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C’era un uomo

C’era un uomo che soffriva troppo. Soffriva talmente tanto che spesso credeva di morire, annegato nel mare delle sue lacrime, soffocato nei suoi sospiri, e si rompeva le bianche nocche contro i muri più duri lasciando indelebili tracce rosse di dolore, e faceva scendere il crepuscolo al suo passaggio, e la pioggia cadeva al ritmo dei suoi passi, battendo lo stesso ritmo del suo cuore straziato.

C’era un uomo che gioiva troppo. Gioiva talmente tanto che i suoi sorrisi illuminavano i volti delle persone che lo circondavano, come fa il sole con i suoi caldi raggi sui più rigogliosi prati primaverili. Quando era così felice, la luce dei suoi occhi poteva rischiarare qualsiasi oscurità e quel fulgido bagliore avrebbe potuto risvegliare anche gli angoli più reconditi della terra e risplendere nella più cavernosa grotta.

C’era un uomo che camminava troppo. Camminava da talmente tanto che aveva già macinato chilometri e chilometri con i suoi saggi piedi, e aveva già riempito il mondo, l’intero universo con il suono secco della sua suola consumata su di un terreno spesso arido, spesso fertile, a volte fresco di rugiada, a volte ardente di sabbia.

C’era un uomo che correva troppo. Correva talmente tanto veloce che neanche le spire della gelida bora riuscivano a lambire il suo collo, superava persino le nuvole rapide nei loro spostamenti nei giorni di clima variabile, ed essendo così celere, era sempre in anticipo rispetto al treno del suo destino.

C’era un uomo che aspettava troppo. Aspettava talmente da tanto che ormai non aveva più la percezione del tempo, i secondi ticchettavano, i minuti finivano, le ore trascorrevano, i giorni passavano, le stagioni si alternavano, gli anni passavano, i secoli morivano, e lui era sempre là, fermo, in attesa, non si ricorda nemmeno lui da quanto ormai, di che cosa, di chi, e perché.

C’era un uomo che cercava troppo. Non sapeva nemmeno lui di che cosa fosse in cerca in realtà, ma fatto sta che si guardava intorno continuamente, e andava in giro, instancabile, gli occhi aperti, il cuore in tumulto, i sensi tesi, passando di fiore in fiore, ricercando il nettare più dolce che gli potesse venire offerto dai boccioli della vita, deluso spesso dopo aver trangugiato amari calici, tuttavia senza mai scoraggiarsi.

C’era un uomo che si illudeva troppo. Le sue illusioni crescevano così a dismisura che occupavano completamente la sua mente, e quando poi queste, irrimediabilmente, andavano in frantumi, gli sembrava quasi che lo specchio della sua anima si rompesse in mille schegge, che sgorgavano come lacrime dai suoi occhi feriti.

C’era un uomo che pensava troppo. Pensava talmente tanto che si creava problemi quando non ve n’era neppure l’ombra, e non vedeva invece le cose più semplici alla luce del sole, offuscate com’erano da inutilità. E pensava, pensava talmente tanto e troppo e in fretta e sempre che non aveva mai avuto un solo momento di pace, con lui, con gli altri, con tutto. Non riusciva però a staccarsene, anche se avrebbe persino voluto fuggire via da lui stesso. Era impotente di fronte al flusso costante dei suoi pensieri selvaggi come flutti di un oceano in burrasca. Non poteva fermarli. Anche se voleva. Non poteva.

Allora si sedette di fronte al mare della sua vita e per un po’ la guardò scorrere davanti a lui.

Chiuse gli occhi.

Aveva visto tutto. Aveva capito una cosa.

Li riaprì.

Aveva visto una cosa. Aveva capito tutto.

Elisabetta Stringhi

iPhoneography Forever (Lele Buonerba Photography #5)

INFAMI

La scritta trovata sulla facciata del Parini il 25 Aprile 2012
Foto di Giacomo Paci

Passate ogni giorno davanti alla facciata del nostro liceo, ma l’avete mai osservata con attenzione? C’è una piccola targa di marmo, fra l’entrata principale e quella di sinistra, sopra al parcheggio delle biciclette. C’è scritto:

“Qui dimorò
Giambattista Mancuso
studente universitario
che il fiore della giovinezza
volle offrire in sacrificio eroico
nella lotta per la libertà
Palmi 1922-Val Brembana 1944.”

