desiderio: entrare nel mondo dello spettacolo e della televisione.
Mentre stavo ancora rimuginando sull’immoralità del nostro presidente del consiglio, il quale ha messo in ridicolo il nostro paese e svilito le donne italiane, prestai attenzione al secondo servizio su Aung San Suu Kyi, finalmente libera. Apparentemente fragile tra la folla, Aung San Suu Kyi é una donna forte che, malgrado avesse trascorso quindici anni in carcere o agli arresti domiciliari per essersi opposta al regime dittatoriale instaurato in Myanmar e aver lottato per i diritti della sua gente, aveva ancora la forza di dire: “Dobbiamo lavorare assieme per raggiungere il nostro obiettivo”.
Sono due donne agli antipodi, opposte come modelli nella nostra società. La prima è l’esempio della donna-oggetto, mercificata e sfruttata per i piaceri di un sistema politico maschilista che non può concepire la donna senza l’estetica.
La seconda è una grande donna, che lotta per i suoi ideali e per i diritti del suo popolo, insignita del premio Nobel nel 1991 per la sua attività a favore dei diritti umani nel suo paese e definita da Gordon Brown (ex-premier inglese) come un modello di coraggio civico per la libertà.
Tanto l’una è il simbolo dello squallore della nostra politica, tanto l’altra è una nota di speranza e coraggio nel panorama della politica estera.
Da quanto emerso dall’inchiesta milanese ci sono parecchie donne come Ruby che non si vendono per ottenere solo soldi, macchine, gioielli e case, ma anche comparse o ruoli fissi in programmi televisivi e persino incarichi politici di prestigio. Basti pensare all’ascesa di Nicole Minetti, dapprima semplice escort, poi velina a Colorado, infine reclutatrice di altre ragazze nonchè consigliera regionale.
Dove sono invece le donne impegnate e attive intellettualmente per i diritti umani e l’equità tra le persone nel mondo, come Aung San Suu Kyi?
Potrei citare l’esempio di Vandana Shiva, fisica ed economista indiana, esperta in ecologia sociale, che ha ottenuto il Right Livelihood Award, o premio Nobel alternativo per la pace.
E’ un’attivista politica e ambientalista che si è battuta per cambiare pratiche e paradigmi nell’agricoltura e nell’alimentazione; tra le sue battaglie, che l’hanno resa famosa anche in Europa, vi è quella contro gli OGM e la loro introduzione in India e quella contro la privatizzazione dell’acqua. Le sue campagne hanno ottenuto vasta eco, sollevando consensi, ma anche critiche.
Naturalmente esistono anche le donne comuni, che non sono famose e non fanno parlare di sé, nel male o nel bene, ma che fanno comunque sentire la propria voce e combattono per la propria dignità scendendo in piazza, proprio come hanno fatto domenica 13 febbraio al grido di “se non ora, quando?”
Queste sono donne comuni che si dividono tra famiglia, figli, marito/fidanzato, lavoro, casa, amici, studio, palestra, dotate di una capacità comune anche agli smartphone: il multi-tasking!
Sono tante e sicuramente non tutte radical-chic, ma queste donne si sentono davvero rappresentate da un ministro per le pari opportunità come Mara Carfagna, che prima di entrare in politica era una velina? E’ spontaneo chiedersi se questa donna sia arrivata al parlamento per merito o per altri motivi…
La verità è che, oggi come da sempre, politica e sesso sono un codice binario inscindibile. Oramai stiamo assistendo a uno scenario politico degradato in cui si può arrivare al potere mediante il proprio corpo e non ci si attacca più su un’ideologia ma sulle proprie abitudini sessuali.
Perciò donne, non dimentichiamoci di essere prima di tutto persone con diritti e doveri pari agli uomini e non degli oggetti privi di un’anima, una personalità e un’intelligenza.
Auguro una buona festa delle donne, sperando che molte si ricordino di esserlo.

