Archivio delle Categorie: “Cassandra” (giornalino del Liceo Sarpi di Bergamo)

Tre volte il fe’ girar… | Quando (forse) nasce un’altra Repubblica

Quando la redazione del giornalino Cassandra del liceo classico Paolo Sarpi di Bergamo ci ha proposto di pubblicare su Zabaione e su Cassandra rispettivamente un nostro e un loro articolo che trattasse di un argomento comune di attualità, non ci siamo voluti tirare indietro, pensando di cogliere un’opportunità di crescita in questo scambio. Sperando che anche voi pariniani lo appreziate, buona lettura!
I redattori che cureranno tale scambio sono, in ordine alfabetico, Francesca Chiesa, Noemi Dentice, Daniele Lunghi e Elisabetta Stringhi.

Un passo indietro, torniamo a quel martedì 8 novembre, quando il volto scuro di Silvio Berlusconi osserva con sgomento il tabellone con il risultato dei voti alla Camera per l’approvazione del rendiconto generale: il governo non ha più la maggioranza, è caduto. Il Cavaliere è incredulo, eppure in un certo senso se l’aspettava. I numeri l’hanno beffato, quei 308 voti, che non sono bastati a raggiungere la maggioranza assoluta, hanno colpito per l’ennesima volta e affondato il rimasuglio del governo che doveva a tutti i costi arrivare al 2013. Il bilancio è semplice: 8 “congiurati”. Sentendosi tradito come un qualsiasi Giulio Cesare o Nerone, il premier sale al Quirinale per la resa dei conti con Giorgio Napolitano, al termine della quale viene diramata una nota della Presidenza della Repubblica che ne annuncia le dimissioni dopo l’approvazione della legge di stabilità. La lenta agonia del governo termina il 12 novembre . Sono le 21:42 al Quirinale, quando Berlusconi riconsegna il mandato nelle mani di Napolitano. “Sic transit gloria mundi”. “That’s all, folks” intitola la copertina dell’Economist, commentando il panorama politico italiano quasi fosse un cartone animato della Warner Bros., e alla sua stregua decine di quotidiani internazionali celebrano la notizia. È finita! Berlusconi se ne va e con lui termina un ciclo politico travolto da un’ondata scandalistica, che ha pregiudicato ancora di più l’immagine di un’Italia considerata “una mina vagante” dai Mercati. Nessuno, nel 2008, quando il Centrodestra vantava in Parlamento la più grande maggioranza della storia della Repubblica, avrebbe mai pensato che questa sarebbe stata incapace di realizzare le riforme utili per il Paese. Le stesse riforme che Berlusconi aveva promesso sin dal 1994. Il Cavaliere, ormai sconfitto, ha tentato invano di mettere dei paletti, delle clausole alle proprie dimissioni: le elezioni anticipate. L’ex-premier gode ancora di un ampio consenso tra gli elettori, anche se i rapporti con l’alleato padano sembrano ormai al capolinea. Egli racchiudeva in sè non soltanto l’espressione dell’uomo politico, ma anche, e soprattutto, quella di imprenditore. Si chiude l’epoca delle divisioni ideologiche, bipolariste e partitiche e si fa strada una prospettiva di carattere apartitico formata da una larga maggioranza che vede gomito a gomito esponenti del PDL, del PD, dell’UDC e di tutti gli altri partiti, fatta eccezione per la Lega, speranzosa di recuperare la “verginità perduta” con il riscoperto impeto secessionista.
In critici momenti come quelli da poco trascorsi si è rivelato in tutta la sua importanza il ruolo impartito al Presidente della Repubblica dalla carta Costituzionale. Giorgio Napolitano ha dimostrato non scontata celerità nel guidare in soli otto giorni la costituzione di un governo tecnico ritenuto unanimemente capace di concludere la legislatura in corso. Mario Monti, economista di chiara fama più volte chiamato a ricoprire ruoli di spicco nella burocrazia europea, viene nominato senatore a vita e successivamente incaricato di formare un nuovo esecutivo. Già nel corso del burrascoso 8 Novembre il nome di Monti si è fatto in dichiarazioni ufficiali di leader europei quale il Cancelliere Merkel nonchè di alti rappresentanti di Strasburgo e Bruxelles. Monti dalla sua può vantare una piena appartenenza alla tecno-burocrazia europea e l’immagine di propugnatore della libertà dei Mercati che negli Stati Uniti va a coincidere con il cosiddetto Turbo-capitalismo, ancora in voga nonostante la Crisi finanziaria. Con l’investitura di alfiere della riforma liberale, di cui Berlusconi era stato pigro paladino, e di un sobrio rigorismo nordico Mario Monti presenta alla Sala delle Feste del Quirinale un governo che sarà appoggiato dal Parlamento nonostante il totale organico tecnico. Nel