Giambattista era il figlio di un custode dell’allora “regio” liceo. Studiò qui, nelle aule in cui ora vi ritrovate a leggere questo foglio volante, chiedendovi magari perché non sia attaccato al resto del giornalino. Vide compagni di scuola trovarsi negato il diritto allo studio per la sula colpa di essere nati in una famiglia piuttosto che in un’altra, alla promulgazione delle leggi razziali del 1938. E dopo la maturità, come probabilmente alcuni di noi faranno, si iscrisse a Medicina. Sarebbe probabilmente diventato un buon medico, ma prese una decisione rischiosa e lasciò l’Università. Perché? Per unirsi ai partigiani: uomini, donne e ragazzi come lui che si riunirono in zone di montagna (nel suo caso la Val Brembana) per opporsi al potere nazifascista. Fece viaggi pericolosi per rifornire i membri della Resistenza di armi da utilizzare contro le truppe tedesche,e contro altri ragazzi italiani, i fascisti “repubblichini” di Salò. Morì a ventidue anni, il 25 novembre 1944, esattamente cinque mesi prima di poter vedere riunificata e libera l’Italia per cui aveva combattuto.
Quest’anno è stato ricordato con una cerimonia martedì 24 aprile durante la quale gli è stato reso omaggio anche con una corona che potete ancora notare alzando lo sguardo al di sopra delle biciclette parcheggiate.
Ma 68 anni dopo la sua morte, qualcuno ha osato accusare lui (e gli altri responsabili della nostra liberazione) di “infamia”. Quel qualcuno, nell’oscurità della notte fra il 24 e il 25 aprile, con una bomboletta e la sicurezza di restare impunito, ha disegnato una svastica e scritto “25 aprile festa degli infami” sulla stessa parete sulla quale egli è commemorato. Zabaione, quella notte, era già stato mandato in stampa. Tuttavia un fatto talmente eclatante non poteva non essere documentato e condannato. Come si può considerare cosa da “infami” il desiderio e la voglia di celebrare la riacquistata unità e libertà dell’Italia e la memoria di chi si è battuto per essa? Ciò che ha istigato gli autori della scritta incriminata (cancellata prontamente da Nicola il giorno stesso) è forse il fatto che sia stato scelto proprio il giorno della fuga di Mussolini da Milano?
La liberazione da noi festeggiata non è solo la fine di una dittatura, che fu considerata definitiva solo con la morte del dittatore. Essa rappresenta anche un nuovo inizio, al termine di una guerra civile che aveva coinvolto, specialmente a partire dall’armistizio con gli alleati dell’8 settembre, non solo i soldati spaesati senza più ordini precisi da eseguire, ma anche comuni cittadini, di entrambi i sessi e di tutte le età, che dovettero scegliere se continuare a combattere, e per che cosa. Il 25 aprile ricordiamo chi ha scelto di combattere per la libertà e l’indipendenza del nostro paese. Ricordiamo chi ha scelto di dare la priorità alla lotta per la dignità umana e l’uguaglianza, anche a costo della propria vita. Per farlo, essi dovettero vivere lontano dalla società, nascosti in luoghi in cui cercare riparo dalle leggi ingiuste che impedivano loro di manifestare il loro dissenso. Per questo i partigiani, soprattutto quelli di prima dell’8 settembre, erano spesso considerati come dei “fuorilegge”. E’ questo, forse, che li rese “infami”? Il bisogno morale di opporsi a una legge imposta da un regime che non rispettava le persone, né le opinioni e le idee di nessuno?
O forse, con quella scritta, si voleva dare degli “infami” a noi, che celebriamo questa festività, magari scendendo in piazza. Ebbene, vorrei smontare anche quest’ultimo argomento che l’autore della scritta potrebbe credere di poter portare a suo favore: si accusa il 25 aprile di essere sempre più una “festa di comunisti”, ma va ricordato anche che non esistevano solo “rossi” fra i nostri liberatori: c’erano persino gli “azzurri”, di idee liberali e conservatrici. Perciò, per quanto numerose fossero le bandiere rosse in corteo quest’anno, e meno numerosa la presenza di politici di centro-destra, non bisogna dimenticare che in questo giorno tutta l’Italia dovrebbe considerarsi in festa e invitata alla riflessione su ciò che è stato.
Spero che queste mie obiezioni, caro lettore, siano in realtà per te inutili, se non come spunti di riflessione, poiché la scritta è stata fatta da esterni all’Istituto. Esterni che spero si comportino così per ignoranza e inconsapevolezza, piuttosto che per consapevole nostalgia per quel periodo terribile che è stato il ventennio fascista. All’ignoranza, almeno, si può, forse, porre rimedio più facilmente.
E spero che costoro, a cui vorrei ritorcere contro l’aggettivo “infami” abbiano visto la pronta reazione alla loro scritta, organizzata dai nostri rappresentanti d’Istituto e da alcuni volontari: due striscioni e una scritta a caratteri cubitali sul marciapiede che lascerà il segno ancora per un po’.

