C’era un uomo che soffriva troppo. Soffriva talmente tanto che spesso credeva di morire, annegato nel mare delle sue lacrime, soffocato nei suoi sospiri, e si rompeva le bianche nocche contro i muri più duri lasciando indelebili tracce rosse di dolore, e faceva scendere il crepuscolo al suo passaggio, e la pioggia cadeva al ritmo dei suoi passi, battendo lo stesso ritmo del suo cuore straziato.
C’era un uomo che gioiva troppo. Gioiva talmente tanto che i suoi sorrisi illuminavano i volti delle persone che lo circondavano, come fa il sole con i suoi caldi raggi sui più rigogliosi prati primaverili. Quando era così felice, la luce dei suoi occhi poteva rischiarare qualsiasi oscurità e quel fulgido bagliore avrebbe potuto risvegliare anche gli angoli più reconditi della terra e risplendere nella più cavernosa grotta.
C’era un uomo che camminava troppo. Camminava da talmente tanto che aveva già macinato chilometri e chilometri con i suoi saggi piedi, e aveva già riempito il mondo, l’intero universo con il suono secco della sua suola consumata su di un terreno spesso arido, spesso fertile, a volte fresco di rugiada, a volte ardente di sabbia.
C’era un uomo che correva troppo. Correva talmente tanto veloce che neanche le spire della gelida bora riuscivano a lambire il suo collo, superava persino le nuvole rapide nei loro spostamenti nei giorni di clima variabile, ed essendo così celere, era sempre in anticipo rispetto al treno del suo destino.
C’era un uomo che aspettava troppo. Aspettava talmente da tanto che ormai non aveva più la percezione del tempo, i secondi ticchettavano, i minuti finivano, le ore trascorrevano, i giorni passavano, le stagioni si alternavano, gli anni passavano, i secoli morivano, e lui era sempre là, fermo, in attesa, non si ricorda nemmeno lui da quanto ormai, di che cosa, di chi, e perché.
C’era un uomo che cercava troppo. Non sapeva nemmeno lui di che cosa fosse in cerca in realtà, ma fatto sta che si guardava intorno continuamente, e andava in giro, instancabile, gli occhi aperti, il cuore in tumulto, i sensi tesi, passando di fiore in fiore, ricercando il nettare più dolce che gli potesse venire offerto dai boccioli della vita, deluso spesso dopo aver trangugiato amari calici, tuttavia senza mai scoraggiarsi.
C’era un uomo che si illudeva troppo. Le sue illusioni crescevano così a dismisura che occupavano completamente la sua mente, e quando poi queste, irrimediabilmente, andavano in frantumi, gli sembrava quasi che lo specchio della sua anima si rompesse in mille schegge, che sgorgavano come lacrime dai suoi occhi feriti.
C’era un uomo che pensava troppo. Pensava talmente tanto che si creava problemi quando non ve n’era neppure l’ombra, e non vedeva invece le cose più semplici alla luce del sole, offuscate com’erano da inutilità. E pensava, pensava talmente tanto e troppo e in fretta e sempre che non aveva mai avuto un solo momento di pace, con lui, con gli altri, con tutto. Non riusciva però a staccarsene, anche se avrebbe persino voluto fuggire via da lui stesso. Era impotente di fronte al flusso costante dei suoi pensieri selvaggi come flutti di un oceano in burrasca. Non poteva fermarli. Anche se voleva. Non poteva.
Allora si sedette di fronte al mare della sua vita e per un po’ la guardò scorrere davanti a lui.
Chiuse gli occhi.
Aveva visto tutto. Aveva capito una cosa.
Li riaprì.
Aveva visto una cosa. Aveva capito tutto.
Elisabetta Stringhi