delinearsi della squadra di governo, malgrado le ingerenze dei partiti, prevale nettamente l’influenza del neo-presidente che unisce ad emeriti professori universitari, per lo più gravitanti attorno all’Università Bocconi di cui egli stesso è Presidente, personalità associate all’area liberal-progressista, legati all’associazionismo cattolico e alle grandi banche italiane. Non mancano in specifici ambiti veri professionisti del settore, soprattutto nei ministeri non economici, come esteri e difesa, guidati rispettivamente dal Console Italiano a Washington e dal Presidente del Comitato Militare NATO. A riprova del carattere esplicito di rilancio economico dell’esecutivo il Presidente decide di mantenere la delega all’Economia e alle Finanze e di concentrare in Corrado Passera, amministratore del più importante istituto bancario Italiano, i ministeri dello Sviluppo Economico e delle Infrastrutture e Trasporti. L’Italia nell’assetto mondiale è una pedina troppo importante e per l’Europa è “Too big to fail”: un suo collasso porterebbe alla dissoluzione dell’intera zona-Euro. Il governo si incarica di attuare le manovre più volte caldeggiate dalla BCE, ritenute indispensabili per la sua salvezza. A quasi tre settimane dall’avvio del primo vero “governo del fare”, la situazione resta di dubbia interpretazione; verrebbe da dire “nulla di nuovo sul fronte occidentale”, nonostante i segnali dall’Italia stiano arrivando con “ambizione e coraggio”. Agli italiani, da secoli abituati a dirigenti non meritati e spesso peggiori di loro stessi, non pare vero di avere un Presidente del Consiglio che paga il biglietto d’ingresso ai musei pubblici, utilizza con parsimonia le famigerate auto blu, risiede a Palazzo Chigi e, fatto assurdo, rinuncia al compenso che gli dovrebbe essere corrisposto per essersi prestato nientemeno che a salvare il settimo Paese più ricco del mondo. L’elogio della “sobrietà” di Monti, oltre a costituire un utile passatempo per i giornali che in questi giorni faticano a riempire le pagine una volta sature di retroscena della Piccola Roma del Potere, rientra nell’uso italiota di esagerare in esaltazioni o persecuzioni, a seconda del tempo che fa. Lasciando quindi da parte l’opinione pubblica, che forse è ancora ferma ai governi politici dove convincere l’elettore conta più di far quadrare i conti, il governo tecnico sta attuando quanto l’Europa e la nostra salvezza richiedono. Alle 20.00 del 4 Dicembre, dopo 17 giorni dalla formazione, l’esecutivo presenta a Palazzo Chigi la sua prima manovra finanziaria, la quinta per l’Italia nel 2011, in assoluto la più strutturata. Da un lato sacrifici pesantissimi: significative modifiche al sistema previdenziale che costringono il Ministro Fornero alle lacrime, aumento dell’IVA, reintroduzione della tassa sugli immobili( leggi ICI) non ancora estesa a quelli ecclesiastici(ovviamente non di culto) e interventi per circa 30 mld lordi. La manovra si fregia dell’equità dovuta all’aumento delle aliquote per le fasce più alte di reddito, una serie di tasse sui beni di lusso,sugli investimenti finanziari,sui capitali “scudati” con precedenti condoni. Non si muove di molto la lotta all’evasione e causa veto di Berlusconi non si introdurrà una tassazione patrimoniale. Sul fronte dello sviluppo il governo propone liberalizzazioni significative per la concorrenza, sgravi fiscali per le imprese e limitate dismissioni di enti e patrimonio pubblico. La manovra, varata entro Natale, ha la sola qualità di soddisfare le richieste internazionali; non possiamo capire se sarà sufficiente a stabilizzare definitivamente i Mercati e quantomeno a far ripartire l’economia di un Paese a crescità 0. Possiamo rifugiarci nel mal comune: Francia a rischio insolvenza, Germania deprezzata in Borsa e soprattutto la Grecia che, secondo le stime, sarà dichiarata sostanzialmente fallita dopo le Feste, non potendo pagare gli stipendi pubblici. La politica dorme sotto la campana di vetro del commissariamento tecnico; i tecnici a malapena trovano il confronto con le parti sociali; fuori tutto è fermo e immobile, anche quando si scende in piazza la protesta non va oltre la maschera: forse che si faccia fatica a esporsi, o lo si sia fatto troppo, resta che prima o poi Cincinnato dovrà pur tornare al suo campo e i senatori riprendere gli scranni, ammesso che la plebe insorta non se li sia portati via.

di Paolo Sottocasa e Davide Gritti
Homo Novus® è di Stefano Togni

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