Sara Ottolenghi

Parinianography

foto di Maurizio Tazzi

Aggiornamento dizionario

ABBECEDARIO- Espressione di sollievo di chi s’è accorto che c’è anche Dario
ADDENDO- Urlo della folla quando a Nairobi stai per pestare… una cacca
ASSILLO- Scuola materna sarda
AUTOCLAVE- Arma automatica dell’età della pietra
BACCANALE-Frutto selvatico usato, una volta, come supposta
BASILICA- Chiesa aromatica
BUCANEVE- Precisa “urinata” maschile invernale
CACHI- Domanda che rivolgi ad uno chinato dietro ad un cespuglio
CALABRONE- Grosso abitante di Cosenza, Catanzaro o Reggio Calabria
CALAMARI- Molluschi responsabili della bassa marea
CERVINO-Domanda dei clienti romani all’oste
CONCLAVE- Riunione di cardinali violenti e trogloditi
COREOGRAFO- Studioso delle mappe della Corea
CULMINARE- fare uso di supposte espolive
DOPING- pratica anglosassone del rimandare a piu tardi
FAHRENHEIT- tirar tardi la notte
FANTASMA- malattia dell’apparato respiratorio che colpisce i forti consumatori di aranciata
FOCACCIA- foca estremamente malvagia
FONETICA- disciplina che regola il comportamento degli asicugacapelli
INCUBATRICE- macchina fabbricatrice di sogni
LATITANTI- poligoni con moltissime facce
MAIALETTO- animale che non dorme mai
MASCHILISTA- elenco di persone di sesso maschile
NEOLAUREATO-punto nero della pelle che ha fatto l’università
PARTITI- movimenti politici che nonostante il nome sono ancora qui
PRETERINTENZIONALE-un prete che lo fa apposta
RADIARE-colpire violentemente usando una radio
RAZZISTA- fabbricante di missili
REDUCE- sovrano con tendenze di estrema destra
RUBINETTO-gemma preziosa di piccole dimensioni
SCIMUNITO- attrezzato per gli sport invernali
SCORFANO- pesce che ha perduto i genitori
SMARRIMENTO-perdita del mento
SOMMARIO-indicativo presente del verbo “essere Mario”
SUCCESSO- posizione da toilette
TACCHINO- parte della scarpina
TELEPATIA-malattia che colpisce chi guarda troppo la TV
TEMPOREGGIARE- scorreggiare andando a tempo
TONNELLATA-marmellata di tonno
VERDETTO- cosmetico verde (a differenza del rossetto che è rosso)
ZONA DISCO- parcheggio per gli UFO