Vignetta di Diana Uvidia

E tu, di cosa hai paura?

Da bambini si è molto più sinceri e soprattutto non condizionati dalla società e dalla mentalità delle persone che ci circondano; dico questo perché guardando alcuni disegni mi sono ricordata di un episodio accadutomi all’asilo. C’era un bambino dalla pelle scura con il quale giocavo sempre e ricordo bene quando la nostra maestra ci assegnò il compito di disegnare se stessi con tutta la classe; scatenammo subito la nostra creatività e, in men che non si dica, comparvero degli sgorbi che teoricamente avrebbero dovuto rappresentarci. Ma il fatto più importante è che io avevo colorato tutti i bambini di rosa perché non consideravo diverso il mio compagno di giochi e, appunto per questo, non avevo voluto sottolinearne la diversità. Certo, adesso l’infanzia è trascorsa, ma non per questo dobbiamo smettere di essere puri e di andare oltre ciò che vediamo. Purtroppo l’apparenza oggi è un must e non giudicare superficialmente le persone non è né facile né scontato.
Xenofobia è una parola che oggi sentiamo spesso ma sulla quale dovremmo soffermarci un po’ di più; deriva dal greco e significa “paura dello straniero”, dunque del diverso, di ciò che non conosciamo o che consideriamo superficialmente. La domanda da porsi allora è: ”Ma perché questa paura?”
Gli italiani hanno paura di questa gente e di conseguenza la discriminano, per vari motivi legati all’attuale situazione del nostro paese. Le politiche del governo sui respingimenti che vanno contro gli stessi principi della Costituzione, dell’UE e dell’ONU, l’atteggiamento leghista del tipo “rimandiamoli tutti a casa”, i mass media che diffondono episodi di cronaca nera contribuiscono a creare diffidenza e discriminazione, determinando una percezione negativa di queste persone.
Perché non provare a pensare che gli immigrati hanno un cuore, dei sentimenti, delle aspirazioni e dei diritti nonostante la loro provenienza, cultura, pelle e accento differenti? Questa gente prova sentimenti, ama i propri familiari, ha dei sogni e aspira a un tenore di vita migliore esattamente come noi! Ecco perché molti vogliono venire in Italia, per sfuggire alle guerre, per cercare un lavoro e poter mantenere la famiglia. Si deve ammettere che queste persone hanno un grande coraggio a lasciare il loro paese d’origine e non è da tutti abituarsi a un contesto totalmente diverso, così lontani da casa … Eppure, di storie simili ce ne sono tante. Ovviamente si potrebbe ribattere affermando semplicemente che molti immigrati, una volta giunti nel nostro paese, si dedicano alla criminalità. E’ vero: attirati dai soldi facili che si possono ottenere con rapine, aggressioni, spaccio, prostituzione e quant’altro, molti immigrati entrano in giri poco puliti dai quali è difficile uscire. Ma non esistono allora anche criminali italiani? E’ fin troppo facile puntare il dito contro di loro ed utilizzarli come dei capri espiatori.
Si dovrebbe agire in maniera opposta perché nel ventunesimo secolo con la globalizzazione non si può immaginare una società che non sia quella multietnica, arricchita di novità e culture diverse. Queste persone non sono d’ostacolo al nostro paese in quanto costituiscono una fonte di ricchezza sia culturale sia economica, svolgono lavori che gli italiani non vogliono più fare e si occupano dei bambini e degli anziani delle nostre famiglie (basti pensare alle innumerevoli colf e badanti, il più delle volte pagate in nero e non regolarizzate).
Una frase che mi sento ripetere spesso, “il bene e il male sono ovunque”, riassume quanto detto poiché tutte le persone, indifferentemente dalla loro provenienza, possono impiegare la loro vita nelle due opposte direzioni. Sta alle persone scegliere se adoperare la loro vita al bene o al male, alla tolleranza o alla superficialità.

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