Maschere | Il racconto d’inverno

Immancabile, attesissimo e sempre ugualmente apprezzato all’inizio di ogni nuova stagione torna in scena anche quest’anno Il Racconto d’Inverno. Tragicommedia tra le maggiori del’ultimo Shakespeare, che ne vide la prima rappresentazione a cinque anni dalla scomparsa nell’appena acquistata sala coperta del teatro Blackfairs, nella City: il che permise una decisa evoluzione nella cura delle scenografie e dunque nella stessa drammaturgia, riscontrabili anche in un altro protagonista prossimo dei cartelloni milanesi, La Tempesta.
Questa volta sono Ferdinando Bruni (nella parte di Leonte e da gennaio del Tempo) ed Elio De Capitani a dare voce al genio d’oltremanica sul palco dell’Elfo Puccini, in una rilettura decisamente gustosa e gradevole, in felice equilibrio tra il rispetto del testo e un pizzico d’innovativa ironia, che giustifica pienamente il successo di pubblico e critica che già l’aveva accolta al debutto un anno fa.
I due registi e scenografi privilegiano una linea di sviluppo che sottolinea la trama di conflitti e tensioni (tra sessi, tra generazioni, tra padroni e sottoposti) e di ambivalenze sottesa ai versi di Shakespeare soprattutto, come detto, nella produzione più matura, che tende ad approfondire l’indagine di una realtà ambigua, caotica, di cui non si riconosce più il confine con il sogno.
Il carattere di favola elegiaca rimane quello predominante: incantevole la leggerezza della festa della tosatura che fa da sfondo alle dolci dichiarazioni di Perdìta e Florizel, ingenuamente perduto nella sua follia amorosa. Il male subentra insieme alle ragioni del potere, mettendo a nudo la duplice natura che è di ogni personaggio, e che guida la vicenda stessa: all’arrivo sulle coste di Sicilia i gli amanti spensierati, vestiti di bianco e di fiori, appaiono due ragazzini con le vesti sgualcite, sballottati dal destino e incapaci di farci i conti.
Ma questa è già la seconda parte del dramma. La semplicità idillica dello scenario dell’incontro dei due giovani fa da contrappunto allo sfarzo della corte su cui si è sollevato il sipario, teatro dell’altra devastante follia che reggeva invece la prima metà, quella del re Leonte, e della sua unione spezzata con Ermione, a sua volta intrecciata con l’immaginata relazione con Polissene. Bruni riesce a ritrarre la profondità della descrizione della propria patologia, la delirante oscillazione tra odio e passione, mantenendo tuttavia nel personaggio una maestà che gli permette di dominare la scena fino al momento stesso in cui è costretto a riconoscere i propri errori: al termine del processo la sua è una figura tragica e paradossalmente eroica, lontana dalla totale irresponsabilità con cui è invece tratteggiato Florizel. D’altra parte non è un caso che il testo sia stato avvicinato (e il richiamo è particolarmente evidente in questa messa in scena) ad una tragedia per eccellenza, l’Alcesti euripidea, cui pare quasi di assistere nella riapparizione che chiuderà il sipario, dal tono solenne e con Ermione muta e velata di nero.
È particolarmente nella prima parte che si tende a far emergere la rilevanza nello svolgersi della trama delle due figure presentate come portanti, Ermione appunto, e Paulina.Terza dovrebbe essere Perdìta, il cui abbandono fa da ponte tra le due sezioni in una scena di toccante delicatezza; ma, seppur lievemente, si sente il peso del confronto con le altre due. Cristina Crippa porta abilmente la dama di compagnia della regina ad una spregiudicatezza dai toni diretti e popolari, senza tuttavia abbassarla a figura comica, alternandosi egregiamente con Elena Russo Arman nel monopolio dell’azione. La forza di quest’ultima ben si oppone, nel delineare una sofferenza lucida e padrona di sé, a quella di Leonte, fino al culmine dello scontro tra i due nell’agone del processo, sostenuto con vibrante passione.
Perfettamente congegnato l’alternarsi di luci e scenografie a suggerire i molteplici piani di lettura che troppo lungo e poco utile sarebbe spiegare. Unica pecca si trova forse nel personaggio del Tempo (un solo attore, a sostituire il coro che gli avrebbe destinato l’autore): le frecciatine dirette all’attualità e l’adozione per la sua parte di una traduzione costellata di termini moderni, la sua raffigurazione come manager senza scrupoli, finisce per stonare con una messa in scena che felicemente preferisce ambientare l’intera azione nel tempo in cui era stata immaginata, senza sovrapporvi riletture in chiave moderna –che peraltro mai giovano al successo di un’opera teatrale; anche se questo è parere personalissimo dell’autrice.

Maschere | Servo di scena

Commedia tra le più apprezzate in Inghilterra del drammaturgo contemporaneo Ronald Harwood (in Italia più conosciuto probabilmente per l’Oscar alla sceneggiatura de Il pianista di Polanski), datata 1980 per il debutto in patria e 1983 per l’adattamento cinematografico di Peter Yates: l’ultima messa in scena del Teatro de gli Incamminati, alla duplice guida del nuovo direttore artistico Luca Doninelli e del talento di Franco Branciaroli, ha fatto registrare –senza sorpresa– il tutto esaurito per due settimane nella sala del Grassi.
La vicenda, ricalcata dall’autore sudafricano su uno spunto autobiografico, si insinua tra le crepe di una mediocre compagnia shakespeariana della Londra del 1942, e nelle piaghe dell’indole fragile e istrionica del suo primo attore, nella sera della sua duecentoventisettesima interpretazione del Re Lear.
“Duecentoventisette volte, Norman! Duecentoventisette volte e non mi ricordo la prima battuta!”
Sir Ronald pare aver smarrito il senso di sé e della propria vocazione lungo la strada della decadenza fisica e mentale, ed interiore soprattutto, del vuoto di significato nelle ripetizioni meccaniche della quotidianità. Chi è Lear per lui, ora che alle ovazioni e ai giudizi osannanti della critica si è sostituito il mero peso del compito autoimposto? “Non fa che piangere”: sono le prime parole del dramma. Lo scacco tra la grandezza del mondo che porta sul palco e lo squallore della realtà ha soffocato nella meschinità i sogni che gli donavano le ali, quelle ali che invoca disperato, che ha perduto insieme al crollo delle sue ragioni: Lear non è più nessuno per Sir Ronald, perché non riesce più ad accogliere dentro di sé la sua voce al fianco di una Cordelia troppo vecchia, di un Matto ansioso e mediocre, di una tempesta che sembra “un rubinetto che perde”. Dopo tante rappresentazioni non solo la bassezza del reale, ma nemmeno la sublimità di Shakespeare per lui sono più abbastanza. Prima ancora della compagnia che lo incita ipocritamente a dare l’annuncio del ritiro, è lui stesso che di fronte allo spalancarsi dell’abisso quasi cede, per la prima volta nella sua interminabile carriera, alla tentazione di non presentarsi in scena.
Dall’altra parte c’è Norman, il fedele servo di scena, che pazientemente lo coccola e lo sostiene, e che, da vero gentleman inglese, trova inconcepibile che si dia forfait ad un pubblico che ha pagato il biglietto. Lo straordinario virtuosismo di Branciaroli, direttore ed interprete, che sembra lasciar trasparire di aver molto ritrovato di sé nella natura inastabile e maestosa del suo personaggio, portato in scena con maestria e toccante sensibilità, relega un po’ in secondo piano questa figura, su cui dovrebbe reggersi al contrario l’essenza stessa del dramma. Si ha l’impressione di una certa costruzione nella parte di Tommaso Cardarelli, che fa purtroppo smarrire il senso della gratuità dell’assistente, in cui humor inglesissimo ed impertinenza non dovrebbero oltrepassare il limite di reverenza e umiltà nei confronti del vecchio attore: alla morte di Sir Ronald Norman si vede perduto, come perduto si è scoperto l’interprete alla morte del senso del proprio lavoro.
Nel servo di scena si apre e si risolve la commedia che attraverso l’istrione Branciaroli si fa celebrazione del valore profondo del teatro come “lotta e sopravvivenza”: non nella tempesta simulata, ma sotto le bombe naziste Sir Ronald regala la sua ultima interpretazione, intrisa di passione e di malinconia, prima di andarsene con il sorriso sulle labbra. Il suo lascito è un estremo omaggio a quel mondo che lo ha tenuto in vita finché, al culmine della fatica, non è morto per esso.
A questo punto non è lecito tanto chiedere chi sia Lear per Sir Ronald, che è stato in grado di riconoscervi fino all’ultimo la forza di quegli ideali supremi che giustificano da sé la loro eternità, quanto piuttosto chi siano Lear e Sir Ronald, oggi, per noi. La gratuità di quest’arte, l’onore di averne parte (nel ruolo di interprete non meno che in quello di spettatore) proprio in quanto non ha altra ragione che se stessa, il suo farsi duplice specchio degli errori del mondo e della speranza in uno migliore, l’esperienza del teatro in una parola, nella sua assolutezza e unicità, non sono dissimili da quelle che vi poteva scorgere l’attore shakespeariano.
(Forse è solo perché abbiamo tutti ben altri pensieri, di questi tempi, che sono rimasti un po’ meno ad accorgersene.)

A Sound Relief | 50 Words For Snow (Kate Bush) | Eterei fiocchi di neve pianistici

Torna l’inverno, torna la neve, torna Kate Bush. Con un album che è un delicato e aereo traforo di piano e voce, in cui ogni nota di piano è un fiocco di neve, e la vellutata voce della regina delle cantanti-cantautrici amanti dello sperimentare una morbida coltre candida dove è bello sdraiarsi ad occhi chiusi.

La stagione fredda ormai è davvero solo luminarie, regali, riscaldamento a venticinque gradi, saldi, esagerati cenoni di capodanno? A sentire questo piccolo gioiello non si direbbe. E si percepisce già a partire dal titolo: 50 Words For Snow allude infatti, com’è poi più chiaro nella vivace title track (“Don’t you know it’s not just the Eskimo”) all’inesatta leggenda metropolitana secondo cui gli eschimesi userebbero diverse parole per chiamare quella che per noi è sempre soltanto neve. E come il primordiale popolo Kate Bush si riavvicina alla natura e in particolare al fenomeno atmosferico tipico della stagione invernale, lo scruta con attenzione, lo declina nel suo album in sette tracce – che pur seguendo lo stesso filo conduttore e pur essendo caratterizzate in generale da un timbro comune si differenziano bene tra loro – e in cinquanta parole nella canzone suddetta (molte delle quali sono peraltro inventate). Viene spontaneo pensare a foreste innevate e a poetici caminetti ardenti, nell’ascoltare questo album, e immaginarsi persi a seguire ogni singolo fiocco di neve alla prossima nevicata.

Del resto, il ritorno della mia cantante preferita rende magico quantomeno il mio dicembre: a sei anni dal precedente, Aerial, e a trentatré dal primo, The Kick Inside, il suo decimo album si rivela un punto di incontro proprio tra questi due, per le atmosfere tipicamente calme e introspettive del doppio del 2005 e per l’utilizzo massivo del pianoforte, che combinato con la sua rinomatissima voce l’aveva già resa nota nel 1978 con quella pietra miliare del “pop progressivo” che è Kick Inside. Quando ha debuttato aveva diciassette anni come me, e ora ne ha cinquantatré; ma lei ha sempre la sua bellezza giovanile e la sua voglia di sperimentare, anche se è indubbio che in questi ultimi due album abbia raggiunto una certa maturità compositiva – che non qualifica assolutamente come acerbi i lavori precedenti (figuriamoci!!), ma che traspare piuttosto in una estrema tranquillità e “stabilità” dei pezzi e anche della voce, che generalmente non sfrutta più appieno la sua estensione di quattro ottave per quegli effettoni tipici di lei; in altre parole, ascoltando un album come Aerial in particolare mi sembra facile pensare che il nirvana esista e che io sia lì lì per arrivarci.

50 Words For Snow si differenzia da quest’ultimo innanzitutto per un’abissale dislivello nella quantità di tracce (16 tra i due cd di Aerial contro le 7 di 50 Words For Snow, benché ognuna duri in media 8/9 minuti), ma anche per la strumentazione (meno varia qui rispetto ad Aerial) e per la presenza di canzoni più energiche e movimentate (praticamente assenti nel precedente); inoltre questo album deliziosamente invernale può considerarsi un complemento al secondo cd di Aerial, che descriveva invece una giornata d’estate.

Un’altra particolarità di 50 Words For Snow è la presenza di numerosi cantanti “ospiti”: le tracce in cui Kate canta da sola, di fatto, sono solo due. Tra i nomi spiccano quello di Elton John per Snowed In At Wheeler Street, che parla di una suggestiva quanto visionaria storia d’amore tra i due protagonisti incontratisi sempre durante tragici eventi (quali la seconda guerra mondiale e la caduta delle Torri Gemelle), ed il figlio tredicenne della cantante per la prima traccia, Snowflake, dolce canzone costruita su una base pianistica semplice ma efficace, in cui la vocina ancora bianca di Albert è quella di un fiocco di neve che racconta il suo viaggio.

Il singolo estratto dall’album è, devo dire, il brano che mi piace di meno, cioè Wild Man: il piano lascia il campo a tastiere, batteria e campane e, con un ritornello abbastanza difficile da deglutire le prime volte a causa della voce (rimaneggiata) di tale Andy Fairweather Low, si canta dell’umanità dello yeti inseguito sull’Himalaya (con una puntualità di toponimi che è notevole). A questo punto, visto che tanto ne mancano solo tre, cito tutte le canzoni restanti: Lake Tahoe, in cui fanno la loro parte due cantanti lirici, racconta di una leggenda inventata da Kate Bush secondo la quale il fantasma di una donna emergerebbe dal lago americano per chiamare a sé il suo cagnolino Snowflake, e ha anche i suoi sopportabilissimi attimi di dissonanza; Among Angels, che chiude l’album, è uno dei due pezzi in cui Kate canta da sola (che sollievo, che delizia!) ed è l’unico in cui piano e voce si intrecciano lentamente e sommessamente senza altri strumenti; Misty, infine, parla della storia tra la voce narrante (che anche qui è solo di Kate) e un pupazzo di neve, da lei amorevolmente creato ma destinato a sciogliersi al termine della notte e della canzone, in un tenue crescendo di voce soave, piano, archi e accenni di batteria, e finora è la mia traccia preferita (nel caso interessasse a qualcuno).

Gli intenditori e gli apprezzatori della buona musica sicuramente devono ascoltare questo album, ma lo consiglio di cuore anche agli amanti del lato lirico dell’inverno (ci sono, ci sono!) e a tutti quelli che si sono lasciati sedurre dalla prima parte di questa recensione. Beninteso che non dovete essere tra coloro che si scoraggiano subito nel vedere che una canzone dura dieci minuti…

A Sound Relief | Ceremonials (Florence + the Machine) | Caleidoscopico pop in bilico tra gotico e barocco

Un album che inizia con arpeggi di piano immersi in un’atmosfera surreale ed una frase come “And I had a dream”, è tutto un programma – senza contare che è uscito ad Halloween. Una volta ascoltato tutto, poi, e una volta riascoltato e riascoltato molte volte finché le canzoni si sono fissate nella mia memoria, sarebbe stato difficile non confermare l’idea che si era insinuata nella mia mente già a partire dall’incipit, e cioè che mi trovavo davanti a qualcosa di estremamente affascinante e ben riuscito.

I Florence + the Machine sono una di quelle band a cui chiunque associa automaticamente il termine indie. Ora, posto che non ho ancora ben capito cosa si intenda con indie, che comunque non intendo classificare nessuno degli artisti che ascolto in questo modo neanche se lo fossero, e che tra i nomi emergenti della buona musica (=no Lady Gaga, Katy Perry, diggei vari etc. etc. etc.) quello dei Florence + the Machine è sicuramente uno dei più noti, non esiterei a ripudiare questa misteriosa etichetta anche nel loro caso. Personalmente li definisco piuttosto pop-rock, con sfumature altèrnativ, certo; anzi, per quanto riguarda questo album direi barocche: il loro utilizzo di archi, cori, organo da chiesa e strumenti più vintage del normale (forse è questo che vuol dire indie… boh) è epico, le loro armonie non troppo semplici e le melodie variegate ottime, i testi niente male.

La band britannica, capitanata dall’idolo delle masse (appunto: indie?) Florence Welch, ha sfondato nel 2009 con Lungs, bellissimo album ritmato e molto più essenziale del secondo appena uscito: forse per questo Ceremonials ad un primo impatto mi ha colpita di più. Ceremonials è uno stuccato inno alla vita, per quanto le venature dark spesso prevalenti possano farlo suonare un po’ cupo, troppo profondo per spingere a godere davvero di ogni attimo senza pensare alle conseguenze.

Ritmato anch’esso, poliedrico nella sua varietà di temi, toni e ritmi ma dotato di un imprinting unico e particolare, sono assai propensa ad aggiungerlo alla lista delle (mie) perle, ossia quegli album artisticamente notevoli, contenenti una percentuale minima di canzoni che mi si fissano in testa e che musicalmente parlando hanno un loro perché, che nel loro spettro di atmosfere riescono, appunto, ad essere comunque unitari.

La voce di Florence è potente e merita di essere paragonata a quella di Kate Bush (che naturalmente è il punto di riferimento in materia di voci femminili non-liriche a partire dagli anni ‘80 in poi), e unita all’estro suo e degli altri membri della band è in grado di regalare autentiche emozioni a chiunque sia dotato di orecchie e cuore. I testi toccano anche argomenti inusuali: Only If For A Night, meravigliosa e onirica traccia d’apertura, parla di un sogno in cui alla cantante sarebbe apparso il fantasma della bisnonna, con un ritmo solenne ma quanto mai “fresco” e accattivante; What The Water Gave Me (e il titolo è quello di un quadro di Frida Kahlo), struggente e forte malgrado l’utilizzo di uno strumento delicato come l’arpa, ricorda il suicidio di Virginia Woolf, affogata in un fiume dopo essersi riempita le tasche di sassi (“Let the only sound be the oooooveeeeeeeeeeeerflooooooooooow”). E poi naturalmente ci sono le solite canzoni d’amore più o meno felice, la celebrazione della vita e della giovinezza e così via – il tutto affrontato nel modo ottimale che ci si aspetterebbe da una venticinquenne a metà tra il popolare di facile ascolto ed il “diverso”.

Ogni canzone meriterebbe una breve descrizione per l’originalità propria di ciascuna rispetto alle altre, ma cercherò di limitarmi: Shake It Out, il singolo che ha preceduto l’album, è costruita sull’organo e canta di scuotere via i demoni del passato ma con note gioiose piuttosto che autocommiserative, e in questo è assai ammirevole; Never Let Me Go si svolge sott’acqua, e l’oceano è una gotica cathedral where you cannot breathe che stringe la cantante in un saldo abbraccio calmante e rende la sua canzone subacquea e sognante; No Light, No Light, secondo singolo, è ritmata quanto orchestrata e tuttavia in tonalità minore: l’effetto è quello di una singolare canzone d’amore dai mille riflessi, passionale e poetica (“In your bright blue eyes I never knew daylight could be so violent”); Seven Devils, cupa e misteriosa, e la subito successiva Heartlines, veloce e allegra, costituiscono una bella accoppiata; Spectrum, il capolavoro assoluto dell’album, ha modo di farci capire di che pasta è fatta la voce di Florence fin dall’inizio, quando essa è accompagnata solo dagli archi e arriva ben in alto, si sviluppa poi in un crescendo di ritornelli batterizzati che fanno venir voglia di ballare sotto un arcobaleno di raggi di luce.

Consigliatissimo a tutti, tanto più se vi piacciono le belle voci e la musica non fatta al computer: che cerchiate qualcosa di drammatico o qualcosa di brioso, di lento o di ritmato, Ceremonials is the answer, e pure di ottima qualità.

Il capolavoro di Fiorello

Rosario Fiorello era un qualunque animatore di villaggi turistici, e ha iniziato la sua carriera televisiva con uno spettacolo di piazza, il Karaoke, che permetteva alla gente comune di salire su un palcoscenico e di cantare davanti ad un pubblico vero.
In realtà, il Fiore che tutti noi conosciamo è un genio assoluto dell’intrattenimento e della televisione, unico nel suo genere, ed attualmente uno degli showman più famosi al mondo.
La sua grande intuizione è stata quella di riproporre in chiave moderna un genere di spettacolo televisivo, il “varietà”, che andava di moda qualche decennio fa, e che sicuramente poteva essere molto più apprezzato dai nostri genitori o dai nostri nonni.
In realtà, pur con una formula praticamente sconosciuta alla nostra generazione, Fiorello è riuscito a sbaragliare tutti i record di ascolto, mettendo in scena uno spettacolo che è già storia della televisione.
In questo autunno 2011, in mezzo a tutte le nostre disgrazie, le alluvioni, i disastri ambientali, la crisi economica e politica, e la povertà intellettuale e culturale che ci circonda da ogni parte, ecco il gioiello di Fiorello, lo show record italiano, il campione di Rai 1, “Il più grande spettacolo dopo il week-end”, che, nonostante tutto, riesce a dare un bagliore di luce e di speranza e una carica di allegria alle persone che ne hanno più bisogno.
ALLEGRIA!!! il motto con cui Fiorello apre tutte le sue trasmissioni, è un ricordo e un omaggio ad un altro grandissimo della televisione, Mike Bongiorno, che ci ha lasciato due anni fa e che proprio in questi giorni è stato finalmente restituito all’affetto della sua famiglia: una notizia che ci ha reso tutti un po’ più felici.
Mike era un grande amico ed estimatore di Fiorello, ed in qualche modo ha voluto lasciargli in eredità la sua esclamazione preferita: è come se un po’ di lui, attraverso Fiore, continuasse a vivere in tutti noi.
Ed ecco lo spettacolo, un bagliore di luce, un lampo fuori dagli schemi, che riesce veramente a voltare pagina nella storia della televisione e ad imporsi in mezzo a tutta la TV spazzatura che ogni giorno ci assilla, tra gossip e reality show che riescono soltanto a dare la peggiore immagine del mondo dello spettacolo in Italia.
Fiorello sa far tutto, e tutto ciò che fa lo fa nel migliore dei modi: canta, balla, suona, recita, imita, e tutto con estrema leggerezza e naturalezza, con tempi scenici e televisivi pressoché perfetti: nulla dura di più o di meno di ciò che dovrebbe, e le tre ore abbondanti di spettacolo, quasi esclusivamente incentrate su di lui, scivolano veloci.
Anche gli ospiti sono azzeccati, e con ognuno di loro Fiorello ci regala duetti e scenette, che spesso sembrano addirittura improvvisate: Michael Bublè, Coldplay, Tony Bennet, Elisa, Giorgia, Jovanotti, Roberto Bolle, Pippo Baudo, Giuseppe Fiorello e tanti altri.
Molto apprezzate ed originali l’imitazione di Edward Cullen, il vampiro di Twilight, e la parodia dei comportamenti di noi adolescenti, con il nostro curioso linguaggio gergale e le nostre bizzarre abitudini: il tutto sempre accompagnato da uno stile garbato ed elegante, lontano anni luce dall’umorismo greve e becero che troppo spesso ci viene imposto dal piccolo schermo.
Il risultato di tutto ciò è uno “share” che forse non ha precedenti nella storia recente della televisione, dove ogni sera decine e decine di trasmissioni dalle reti più disparate si contendono ogni singola fetta di pubblico: oltre il 50% per la quarta ed ultima serata, per quasi 14 MILIONI DI SPETTATORI!!!
SEMPLICEMENTE UN TRIONFO!!!

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